La nazione come la vorrebbe l’AfD

Ringraziamo la Süddeutsche Zeitung per la possibilità dataci di tradurre e pubblicare il loro articolo “Das Land, das die AfD anstrebt“. 

Traduzione di Serena Montagnani.

Il trionfo sfiorato l’anno scorso dall’FPÖ (il Partito Liberale dell’Austria) mostra che il populismo di destra può facilmente sfociare in un problema esistenziale. In Germania l’AfD sogna di riportare le lancette indietro al 1955.

Quanto di ciò che è successo in Austria potrebbe riproporsi anche in Germania? Dopo la sconfitta di stretta misura riportata dal candidato di estrema destra alle presidenziali austriache, si specula circa la possibilità che analoga minaccia possa palesarsi anche in Germania. Il partito tedesco AfD (Alternativa per la Germania) è certamente ancora lontano dal raggiungere i consensi mietuti dalla FPÖ in Austria, ma le sue idee non sono meno reazionarie di quelle avanzate dai liberali, e quindi, purtroppo, altrettanto ammalianti.

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Con le sue linee programmatiche l’AfD sogna di tornare alla Germania del 1955, ben distante dalla moderna democrazia e dall’aperta società tedesca e propone un’immagine del tutto reazionaria: la Germania, una grande nazione al centro dell’Europa, ma isolata. Una nazione con un grande esercito, ma senza alleanze. Una Germania in cui la cucina è di nuovo appannaggio solo femminile, dove si parla, si legge e si canta esclusivamente in tedesco, dove i canali televisivi tedeschi ARD e ZDF imperniano le proprie trasmissioni sulla felicità matrimoniale e familiare e, ancor meglio, dove l’emittente radiofonica pubblica viene soppressa. Idee “dettate dalle mode di passaggio”, come la salvaguardia della natura e la questione del gender, restano fuori.

La nazione che vorrebbe l’AfD non è senz’altro la Germania liberale di oggi.

Lo si capisce chiaramente già dal linguaggio impiegato. Un nuovo sentimentalismo si fa strada nei discorsi politici, e non quello che accende l’entusiasmo per la politica, ma quello che sottolinea uno stato di cose negativo e un atteggiamento denigratorio nei confronti di coloro che la pensano diversamente. L’AfD si riallaccia con abilità a linee tradizionaliste anti-moderne. L’inuguaglianza sociale è solo strumentalizzata, ma non contrastata sul piano politico. Per non parlare dell’opera di denegazione dei diritti in uno stato di diritto, che (a loro dire) ovunque causa soltanto vittime. La nuova destra definisce la propria posizione politica sulla base dell’affermazione di un’unità etnico-popolare. Attraverso questo tipo di inclinazione a fare branco si tenta di creare uno spirito comunitario retrogrado, dove il singolo e i suoi diritti perdono ogni connotazione.

Le altre culture non si attagliano alla “razza tedesca”

Il termine “tedeschi” è da ascrivere a quella che è vista come la cultura dominante tedesca. L’apertura al mondo e l’internazionalizzazione vengono denigrate come una lenta erosione della cultura europea. Agli “stranieri” è negata ogni possibilità di integrazione. Il concetto di integrazione è contestato già come principio in sé: altre religioni, culture o lingue non vanno bene per la “germanicità” o per la “razza tedesca”.

Secondo questa visione la nazione si sovrappone allo Stato. Sempre secondo questa visione vanno ripristinati gli ideali (seppur non precisamente definiti) di popolo e nazione. È la discendenza e non la cittadinanza che caratterizza un popolo; chi non ne fa parte non ha alcun diritto. La tutela delle minoranze sulla scorta dei diritti civili, senza la quale la mera decisione della maggioranza diverrebbe dittatura, non rientra negli ideali dell’AfD. La salvaguardia della sovranità nazionale è logica conseguenza e portato dell’identità nazionale. L’affinità al sistema autocratico è palese.

Nella costruzione dell’identità della AfD emerge in misura evidente la tradizione anti-moderna; il partito si identifica nella tradizione della costituzione del 1848 ovvero del 1871 o, ancora, in quella del 1919, ma non nell’attuale Legge Fondamentale tedesca. La democrazia parlamentare è liquidata come sistema debole e i parlamentari come individui mossi soltanto da interesse. L’apertura della cultura tedesca appare in tal senso come uno stato di caotico scompiglio imposto dalle potenze occidentali alla fine della seconda guerra mondiale.

Se fosse per l’AfD i diritti civili spetterebbero solo ai “veri tedeschi”

Stando all’AfD l’Islam non deve far parte della Germania. Oltre a concrete rivendicazioni come il divieto di minareti e burka, l’AfD diffama la costituzione (Legge Fondamentale) e la libertà garantita nelle pratiche religiose. Nel proprio programma il partito asserisce che la libertà di culto non può essere accordata senza alcuna limitazione, come invece sancito dal diritto vigente. Persino il concetto cristiano di tolleranza viene negato in toto, in quanto l’Islam in fin dei conti non collimerebbe con lo spirito della Legge Fondamentale.

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Nella politica sociale l’ideologizzazione di razza e popolo viene esasperata. Le donne di origine tedesca devono avere più figli, in modo da tornare a porsi come zoccolo duro della politica sociale. La differenza tra i sessi voluta dalla natura, i valori morali tradizionali e il ruolo diverso di uomini e donne sarebbero ben più che un riesumare di vecchi valori alla naftalina dal vecchio baule degli anni Cinquanta.

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Particolarmente delicati sono i passaggi che puntano contro l’ordine costituzionale tedesco. La rivendicazione alla così detta “grande liberazione per la sicurezza politica” può essere intesa solo come un attacco allo Stato di diritto. Nella miglior tradizione, come quella di un certo Carl Schmitt, si grida allo “stato d’eccezione” nel diritto penale per persone identificate come “nemici” e che, quindi, devono scontarla in termini di diritti civili. Secondo l’AfD, diritti civili come autodeterminazione nell’informazione, privacy e diritto di riunione spettano soltanto ai “veri tedeschi”; una visione inconciliabile con la costituzione tedesca che afferma che tutti gli uomini sono uguali davanti alla legge.

Per il partito la paura non pone alternative

L’AfD sul piano programmatico offre più che uno schermo su cui proiettare e visualizzare appieno insoddisfazioni, preoccupazioni e paure; queste infatti vengono sfruttate, riproiettate e sapientemente ingigantite. Per l’AfD la paura non ammette alternative, è la paura che si autoalimenta.

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La questione su come i partiti democratici affronteranno questo attacco frontale alla nostra democrazia resta controversa. Ciò è anche dovuto, forse, al fatto che la democrazia non statuisce verità assolute: “il conflitto è libertà”, come postulò Ralf Dahrendorf. Il populismo di destra ha abbracciato nel proprio programma l’idea di combattere contro questo tipo di libertà. Proprio quello che altri definiscono come portato del pluralismo, per il suddetto partito è la più grave delle minacce. Logico pendant della statuizione delle verità assolute è una pretesa di assolutezza estranea alla nostra democrazia. Tuttavia questa fondamentale diversità di opinioni concernenti la politica non ci è nuova: il populismo di destra remerà sempre contro la libertà, le posizioni illuminate e contro una società aperta.

Ragion per cui i populisti di destra devono essere combattuti in modo chiaro e connotato in termini di contenuti. L’inconciliabilità con i nostri valori deve essere evidenziata proprio sulla base dei contenuti esposti dall’AfD. Chi non li affronta, spiana loro l’accesso ai ceti medi. In ogni caso l’Austria mostra in che modo il populismo di destra può facilmente sfociare in un problema esistenziale.

 

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