Il benessere e la ricchezza non fanno rima con il PIL

Sin dalla fine della seconda guerra mondiale il PIL ha assunto un ruolo fondamentale nelle economie mondiali come indicatore della ricchezza degli Stati e la sua crescita è stata posta al centro delle politiche economiche in tutti i Paesi del mondo.

Il Prodotto Interno Lordo (PIL), Gross domestic product (GDP) in inglese, esprime il valore complessivo dei beni e servizi finali prodotti all’interno di una nazione in un certo arco di tempo, solitamente un anno. Il calcolo del PIL viene effettuato esclusivamente sulla produzione del Paese, con esclusione di quanto è prodotto all’estero da aziende nazionali, ma considerando quanto prodotto nel Paese da aziende straniere.

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E’ bene però rimarcare che il PIL in quanto tale misura esclusivamente la produzione economica e non il benessere o l’equità che uno Stato e i suoi cittadini conseguono. In questa ottica, Robert Kennedy, in un discorso del 1968, sosteneva come il PIL comprendesse l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette, la produzione di missili e armima non “la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari“. Nel 2009, un report commissionato dal Presidente francese Nicholas Sarkozy, guidato dal premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, richiese l’abolizione del PIL come indicatore di ricchezza a favore di un “paniere” di indicatori che riuscisse a catturare il benessere dei cittadini.

Le controversie riguardo il PIL:

Il problema che oggi riscontriamo con le misurazioni del PIL deriva dal fatto che questo rappresenta una “reliquia” di un periodo dominato dall’industria manifatturiera. Nel 1950 infatti, l’industria rappresentava più di un terzo del PIL britannico. Oggi ne rappresenta un decimo. Nonostante ciò, la produzione industriale viene ancora misurata in maniera decisamente più accurata rispetto alla produzione generata dal settore dei servizi, che oggi rappresenta l’80% dell’economia.

Ulteriore problema delle misurazioni riguarda la convenzione per cui il PIL quantifica solo quella parte di produzione che è stata comprata o venduta in denaro escludendo quindi quelle a titolo gratuito (no-profit ed intra-familiari). I motivi di questa scelta sono vari:

  1. in primo luogo, perché le operazioni di mercato sono tassabili e dunque sono di grande interesse per l’erario;
  2. in secondo luogo, poiché queste possono essere influenzate da politiche volte al controllo della domanda aggregata;
  3. in terzo perché quando la produzione ha già un prezzo di mercato è più semplice attribuire un valore alla produzione: è questo il motivo per cui convenzionalmente il lavoro casalingo o il volontariato non vengono calcolati nelle stime del PIL.

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Tralasciando le convenzioni, molto di quanto viene incluso nelle stime si trova al di fuori del mercato: molti servizi offerti dai governi sono infatti erogati gratuitamente (sanità, istruzione, prevenzione). Per decenni il valore attribuito a tale offerta è stato semplicemente il costo della prestazione. Nell’ultimo decennio, gli statistici hanno iniziato a considerare alcuni rami della produzione del settore pubblico direttamente, misurando, ad esempio, il numero delle operazioni fornite dal sistema sanitario o il numero di studenti iscritti nelle scuole.

Un’altra attività tipicamente sottovalutata dalle misurazioni è l’attività finanziaria. Normalmente i servizi finanziari non sono pagati dai clienti direttamente tramite commissionile banche infatti producono la maggior parte del loro reddito ponendo un tasso di interesse sui prestiti maggiore rispetto a quello che corrispondono sui depositi. Per catturare questo valore aggiunto, gli statistici utilizzano una stima rappresentativa: calcolano la differenza tra un tasso di interesse su un titolo senza rischio e il tasso di rifinanziamento, moltiplicando il tutto per l’ammontare dei prestiti erogati dalla banca. Il problema di questo metodo è che il tasso di rifinanziamento è un indicatore che misura il rischio a cui la banca si espone concedendo prestiti: il suo uso nelle stime del PIL può portare a risultati perversi.

Nelle statistiche del PIL esiste poi il problema di valutare i prezzi aggiustati per l’inflazione. L’inflazione è una misura di quanto bisogna pagare in più rispetto all’anno precedente per avere lo stesso grado di benessere: la valutazione di tale aspetto è altrettanto impegnativa. Un aumento del prezzo di un bene, infatti, influisce sulla capacità di spesa e porta il consumatore a sostituire tale bene con un altro simile (se aumenta il prezzo delle mele rosse acquisteremo più mele verdi). Tuttavia se non vengono adottate stime adeguate per depurare il PIL dalla variazione dei prezzi, in caso di inflazione, un Paese vedrà aumentare il suo PIL nominale nonostante nella realtà ciò non si verifica. In altre parole, il miglioramento registrato scaturisce interamente dal rialzo dei prezzi e non da una produzione maggiore.

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E’ doveroso inoltre sottolineare come nelle statistiche del PIL non si riesca a tenere conto del cambiamento della qualità dei beni: un cellulare oggi potrebbe avere un costo maggiore rispetto al passato, tuttavia la qualità del dispositivo risulta migliore. Se ci si sofferma solo sulla variazione di prezzo, come fa il PIL, si rischia di sovrastimare il tasso di inflazione reale e non tener conto del miglioramento del servizio offerto dal bene.

Come detto, per il settore dei servizi il calcolo risulta ancora più difficile. Il valore di un pasto muta ogni volta che questo viene preparato e dipende dalla qualità degli ingredienti, ma anche dalla velocità del servizio. Ancora, nelle stime del PIL i benefici prodotti da innovativi non sono presi in considerazione: i costi iniziali per la creazione di servizi come Facebook o Twitter sono molto consistenti; tuttavia, poiché gli utenti non pagano per utilizzare tali servizi, il loro contributo all’economia non viene considerato: per convenzione globale,infatti, i beni gratuiti sono esclusi dal computo del PIL.

Quali le alternative?

Tra i numerosi indici di benessere o di crescita alternativi al PIL sono stati proposti:

  • L’indicatore di Progresso Reale (Genuine Progress Indicator – GPI), che cerca di misurare l’aumento della qualità della vita, integrando nella sua analisi i fattori ambientali e l’inquinamento creato e/o limitato e/o evitato a causa, o grazie, all’attività d’impresa.
  • l’Indice di Sviluppo Umano (Human Development Index – HDI) utilizzato dall’ Organizzazione delle Nazioni Unite a partire dal 1993 per valutare la qualità della vita nei Paesi membri, sviluppato dall’economista pakistano Mahbub ul Haq e seguito dal premio Nobel indiano Amartya Sen, che oltre al PIL procapite prende in considerazione nel computo della ricchezza di un Paese il tasso di alfabetizzazione, quello di scolarizzazione e l’aspettativa di vita;

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  • l’Indice di Sostenibilità Economica (Index of Sustainable Economic Welfare);
  • il Subjective Well Being (SWB), vale a dire la percezione che gli individui hanno della propria vita e del grado di soddisfazione che provano per essa (in Paesi come gli Stati Uniti o come il Giappone, il SWB diminuisce o stenta a crescere nonostante il reddito pro-capite tenda a crescere, costituendo per alcuni economisti il c.d. “paradosso della felicità”, in quanto abituati a pensare al reddito come ad un buon indicatore di benessere.

Conclusioni:

Il PIL indubbiamente rappresenta un indicatore ormai obsoleto, figlio del tempo in cui è stato definito e del modo di produzione capitalistico. Un indicatore che determina il benessere di uno Stato basandosi esclusivamente sulla quantità prodotta non può più essere accettato nel 2016. Eppure, nonostante esistano altri indicatori piuttosto validi, il PIL continua a fare da padrone.

Gli effetti (non commerciabili) prodotti dall’istruzione, dalla prevenzione, da un ambiente sano, dall’equità e soprattutto da una redistribuzione efficace della ricchezza tra tutte le fasce della popolazione devono essere alla base delle stime del benessere e della ricchezza di un Paese. Bisogna rimarcare fortemente che la ricchezza ed il benessere sono una questione di qualità.

 

Fonti:

How measure prosperity“, The Economist, 30 aprile 2016.

http://www.centrosaluteglobale.eu/site/il-prodotto-interno-lordo-critiche-e-alternative-per-la-misura-del-reale-benessere-delle-nazioni/

http://www.borsainside.com/finanzainside/pil/

https://it.wikipedia.org/wiki/Indice_di_sviluppo_umano

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