Sri Lanka: le conseguenze della guerra etnica

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Un anno fa, nel gennaio 2015, veniva eletto presidente dello Sri Lanka il candidato dell’opposizone Maithripala Sirisena, ponendo fine ad un pericoloso scivolare del paese nell’autoritarismo personalistico di Mahinda Rajapaksa, secondo molti analisti.

Rajapaksa era diventato presidente nel 2005 e, dopo aver costruito una forte popolarità durante il conflitto del 2009, aveva guadagnato un tale seguito da essere rieletto l’anno successivo. Questa volta Rajapaksa aveva immediatamente insediato fedelissimi e membri della sua famiglia nei ruoli chiave della politica dello Sri Lanka, oltre che annullare per legge il limite di mandati presidenziali e garantirsi un “principio di supremazia” sulle altre cariche civili e giudiziarie del paese.

Con Rajapaksa cadde uno dei simboli della guerra civile che per 25 anni ha devastato lo Sri Lanka. Ricucire la frattura interna alla società dell’isola sembra un percorso ancora lunghissimo e tortuoso. Per garantirsi il consenso necessario a compiere tutto ciò l’ex presidente aveva fatto leva sul trionfalismo e il nazionalismo del gruppo etnico singalese vincitore del conflitto, di fatto rimandando volutamente la riconciliazione tra i due fronti antagonisti.

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Sirisena e Rajapaksa

Lo Sri Lanka è infatti un paese diviso, spaccato in due dalla frattura etno-linguistica e religiosa tra la maggioranza della popolazione di etnia Singalese e religione Buddista (Theravada) e la minoranza Tamil, diffusa anche nell’India meridionale e di religione induista. I due gruppi sono molto sbilanciati in quanto a popolazione (75% contro 11%) ma fino agli anni della colonizzazione erano convissuti pacificamente, sia tra di loro che con le altre minoranze cristiane e musulmane dell’isola.

All’origine delle ostilità troviamo il nazionalismo Singalese, che nasce alcuni anni prima dell’indipendenza del 1948. Questo si sviluppò in contrasto con la discriminazione subita da parte dei coloni britannici e fu di fatto uno dei principali motori della stessa lotta per l’indipendenza nazionale, ma finì con l’investire i Tamil una volta che gli europei lasciarono il paese.

Quando presero il controllo dell’isola nel 1798, infatti, i coloni vi fecero immediatamente trasferire circa un milione di indiani Tamil, per impiegarli nelle piantagioni di thè e caffè che installarono nel Nord del paese, dove già esistevano da secoli alcune loro piccole comunità. Vista la loro conoscenza della lingua inglese e dell’amministrazione coloniale, provenendo da un’area già sotto il controllo britannico, questi vennero anche utilizzati come funzionari e mediatori governativi. Questo fatto li renderà invisi al resto della popolazione, con un meccanismo simile a quello che agì tra le popolazioni Hutu e Tutsi ruandesi a causa dei coloni belgi.

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Gli inglesi lasciarono in eredità alla colonia un sistema politico simile al loro, che comprendeva un sistema elettorale maggioritario. Vista la schiacciante maggioranza demografica, quindi, il gruppo Singalese-Buddista non tardò a prendere il completo controllo politico del paese e i primi governi, spinti dal fervente nazionalismo, agirono come se volessero “vendicare” le ingiustizie della colonizzazione.

La discriminazione sistematica dei Tamil iniziò presto e colpì duramente la comunità. Se già nei primi anni dell’indipendenza gli agricoltori Tamil vennero privati della cittadinanza e dei diritti di proprietà sulla terra, l’apice si raggiunse con l’Atto di Lingua Ufficiale del 1956, che imponeva lingua e alfabeto Singalesi a tutta la popolazione. Il buddisrmo theravada divenne inoltre la religione ufficiale del paese.

Queste misure servivano soprattutto a compattare il blocco etno-linguistico maggioritario per creare supporto per la nuova elite, ma per la loro durezza e rapidità (circa due anni) accesero fortissimi sentimenti di odio etnico da entrambe le parti.

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Colpiti in questo modo i Tamil si organizzarono in un partito, anche perchè alle leggi del 1956 seguirono immediatamente delle sommosse popolari dirette verso di loro. I Tamil chiedevano sostanzialmente una devolution per poter sopravvivere alla “guerra” culturale ma queste istanze cadevano sistematicamente nel vuoto. Da allora in poi la violenza politica crebbe progressivamente, e molte frange più estreme dei Tamil ricorsero alla lotta armata pur di farsi ascoltare.

Tra questi gruppi emersero le Liberation Tigers of Tamil Ealam (LTTE), determinate a creare uno Stato nazionale indipendente nel territorio nord-orientale del paese (appunto l’Ealam), dove i Tamil erano più concentrati. Il gruppo nacque nel 1972 e da subito guadagnò un certo consenso tra la popolazione.

La situazione degenerò definitivamente nel 1983, quando le Tigri uccisero 13 soldati in un’imboscata e, spinte dall’odio (oltre che istigate dagli ufficiali e dai militari), folle singalesi armate attaccarono indiscriminatamente famiglie e villaggi Tamil in tutto il paese. Questi veri e propri pogrom avvennero sotto gli occhi della polizia e delle autorità, e secondo le stime causarono circa 3.000 vittime oltre che creare 100.000 sfollati. La guerra civile era iniziata.

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L’esercito stesso colpì spesso i civili Tamil in episodi di terrorismo di Stato, finendo con lo spingere talmente tante persone ad unirsi alle fila delle Tigri da renderle in grado di contrattaccare. Anche l’intervento del governo indiano fu cruciale: nel tentativo di fermare il massacro della popolazione Tamil, in un primo momento Nuova Delhi fornì armi e supporto politico al gruppo armato, sperando che questo potesse resistere e giungere a una trattativa capace di fermare le violenze invece di essere semplicemente spazzato via.

Le Tigri diventarono così un esercito determinato e organizzato e presero di fatto il controllo dell’area dell’Ealam, diventando l’autorità statale di quei luoghi. Gli scontri lungo il confine furono molto duri, seppur intermittenti, e a complicare la situazione contribuì l’invio di una forza di peacekeeping dall’India, che ormai aveva smesso di supportare le Tigri e premeva anche su esse per un cessate il fuoco.

Le Tigri, consapevoli della loro debolezza militare ricorsero a tecniche non-convenzionali come gli attacchi suicidi (furono loro a inventare la cintura esplosiva) e colpirono spesso lo Sri Lanka fino nella sua capitale Colombo. Nel 1991 venne addirittura ucciso in questo modo il primo ministro indiano Rajiv Ghandi, colpevole agli occhi delle Tigri di averli traditi mandando la forza di interposizione.

Si giunse finalmente ad un accordo preliminare tra le Tigri e Colombo solo nel 2002, dopo l’ennesima stagione particolarmente violenta di scontri aperti e attentati suicidi. Le parti si indirizzarono verso la conversione dello Sri Lanka in uno Stato federale, grazie alla rinuncia delle Tigri alla sovranità sul territorio da loro controllato, ma trattativa non giunse mai ad una vera conclusone. A causa delle pressioni dei gruppi estremisti di entrambe le parti, infatti, non si giunse che ad una semplice tregua, tra l’altro instabile e continuamente violata, essendo impossibile un accordo più ampio.

La guerra si è ufficialmente conclusa nel maggio 2009 con la sconfitta militare delle Tigri e la riconquista del loro territorio da parte dell’autorità statale, che ancora oggi occupato dall’esercito e governato con la legge marziale.

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Durante il regime di Rajapaksa è mancato il necessario processo di riconciliazione tra le due parti un tempo in guerra e il paese è diventato di fatto una democrazia illiberale, etnocentrica e nazionalista, dove la discriminazione dei Tamil è ritornata una faccenda quotidiana e parlare dei massacri a cui sono stati sottoposti è rimasto un tabù.

Manca infatti tutt’ora una seria presa di coscienza del governo di Colombo sui pogrom del 1983, sugli anni della guerra e sui massacri delle “no fire zones” del 2009, forse l’evento più inquietante dell’intero conflitto. Durante la riconquista militare del territorio dell’Ealam, decine di migliaia di persone si trovarono sfollate e costrette a fuggire dagli scontri armati e dai bombardamenti e l’esercito governativo colpì volontariamente i civili in fuga, arrivando anche a dichiarare alcune zone come sicure dal conflitto solo per poi colpirle deliberatamente con colpi di mortaio e di artiglieria.

Nel dantesco esodo da una “No fire zone” all’altra morirono tra 40.000 e 70.000 Tamil (a seconda delle stime), a cui vanno sommate migliaia di soldati delle Tigri giustiziati sommariamente dai militari in avanzata. L’uccisione di civili e quella dei prigionieri sono crimi di guerra e crimini contro l’umanità, e non a caso mentre avveniva questo massacro giornalisti e funzionari internazionali che avrebbero potuto assistervi vennero allontanati dal paese con la forza.

Una cruda testimonianza di questi eventi è il documentario “No fire zones” del regista Callum Macrae, uscito nel 2014.

 

In mancanza di qualsiasi tentativo di riconciliazione la frattura tra quelli che furono i due fronti della guerra non potrà solo peggiorare. I rancori del conflitto e dell’ingiustizia causata dalla mancanza di presa di coscienza ufficiale da parte delle autorità, oltre che di una verità dei fatti da opporre alla propaganda incrociata dei due blocchi, creano un terreno fertile per il rafforzarsi delle istanze massimaliste basate sull’odio e la “cultura del nemico”.

Una riprova di questo è il rinnovato estremismo Singalese, che guidato dai monaci buddisti e dai nuovi partiti nazionalisti sta raccogliendo molti sostenitori e ha già causato decine di aggressioni e sommosse ai danni dei villaggi Tamil, in un macabro deja-vu degli anni prima del conflitto. Questi attacchi avvengono con l’acquiescenza (se non la partecipazione) dei militari di stanza nell’Ealam, che hanno anche minacciato e aggredito i giornalisti che cercano di documentare questi episodi.

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Le speranze sono ora riposte nel presidente Sirisena, che però non ha ancora dato alcun segnale positivo. Lui stesso fu uno dei protagonisti della guerra del 2009 (ministro dell’agricoltura e poi sostituto di quello della difesa) e, seppur moderato, proviene dallo stesso partito di Rajapaksa.

Durante il suo mandato egli non ha cercato in alcun modo di fermare le nuove persecuzioni degli estremisti singalesi e anzi ha accuratamente evitato qualsiasi ammorbidimento della narrativa per cui tutte le colpe del conflitto gravano sulle Tigri Tamil. Ad oggi, ed è passato un anno intero, manca ancora qualsiasi dichiarazione pubblica sulle terribili azioni dell’esercito e, inoltre, non si è nemmeno arrestata la politica di migrazione interna tra le due aree, avviata appena terminato il conflitto per “mescolare” le due popolazioni e disinnescare qualsiasi pretesa territoriale Tamil.

Cosa attende lo Sri Lanka nell’immediato futuro è tutto da vedere ma non sembra promettere nulla di buono. Servirà molto tempo e una politica coraggiosa per sfuggire dal ricatto dei gruppi estremi e muoversi finalmente nella direzione della coesione sociale e scongiurare un nuovo esplodere della tensione interna. Figure in grado di fare ciò sembra debbano ancora emergere e questo mette in pericolo l’avvenire dei Tamil, che rischiano di dover scegliere tra doversi sommare alla diaspora dei loro concittadini fuggiti dalla guerra o vivere un’esistenza precaria e marginale.

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Numeri della diaspora Tamil

 

 

Fonti e Approfondimenti:

No fire zone: the killing fields of Sri Lanka” – documentario sui massacri del 2009 di Callum Macrae

http://foreignpolicy.com/2014/05/19/five-years-after-illiberal-democracy-and-potemkin-peace-in-sri-lanka/

http://foreignpolicy.com/2015/03/12/stalling-justice-in-sri-lanka/

http://www.economist.com/blogs/banyan/2014/03/sri-lanka-after-war

http://foreignpolicy.com/2013/11/07/the-end-of-indias-sovereignty-hawks/

http://thediplomat.com/2015/01/sri-lanka-a-surprising-blow-for-democracy/

http://www.un.org/News/dh/infocus/Sri_Lanka/POE_Report_Full.pdf

http://www1.american.edu/ted/ice/lanka-climate.htm

http://thediplomat.com/2016/01/sri-lanka-the-persecution-of-tamils-continues-under-sirisenas-watch/

https://www.theguardian.com/world/2013/sep/03/sri-lanka-slaughter-no-fire-zonehttps://www.theguardian.com/world/2013/sep/03/sri-lanka-slaughter-no-fire-zone

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