Rivolte, esecuzioni e scontri tra gang rivali: ecco cosa sta succedendo nelle carceri brasiliane

L’inizio del 2017 ha visto crescere enormemente la tensione all’interno delle carceri brasiliane.  In poco più di un mese le proteste, i tentativi di rivolta e gli scontri tra gang rivali hanno lasciato sul terreno più di centoventi morti, a segnalare una crisi del sistema penitenziario senza precedenti.

I numeri sono impressionanti se si considera che nel 2016 le vittime totali erano state “solo” 372. 

Il primo episodio di violenza si è verificato nella notte tra il primo e il due di gennaio nel Complesso Penitenziario Anísio Jobim (Compaj), situato nella zona rurale di Manaus, poco a nord del Rio Grande. In questo caso l’attacco è stato effettuato da esponenti della Família do Norte (FDN) contro sostenitori del  PCC (Primeiro Comando da Capital):  56 i morti.

Il 2 e il 4 gennaio sono rispettivamente quattro e due le vittime degli scontri. Nel primo caso, sempre a Manaus, è la Unidad Prisional do Puraquequara (UPP) ad aver gestito la sollevazione per, dicono gli inquirenti, creare una cortina di fumo che permettesse il regolamento di conti tra bande.

Trentatré persone muoiono, invece, il 6 gennaio nella seconda peggiore mattanza dall’inizio del 2017. Questa volta ci troviamo in un carcere di Boa Vista, nello Stato di Roraima. Le cause del massacro sono ancora tutte da chiarire, ma gli investigatori puntano il dito contro i leader del PCC .

Arriviamo così  alla notte tra il 14 e il 15 gennaio quando, nella città di Natal, lo scontro tra i detenuti porta alla morte di 26 persone.

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La situazione delle carceri brasiliane non è mai stata delle migliori, ma le rivolte iniziate un anno fa hanno riportato alla mente dei cittadini le terribili immagini del 1992, quando nella prigione di San Paolo, Carandiru, vennero uccisi 111 detenuti a seguito di un tentativo di rivolta.

I primi episodi di questa nuova ondata di violenza  sono cominciati fuori dalle carceri, per mano dell’organizzazione criminale Sindacato do Crime (SDC). 

Il SDC è un gruppo nato a cavallo tra il 2012 e il 2013 dai dissidenti del Primeiro Comando da Capital (PCC),  la principale organizzazione criminale brasiliana fondata sulla volontà di garantire protezione e stipendio ai detenuti dentro e fuori dal carcere. Il sostentamento del PCC, neanche a dirlo, viene dal traffico di armi e droga.

Visioni distinte dell’ortodossia criminale hanno portato il SDC a creare un proprio codice di comportamento, che consta di 17 articoli e che gli associati devono rispettare pena l’esclusione o peggio. Tra queste regole c’è il divieto di assumere crack, di essere omosessuali e di stuprare le donne. Il Sindicato do Crime ha al suo interno una delegazione che funziona da tribunale giudicante per chi infrange tali leggi.

La scissione ha portato il PCC a ingaggiare una guerra asprissima con il SDC per la gestione del mercato delle carceri.

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Ma quali sono stati i fattori che maggiormente hanno inlfuenzato questo clima rovente?

Vediamoli insieme:

  • Il primo fattore ad aver contribuito all’aumento della tensione nelle carceri brasiliane, è senza dubbio il sovraffollamento. Con l’ampliamento delle leggi (e della repressione) nei confronti dei signori della droga e dei loro affiliati, si è arrivati a una situazione disperata: solo nel carcere dello stato di Roraima ci sono 1.400 persone dove dovrebbero essercene esattamente la metà; questo carcere, lo ricordiamo, è stato il teatro della mattanza che a gennaio ha visto morire 33 persone per uno scontro tra gang rivali, difficilmente separabili in un ambiente stracolmo.
  • Il secondo elemento ad aver concorso al ritorno della violenza è la fine della tregua tra due delle più potenti bande del paese. Fino a poco tempo, il Primeiro comando da capital, di São Paulo, e il Comando Vermelho, di Rio de Janeiro, collaboravano per garantire il commercio di droga e armi nelle città e oltre i confini del Brasile. Da qualche tempo, probabilmente a causa della spartizione dei territori, la pace è stata interrotta e gli scontri sono ripresi. Così va registrato il fatto che adesso vi sono migliaia di persone, appartenenti a entrambe le bande, che dopo essere stati arrestati     dividono i centri di reclusione, sovraffollati, portando lo scontro all’interno.
  • Il terzo fattore fondamentale è sicuramente la mancanza di risorse. Nelle carceri brasiliane, specialmente in quelle degli stati del nord, sono assenti i più elementari sistemi di controllo: metal detector, braccialetti elettronici e dispositivi per bloccare il segnale telefonico sono tutt’ora negligenti; per non parlare della situazione delle guardie carcerarie, mal addestrate e sottopagate, che si trovano a dover affrontare detenuti che non hanno più niente da perdere e che, spesso e volentieri, si trovano in abbondante superiorità numerica rispetto ai tutori della legge. Il governo brasiliano ha dichiarato di voler finanziare un ammodernamento dei mezzi e degli istituti carcerari; ma per fare ciò servono soldi, e il Brasile (che si trova nella peggiore recessione degli ultimi decenni e con la spesa pubblica bloccata per i prossimi vent’anni) non ne ha.

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Un altro tipo di carcere è possibile:

In un contesto come quello delle carceri brasiliane ci sono comunque delle realtà che fanno di tutto per cambiare le cose: stiamo parlando delle Associazioni di Protezione e Assistenza ai Condannati (APAC). 

Le APAC si occupano di gestire carceri di piccole dimensioni senza l’aiuto di guardie carcerarie o di armi, dedicandosi esclusivamente alla riabilitazione del detenuto in quanto essere umano e non del detenuto in quanto criminale. All’interno di queste strutture i “recuperandi” (questo l’appellativo dato alle persone recluse in carcere) vengono chiamati per nome e si prodigano in prima persona per il recupero degli altri detenuti e per la gestione dello spazio.

L’obiettivo delle APAC è di scommettere tutto sulla voglia di libertà di persone private della libertà. Una filosofia d’azione ben spiegata dal motto che giganteggia su ognuna di queste piccole carceri autogestite:“Qui entra l’uomo, il delitto resta fuori”. Disciplina, lavoro, famiglia, educazione, spiritualità sono alcuni dei punti di metodo attraverso il quale si cerca di fare emergere il valore e la radice positiva di ogni uomo, anche di chi si è macchiato di delitti atroci.

A collaborare alla riabilitazione, oltre gli stessi prigionieri, vengono coinvolte anche le loro famiglie, coadiuvate dai volontari delle associazioni. 

L’efficacia del metodo innovativo promosso dalle APAC è sotto gli occhi di tutti: l´indice di recidiva si è attestato intorno al 20-30%, mentre nelle carceri convenzionali siamo al     70-80%; inoltre, da quando questo sistema è stato creato 40 anni fa, non ci sono mai stati focolai di rivolta e i tentativi di fuga si possono contare sulle dita di una mano.

In Brasile, ad oggi, operano circa 50 APAC che si occupano di oltre 3.000 detenuti.

Pur non rappresentando la soluzione al problema brasiliano (o a quello del sistema penitenziario in generale), queste associazioni dimostrano che un’alternativa percorribile esiste e va provata. Anche l’Unione Europea, attraverso l’AVSI, sostiene da circa dieci anni la strada intrapresa dalle APAC, promuovendo il consolidamento e l´espansione di questo metodo nel mondo.

FONTI

http://www.prisonstudies.org/world-prison-brief-data

http://www.bbc.com/news/world-latin-america-38534769

http://www.diariolasamericas.com/america-latina/en-16-dias-enero-siete-motines-han-dejado-120-muertos-carceles-brasil-n4112470

http://www.eluniverso.com/noticias/2017/01/16/nota/6001471/brasil-reporta-nueva-revuelta-carcel-donde-murieron-26-internos-fin

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