Il Myanmar ha eletto il primo presidente non militare

Si chiama Htin Kyaw il primo presidente birmano non proveniente dall’esercito dal colpo di stato militare del 1962. Htin Kyaw è stato eletto dal parlamento con 360 voti su 652, mentre i due sfidanti sono diventati i vice-presidenti.

Ma chi è il nuovo presidente, e qual è stato il suo ruolo nel processo che ha portato a questa storica elezione? Htin Kyaw è un economista, ha 69 anni ed è sempre stato il braccio destro di Aung San Suu Kyi, la leader storica della Lega Nazionale per la Democrazia (LND), il partito guida del movimento per una Birmania democratica che aveva stravinto le elezioni del Novembre 2015 dopo anni di opposizione al regime militare.

Htin Kyaw è in realtà per sua stessa dichiarazione un portavoce della San Suu Kyi, che sarebbe in realtà dovuta essere la candidata alla presidenza della LND. La costituzione del paese, scritta dai militari a lei ostili, vieta infatti di correre per il ruolo di presidente a chi ha figli di nazionalità non-birmana e questo ha escluso la San Suu Kyi, che ne ha due di nazionalità britannica. La giunta militare, nonostante abbia dovuto cedere alle richieste delle forze democratiche, ha preteso per lo meno di non rendere il rappresentante ufficiale della Birmania colei che è da oltre trent’anni il simbolo dell’opposizione al regime del paese, attività che le valse anche il Premio Nobel per la Pace nel 1991.

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Htin Kyaw e Aung San Suu Kyi

La storia del regime militare con cui è alle prese il nuovo presidente risale al 1988, ma in realtà la situazione precedente a quell’anno non era molto diversa. Già solo pochi anni dopo la decolonizzazione e la fine del dominio inglese sull’area, infatti, la Repubblica della Birmania cedette ad un colpo di stato militare nel 1962, che portò il generale Ne Win alla guida del paese.

Il 1988 è l’anno delle rivolte democratiche contro il regime, che subisce sì un crollo interno, ma con il risultato di un cambio al vertice senza una vera trasformazione. Va al potere il generale Saw Maung, che reprime le proteste e riafferma l’autorità militare sul paese, nonostante siano in programma elezioni per il 1990.

Queste elezioni sono vinte dalla LDN, già allora guidata da Aung San Suu Kyi, ma i genrali al potere si rifiutano di cedere il governo e iniziano a perseguitare gli oppositori. Da allora la situazione è stata altalenante, costellata di sanzioni internazionali, disordini interni ed elezioni farsa, fino a culminare nell’attuale, nascente, processo di trasformazione. Nonostante le persecuzioni e gli arresti, tra cui quello della Suu Kyi, le forze democratiche sono infatti riuscite a ricevere l’appoggio si moltissimi governi e organizzazioni internazionali, che si è concretizzato in un crescente isolamento del regime militare, trovatosi obbligato a cedere almeno in parte alle richieste.

Myanmar's Minister of Foreign Affairs Aung San Suu Kyi addresses the 71st United Nations General Assembly in New York

Possiamo dire che la nomina di Htin Kyaw e la maggioranza parlamentare ottenuta dalle forze democratiche siano il segnale della fine dell’autoritarismo in Birmania? Purtroppo no, per due motivi fondamentali.

Innanzitutto i militari non sono “tornati nelle caserme”, accettando di nuovo di essere posti sotto il controllo delle autorità civili. Rappresentano ancora il 25% del Parlamento e hanno ruoli chiave nei ministeri e negli altri centri nevralgici del potere  e dell’amministrazione del paese asiatico. Avendo redatto la costituzione si sono garantiti il mantenimento di questi privilegi e la larga rappresentanza in parlamento, oltre che una sorta di veto sui tentativi di riforma costituzionale.

In secondo luogo la Birmania è tuttora flagellata dalla guerra civile, che sopratutto nel nord e nella parte orientale del paese non sembra vicina ad una risoluzione. I gruppi insorti si sostentano con il contrabbando di oppio e giada e, democratico o no che sia, non sono intenzionati al momento a cessare le ostilità verso il governo. Questa situazione di emergenza minaccia costantemente un nuovo colpo di mano dell’esercito, che potrebbe utilizzare il conflitto come pretesto per riappropriarsi illegalmente del potere con la scusa di risolvere pragmaticmente il conflitto.

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