La Primavera Araba e L’Autunno delle Nazioni: confronto tra due rivoluzioni

La Primavera araba, sin dall’inizio, è stata spesso messa in comparazione con un’altra ondata di rivolte che sconvolsero, alla fine del XX secolo, l’ordine costituito in quella che al tempo era la regione di influenza sovietica, ossia con l’Autunno delle Nazioni.

Con “Autunno delle Nazioni” si indicano spesso i moti rivoluzionari svoltisi nel 1989 che portarono al rovesciamento di molti regimi comunisti in quelli che erano gli stati satelliti dell’URSS.
In entrambi i casi la rivolta è partita da un paese per poi espandersi a macchia d’olio andando ad inglobare tutte le realtà vicine anche se gli esiti si sono rivelati differenti.

 

Le rivolte nel 1989 trovano le proprie basi nella politica di grandi riforme iniziate da Gorbachev con la Glasnost e la Perestrojka, apertura che si riversò su tutti gli Stati satelliti e trovò nella Polonia, con la vittoria alle elezioni di Solidarnosc , il punto di inizio per la rivoluzione che si espanse poi nella Germania Est, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria, Estonia, Lituania, Lettonia e Romania e che decretò la fine dell’URSS e della guerra fredda.

 

La primavera araba, allo stesso modo, inizia nel dicembre 2010 in Tunisia quando Mohamed Bouazizi, venditore ambulante ventiseienne, si diede fuoco per protestare contro i soprusi da parte delle autorità locali, e, nel giro di un anno dilagò in Egitto,Bahrain, Libia, Marocco, Giordania, Siria, Yemen ed Iran. (qui la TimeLine Interattiva del TheGuardian)

In entrambi i casi, infatti, dei regimi che si consideravano abbastanza stabili sono stati scossi da eventi improvvisi che da una sola regione hanno portato a cambiamenti, più o meno duraturi, in tutta l’area circostante anche se, vedendo ad anni di distanza gli effetti delle primavere arabe si può notare come non si sia riuscito ad ottenere degli effetti stabili e duraturi quali quelli conquistati nel 1989.

 

Guardando ad oggi la situazione nel MENA (Middle East and North Africa), l’unico successo attribuibile alla primavera araba che ancora perdura è stato quello della Tunisia.
Per quanto riguarda invece gli altri paesi si può constatare come Egitto e Bahrein siano tornati ad essere sottomessi da un tipo di controllo autoritario mentre Yemen, Siria e Libia siano tormentate e dilaniate dalle guerre civili cui si accompagnano ingenti inferenze straniere.

La causa di questa differenza tra le due rivoluzione può risiedere nel fatto che nel primo caso, ossia nel 1989, la diffusione delle proteste poggiava su basi più solide quali erano le idee di apertura instaurate dalla politica di Gorbachev.

 

Quello che non si è riuscito ad ottenere nel MENA è un cambiamento radicale nelle basi stesse dell’autoritarismo che quindi non è riuscito a sfociare in una vera e propria ondata di democratizzazione. Nel caso delle primavere arabe i problemi sono svariati e non possono assolutamente essere ricollegati all’idea, infondata, che l’Islam non possa coniugarsi con un tipo di potere democratico.
La Tunisia, ad oggi, è l’unico paese che può essere considerato democratico e che è riuscito ad ottenere ciò tramite le rivolte del 2011.
Nello Yemen non si è riusciti ad ottenere lo stesso risultato a causa delle guerre civili che da sempre sconvolgono il paese e, allo stesso modo, il risultato non si è raggiunto nemmeno nel Bahrein in cui lo scontro tra maggioranza sciita e minoranza sunnita, che però detiene il potere, ha portato all’intervento dell’Arabia Saudita per terminare le rivolte.
In Siria
l’esito della rivoluzione è stato lo stesso in quanto, anche in questo paese, vi è stata una minoranza, sciita, che, in quanto detentrice del potere, ha lottato contro ogni forma di cambiamento, aiutata anche da forze esterne quali la Turchia e l’Arabia Saudita.
Una situazione diversa si era venuta a creare in Egitto dove la rivoluzione aveva cominciato a ottenere i primi successi quando, nel 2012, a seguito della vittoria dei Fratelli Musulmani, la popolazione ha sostenuto l’intervento dell’esercito che ad oggi detiene il potere sull’intera regione.

Quello che si deve notare è che in tutti i casi, sia che una rivoluzione riesca a raggiungere i suoi obiettivi sia che fallisca, ciò non può essere ricondotto alla volontà del leader autoritario del paese in questione di rimanere ancorato al potere. Un ruolo decisivo nell’esito di tali moti risiede nelle elites che circondano il leader e nel loro grado di affezione ai vari regimi autoritari.

Se le elites rimangono coese, quali sono stati il caso della Cina e di Cuba nei primi anni novanta, la rivoluzione e le rivolte non porteranno agli esiti sperati, qualora invece decidano, spesso semplicemente per convenienza, di passare dall’altra parte, il potere risulta essere spacciato.

Ciò che rende un’elite particolare “fedele” al determinato potere in carica non è però solo l’elemento economico, il quale il più delle volte appare, almeno in un primo momento, decisivo.
La convenienza nel rimanere fedeli al potere o passare dalla parte dei rivoluzionari può infatti cambiare da un momento all’altro e spingere anche i più leali a cambiare fronte. E’ necessario quindi che al dato prettamente economico si accompagni un tipo di legame più forte e duraturo, quel tipo di legame che viene spesso definito come “immateriale” quale può essere quello etnico o ideologico. Quanto questo legame possa essere decisivo ai fini del fallimento della rivolta si può notare in tutti i casi già menzionati all’interno del MENA.

 

In questo contesto notevole importanza viene assunta anche dalla formazione di legami forti che avviene spesso ed esclusivamente per mezzo di una lotta rivoluzionaria. E’ infatti parere di molti storici che il senso di solidarietà e fraternità che si viene a creare nell’ambito di una lotta rivoluzionaria è difficilmente eguagliabile in altri contesti.

L’esistenza di una lotta rivoluzionaria crea infatti la differenza tra i regimi che riescono a sopravvivere ad una nuova rivoluzione e quelli che invece soccombono. In questo senso si può prendere l’esempio della Cina, Cuba, Laos, Corea del Nord e Vietnam, che hanno resistito alle rivoluzioni della fine dello scorso secolo in quanto retti da regimi i cui uomini si erano formati in precedenti ondate rivoluzionarie mentre nell’URSS non si è riuscito ad ottenere lo stesso risultato.

 

 

Nel caso del MENA ciò può essere analizzato notando come in Tunisia o in Egitto vi è stata un’assenza di questo legame all’interno delle elites che detenevano il potere e ciò ha portato ad un successo dei moti mentre ciò non è accaduto in paesi quali l’Iran in cui il regime è riuscito a sopravvivere alle proteste negli anni 2000, più massicce rispetto al caso dei primi due paesi, in quanto la classe al potere si era formata nei decenni precedenti grazie alla rivoluzione islamica del 1979 e alla guerra tra Iran e Iraq del 1980-1988.

Altri però possono essere i legami immateriali che riescono a tenere unite le elites intorno al potere centrale anche in periodi di grandi crisi. Si veda il caso del Bahrein e della Siria in cui è stato fondamentale il sostegno da parte dei gruppi minoritari presenti, sunniti nel primo caso, alawiti nel secondo. In Libia invece si è fatto affidamento su un tipo di legame definibile come “familiare”, sfruttando la tipologia sultanistica del regime in cui i vari membri della famiglia detengono spesso tutte le risorse economiche ed amministrano il paese.

 

Comunque vada, anche nel caso in cui la rivoluzione riesca ad ottenere gli effetti sperati, il processo di democratizzazione è sempre lungo e tortuoso e non va mai dato per scontato. I paesi dell’Autunno delle Nazioni, in particolare Albania, Romania e Serbia, sono stati aiutati dal vicino esempio dell’Unione Europea, che ha spesso incentivato il processo in quanto uno dei requisiti di accesso all’organizzazione sta proprio nella prospettiva democratica del potere.
Per quanto riguarda invece i paesi delle primavere arabe, a parte il caso della Tunisia, ad oggi sembra che bisognerà aspettare ancora affinché si possa compiere un processo che inverta la svolta autoritaria nelle varie realtà e c’è chi accusa gli stessi occidentali di essere favorevoli ai regimi autoritari sia per mantenere i propri interessi economici nella regione sia nella lotta contro il radicalismo islamico.

 

Fonti:

Internazionale: http://www.internazionale.it/opinione/gwynne-dyer/2016/01/19/primavere-arabe-anniversario

Johns Hopkins University Press: The Lessons of 1989 Lucan Way
Journal of Democracy, Volume 22, Number 4, October 2011, pp. 13-23 (Article)
DOI: 10.1353/jod.2011.0068

Approfondimenti:

GlobalResearch:
http://www.globalresearch.ca/la-fregatura-delle-primavere-arabe/5506217
http://www.globalresearch.ca/search?q=the+arab+spring+sum&x=0&y=0

Treccani: http://www.treccani.it/enciclopedia/primavera-araba/

Britannica: http://www.britannica.com/event/Arab-Spring

ISPI: http://www.ispionline.it/it/tag/primavera-araba

BBC:https://downloads.bbc.co.uk/bbctrust/assets/files/pdf/our_work/arabspring_impartiality/arab_spring.pdf

WORLD AFFAIRS: https://www.world-affairs.org/wp-content/uploads/2012/04/Libya-cover-and-packet-final-for-web-4.2.12.pdf

ALJazeera:http://www.aljazeera.com/topics/subjects/arab-spring.html

http://www.newworldencyclopedia.org/entry/Revolutions_of_1989

Crediti per le foto:

www.arabiangazette.com
www.globalresearch.ca
wacsfschools.wordpress.com
cultureofdissent.tumblr.com
www.bbc.co.uk
www.vox.com
www.leftvoice.org
toddsteele8.wordpress.com

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