Gli USA e la loro dipendenza dell’automobile

Chiunque abbia vissuto o comunque abbia visitato gli Stai Uniti avrà avuto la sensazione di trovarsi in un paese in cui il tasporto su strada non è solo il più diffuso solo per i brevi tragitti, ma anche per le tratte medio/lunghe e quelle cittadine, molto spesso servite da treni o altri mezzi. Questa impressione è in effetti avvalorata dai dati.

Per valutare come preferiscono spostarsi gli americani possiamo guardare al dato dei “passeggeri per miglio”, ottenuto moltiplicando ogni viaggio con passeggeri per la sua lughezza in miglia percorsa a bordo di un veicolo. Da questa misura otteniamo uno schiacciante 86% del totale dei viaggi effettuati, un dato al quale contribuisce l’enorme numero di lavoratori della logistica americana. Il 40% dei trasporti cargo avviene infatti su strada, e si può calcolare questo dato moltiplicando le tonnellate trasportate per la lunghezza del viaggio.

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Da queste tabelle emergono due dati significativi al fianco della predominanza dell’automobile.

1) Il traffico aereo negli Stati Uniti è massiccio: il paese ha a disposizione 86 grandi aeroporti (compresi 12 tra i 30 più trafficati del mondo), ma sommando anche le piccole piste locali il conto arriva a 5,194 aeroporti asfaltati. Gli Stati Uniti sono infatti il primo paese al mondo per traffico aereo, soprattutto grazie al gran numero di voli interni su breve tratta.

2) Moltissime merci sono trasportate grazie ai treni. La rete ferroviaria americana ha uno sviluppo peculiare: è molto sviluppata sulla costa atlantica ma si fa via via più rarefatta andando verso la costa pacifica. Le poche tratte che collegano le due coste vedono un enorme traffico di merci, visto che collegano i grandi porti con il resto del continente, trasportandole verso i nodi dai quali saranno redistribuite.

Quanto ai passeggeri il trasporto è minimo, anche per la totale insufficienza delle infrastrutture al di fuori della costa orientale: lo sviluppo della ferrovia nel paese ha avuto il suo massimo a cavallo tra ‘800 e ‘900, un periodo in cui il Midwest e la costa occidentale dovevano ancora essere popolate se non ancora conquistate. Non è sbagliato quindi dire che queste zone hanno “mancato” lo sviluppo ferroviario, passando direttamente al boom dell’automobile che sarebbe avvenuto a breve.

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Basta l’insufficienza della ferrovia (per quanto una delle più sviluppate al mondo) a spiegare come abbia fatto l’automobile a diventare un mezzo così predominante nel sistema di trasporti statunitense?

L’automobile è un fenomeno tutto sommato recente ma è riuscito a impattare molto più del treno o del trasporto pubblico nella cultura del paese. La storia dell’auto nel paese è legata a doppio filo con la Ford, in particolare con la sua Model T. La politica industriale e salariale della compagnia permettera di contribuire alle prime fasi della diffusione del mezzo dai primi anni del ‘900, fino a produrre ben 14 milioni di esemplari tra il 1913 e il 1927.

All’epoca le grandi compagnie americane erano in repentina ascesa e fiutarono l’affare: l’aumento del traffico privato apriva grandi mercati non solo per i produttori di automobili ma anche le aziende costruttrici di infrastrutture e produttrici di carburanti (la benzina fino ad allora era un economico prodotto di scarto) e queste non mancarono di accelerarlo grazie a investimenti e influenza politica e culturale. L’automobile da allora ha accompagnato in maniera quasi invadente lo sviluppo urbano del paese, tanto che le aree suburbane e intere città sono pensate e realizzate a misura di auto piuttosto che a misura d’uomo.

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Le aree urbane costruite dopo la diffusione delle auto negli anni del dopoguerra, ossia la stragrande maggioranza delle aree urbane americane, sono state costruite appositamente per essere fruita in auto: al posto delle vie dello shopping sono stati costruiti centri commerciali, i divertimenti sono stati raggruppati in “multiplex” con grandi parcheggi e fast-food e altri esercizi commerciali sono costruiti in versione “drive-through”.

L’ovvia conseguenza di ciò è l’obbligo per chi volesse frequentare queste aree di non poter scegliere un mezzo diverso dall’automobile per fruirne, ma questo di per sè non sarebbe un problema se il viaggio fosse confortevole. Questo modello di sviluppo genera infatti un circolo vizioso che ne causa l’ipertrofia: auto più numerose (e spesso anche più grandi vista la loro utilità) causano congestione, che a sua volta richiede infrastrutture ancora più estese in una spirale che consuma il territorio che potrebbe invece essere destinato alle abitazioni, piuttosto che alle strade.

In aree densamente trafficate e dipendenti dalle auto come quella di Los Angeles, fino a un terzo della superficie cittadina è composto dalle carreggiate per il trasporto su ruote.

Uno studio del 2013, ancora attualissimo, quantificava l’inefficienza del sistema di trasporti in 100 miliardi di dollari l’anno. Negli ultimi tre anni questo dato non è cambiato di molto e anzi, come sottolinea l’autore Clifford Winston dell’Istituto Brookings, già allora questa era una stima al ribasso.

Una predominanza così schiacciane del trasporto su gomma presenta infatti due grandi inconvenienti per la società americana: una vera e propria dipendenza di molte aree dalle automobili e il bisogno costante di politiche e strategie per contenere le esternalità economiche negative di tanto traffico.

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Oltre la cementificazione e il conseguente consumo del suolo questa dipendenza causa agli Stati Uniti altri gravi costi da sostenere.

Innanzitutto un costo ambientale: l’inquinamento prodotto dalle auto causa gravi danni all’ecosistema del paese, avvelenando l’aria, ma anche l’acqua e il suolo, tutte situazioni che per essere risanate richiedono costosi interventi di bonifica. Sulle casse dello stato pesa anche il costo sanitario causato dai numerosissimi incidenti stradali che si verificano nel paese. Solo nel 2014 i morti per incidente sono stati 32,675 con un’incidenza di 10.25 vittime ogni 100.000 abitanti (in Italia è al 6,1) e a questi dati già allarmanti va aggiunta una ancora più alta conta dei feriti.

Altra grave ricaduta economica è rappresentata dalla necessità di manutenzione della colossale rete stradale statunitense, che nonostante ad oggi costi al Tesoro 37 miliardi di dollari l’anno è talmente insufficiente da far parlare molti opinionisti di “crisi delle infrastrutture” da ormai molti anni. L’ultima, gravissima, esternalità negativa della mobilità americana è la dipendenza energetica a cui obbiga il paese.

Gli Stati Uniti sono uno dei maggiori paesi produttori di petrolio al mondo, rappresentando il 12% dell’estrazione del minerale, ma nonostante questo importano un netto di circa 4,65 milioni di barili di greggio al giorno, soprattutto da Canada e Arabia Saudita. Anche tenere basso il prezzo al dettaglio del carburante è una preoccupazione primaria per gli Stati Uniti, uno degli aspetti principali che guidano le politiche energetiche e a volte la stessa politica estera del paese.

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