Referendum: regime fiscale, sussidi e occupazione

Ad una settimana dal voto del 17 aprile continuiamo i nostri approfondimenti sull’oggetto del referendum. Oggi analizziamo da un punto di vista economico la valenza e l’utilità delle concessioni entro le 12 miglia marine.

Sono importanti le 12 miglia perché la Convenzione di Montego Bay stabilisce la libertà per ogni Stato di stabilire l’ampiezza delle proprie acque territoriali, fino a un’ampiezza massima, appunto, di 12 miglia marine misurate a partire dalla linea di base (articolo 3 Convenzione di Montego Bay). La linea di base corrisponde alla linea di bassa marea lungo la costa, “come indicato dalle carte nautiche a grande scala ufficialmente riconosciute dallo Stato costiero” (articolo 5 Convenzione di Montego Bay); in caso la costa sia frastagliata o vi siano isole nelle sue immediate vicinanze, la Convenzione (articolo 7) indica criteri specifici per tracciare la linea di base.

Sono 44 le concessioni interessate dal quesito referendario. In particolare 33 sono totalmente ubicate entro il limite delle 12 miglia dalla linea di costa e dalle aree protette mentre altre 11 lo sono prevalentemente (più del 75% dell’area) ed hanno gli impianti ubicati entro le 12 miglia. Le 44 concessioni di coltivazione sono distribuite nell’offshore di 7 regioni (Abruzzo, Calabria, Emilia-Romagna, Marche, Molise, Sicilia, Veneto).

Alle 44 concessioni corrisponde un totale di 87 piattaforme marine, a cui si aggiungono 5 piattaforme di supporto alla produzione. Stando ai dati del Ministero dello sviluppo economico di queste 87 piattaforme, 48 sono piattaforme di produzione eroganti, 31 sono piattaforme in funzione ma ancora non eroganti e 8 piattaforme non operative, ossia quelle non ancora in funzione.

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Le società che hanno ricevuto la concessione per poter eseguire l’attività di coltivazione, estrazione e produzione in mare, entro le 12 miglia sono:

  • ADRIATICA IDROCARBURI
  • EDISON
  • ENI
  • ENI MEDITERRANEA IDROCARBURI
  • GAS PLUS ITALIANA
  • ROCKHOPPER ITALIA

Fiscalità:

Il prelievo fiscale totale per le aziende italiane che operano nel settore delle attività estrattive e di produzione degli idrocarburi, si basa oltre che sulle royalties, sulla tassazione sui redditi delle società (IRES) con aliquota al 27,5%, sull’imposta regionale sulle attività produttive (IRAP) al 3,9%, sulla Robin tax, l’addizionale IRES introdotta nel 2008 ed aumentata nell’agosto 2011 fino al 10,5%.

Royalties:

Con il termine royalties si indica il pagamento di un corrispettivo allo Stato per poter sfruttare un dato bene ai fini commerciali; esse sono quindi la remunerazione di diritti ceduti a terzi.
Con riferimento alle attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi, esse sono applicate al valore della produzione. Per produzioni a mare le royalties sono del 7% per il gas e del 4% per il petrolio, e sono applicate sul valore di vendita delle quantità prodotte: entro la fascia delle 12 miglia, la suddivisione è per il 45% allo Stato e per il 55% alla Regione adiacente per le produzioni ottenute.

Sono tuttavia esenti dal pagamento delle aliquote le prime cinquantamila tonnellate di petrolio e i primi ottanta milioni di metri cubi standard in mare.  Delle 26 concessioni oggetto del referendum che sono state produttive nel 2015, solo 5 concessioni di gas e 4 di petrolio hanno pagato le royalties. Tutte le altre hanno estratto un quantitativo minore della franchigia prevista dalla legge e quindi non hanno versato nulla.

Addirittura gratis, ossia sono esentate dal pagamento di qualsiasi aliquota, le produzioni in regime di permesso di ricerca. Con l’approvazione del Decreto Sblocca Italia le attività estrattive usufruiscono di ulteriori vantaggi, perché divengono strategiche con procedure semplificate per l’approvazione dei progetti, eliminando qualsiasi possibilità di veto locale, e la possibilità di deroghe a diversi vincoli ambientali e paesaggistici.
Per far capire i vantaggi per chi trivella in Italia bisogna confrontare la situazione italiana con quelli di altri Paesi europei. Se in Italia avessimo portato le royalties al 50%, nel 2014 ci saremmo trovati invece che un gettito di 385,8 milioni di euro circa con uno da 1,9 miliardi.

Lavoratori:

Tra i sostenitori del No e tra gli astensionisti assume particolare rilievo la questione dei lavoratori: in particolare si ritiene che la vittoria del SI porti al licenziamento e alla perdita di moltissimi posti di lavoro (di questa posizione è ad esempio Emilio Miceli, segretario generale della Filctem CGIL). Secondo le stime  Isfol – Ente pubblico di ricerca sui temi della formazione, delle politiche sociali e del lavoro- sono circa 9.000 gli impiegati nell’intero settore (sia mare che terra).

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E’ importante sottolineare come una ipotetica vittoria del Sì  non comporti il licenziamento dei lavoratori per quanto riguarda le piattaforme oggetto del referendum: se dovesse vincere il Sì, le piattaforme non chiuderanno il 18 aprile ma saranno ripristinate le scadenze delle concessioni rilasciate, esattamente come previsto prima della Legge di Stabilità 2016. Si ripristinerà quindi la durata della concessione sottoscritte da Governo e compagnie petrolifere. Inoltre, lo smantellamento delle piattaforme (una volta scaduta la concessione) potrà creare nuova occupazione.

Sulla situazione dei lavoratori, dunque, bisogna adottare una visione più generale: il pericolo della perdita di posti di lavoro esiste, tuttavia è da attribuire al forte calo dei consumi di energia (derivanti da risorse fossili) e alla crisi che sta colpendo l’industria siderurgica.

E’ la stessa UnionePetrolifera, nel suo report del 2015, a constatare come negli ultimi anni ci sia un forte crollo  del consumo di energia. Secondo i dati del report (consultabile qui http://www.unionepetrolifera.it/?page_id=110) il consumo di energia nel 2014 (ultimi dati elaborati) ha continuato la sua caduta di circa il 3.8% rispetto al 2013. In più, la domanda per tutte le maggiori risorse (gas, petrolio, carbone) è fortemente in declino:

  • per quanto riguarda il gas, la domanda è diminuita dell’11.7%, raggiungendo una quota simile al consumo della fine degli anni novanta;
  • la domanda di carbone si è ridotta del 4.9%, la riduzione deriva dalla crisi dell’industria siderurgica e dal minore uso di energia termica;
  • infine, anche la domanda di petrolio continua a decrescere, nel 2014 è diminuita dell’1.8% rispetto al 2013, raggiungendo il livello di metà anni sessanta.

Al contrario, sono aumentate le importazioni nette di elettricità  del 3.7% (importiamo più energia di quanto riusciamo ad esportare) e la domanda per energia proveniente da fonti rinnovabili è in continuo aumento (4.5%). Addirittura, la produzione di energia idroelettrica è cresciuta del 8.1% rispetto al 2013.

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A impressionare sono da un lato i numeri della produzione da fonti rinnovabili passata in tre anni da 84,8 a 118 TWh (per TWh intendiamo il terawattora, un multiplo del wattora, Wh, ed equivale a 1.000.000.000.000 Wh) , e dall’altro quelli di distribuzione degli impianti da fonti rinnovabili: circa 800mila, tra elettrici e termici, distribuiti nel territorio e nelle città. Attraverso il contributo di questi impianti e il calo dei consumi energetici, l’Italia ha ridotto le importazioni dall’estero di fonti fossili, la produzione dagli impianti più inquinanti e dannosi per il clima (nel termoelettrico -34,2% dal 2005) e si è ridotto anche il costo dell’energia elettrica.

Appare chiaro come la votazione del 17 aprile possa solo in minima parte contrastare le problematiche precedentemente descritte: il quesito referendario infatti tocca un numero ridotto degli impianti presenti oggi in Italia, e si limita a considerare il territorio marittimo solo entro le 12 miglia.

Tuttavia andare a votare, permettendo il raggiungimento del quorum (qualunque sia la posizione), sarebbe un forte segnale politico che i cittadini italiani possono dare alle proprie istituzioni: puntare sull’energia rinnovabile (che oggi come non mai, realmente rappresenta un’alternativa agli idrocarburi), eliminare i sussidi alle compagnie private, che sfruttano risorse dello Stato aumentando i propri profitti a fronte di royalties irrisorie, ma soprattutto un forte segnale di partecipazione: una bella risposta a chi, nonostante ricopra ruoli istituzionali di primo livello, invita all’astensionismo svuotando così il senso della democrazia.

Fonti:

http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/strutturemarine/elenco.asp

http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/info/domande.asp#

http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/produzione/produzione.asp

http://www.unionepetrolifera.it/?page_id=110

Referendum del 17 Aprile, facciamo chiarezza in 18 punti

http://www.legambiente.it/sites/default/files/docs/stopsussidifontifossili_2014_0.pdf

https://oggiscienza.it/

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