Fatah e Hamas parte #1: il conflitto interno

Il Cairo, 12 ottobre 2017: le due più importanti fazioni politiche palestinesi, Fatah e Hamas, firmano un accordo di riconciliazione. Non è la prima volta che le due raggiungono un’intesa, ma nei passati dieci anni ogni tentativo di riappacificazione si era sempre poi concluso con un nulla di fatto. Oggi le rispettive delegazioni si dicono pronte a collaborare in nome di una comune identità e un comune destino che lega tutti i territori palestinesi; tuttavia, rimangono ancora da negoziare alcuni aspetti di non poco conto, sui quali dipenderà l’effettivo successo di questo ultimo tentativo.

Dei molti movimenti di cui si compone il panorama politico palestinese, Fatah e Hamas ne sono gli attori principali. Dal 2007, dopo il conflitto civile, amministrano rispettivamente e in modo indipendente la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. In questo primo articolo verranno delineate le principali caratteristiche dei due e i momenti salienti che hanno portato alla situazione odierna, in modo da contestualizzare l’accordo e capirne anche i punti più critici (parte 2).

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La firma dell’accordo

Fatah

Fatah, organizzazione laica nata nel 1959 grazie alla volontà di un gruppo di attivisti palestinesi, tra cui Arafat, ha costituito per anni il caposaldo della causa nazionalista palestinese. Inizialmente il suo scopo era quello di promuovere lo scontro armato contro Israele e la creazione di uno stato palestinese indipendente. Nel 1964 entrò a far parte dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), fondata in quell’anno a seguito della volontà degli stati arabi di creare un gruppo riconosciuto a livello internazionale che rappresentasse il popolo palestinese. Fatah ne divenne poi il membro principale a partire dal 1967, a seguito della disfatta della Guerra dei Sei Giorni e la conseguente perdita di credibilità dei paesi arabi coinvolti nell’OLP; durante i successivi anni si impegnò a combattere Israele attraverso operazioni militari e attacchi ai civili.

La situazione politica cominciò a cambiare nel 1988, a seguito delle tensioni causate dallo scoppio della Prima Intifada, ovvero le rivolte palestinesi contro l’occupazione da parte israeliana di Cisgiordania e Striscia di Gaza. Fatah, tramite l’OLP, iniziò a negoziare con Israele e i due siglarono infine, nel 1993, gli accordi di Oslo, che costituiscono il primo passo di un processo di pace con obiettivo la risoluzione del conflitto arabo-israeliano. In quel momento le due entità si riconobbero mutualmente e venne creata l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), un organismo politico che avrebbe dovuto amministrare in modo provvisorio parte dei territori occupati, in attesa di un accordo di pace definitivo.

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Rabin, Bill Clinton e Arafat agli accordi di Oslo

L’OLP e l’ANP rimangono tutt’ora due entità separate, anche se Fatah resta il principale attore in entrambe. La prima è formata da una serie di organizzazioni e movimenti laici nati nel corso degli anni ed è stata riconosciuta come membro osservatore all’ONU – dal 2012 con il nome di Palestina; la seconda, invece, ha poteri limitati che riguardano sostanzialmente gli affari interni e possiede un organo legislativo, il Parlamento, che viene eletto dai cittadini.

Hamas

Sotto le pressioni della Prima Intifada nacque anche Hamas (Movimento Islamico di Resistenza) come braccio operativo dei Fratelli Musulmani nei territori palestinesi. Originariamente gli obiettivi dell’organizzazione erano due: la promozione di diversi programmi di previdenza sociale a favore della popolazione e lo scontro armato contro Israele fino alla sua totale distruzione attraverso la sua ala militare, le Brigate Izz ad-Din al-Qassam. Successivamente, dopo la fine della Seconda Intifada dei primi anni 2000, cominciò a prendere parte nella vita politica palestinese. Nel frattempo gli insediamenti israeliani dentro la Striscia di Gaza vennero smantellati e le forze armate si ritirarono, lasciando il territorio interamente sotto il controllo dell’ANP, ad esclusione degli spazi aereo e marittimo.

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Fonte: AJ+

Nel 2006 Hamas partecipò alle elezioni legislative dell’ANP, riscontrando un enorme successo: ottenne infatti il 44% dei voti, mentre Fatah solo il 41%, per cui avrebbe dovuto detenere 76 dei 132 seggi del Parlamento. Ma il risultato era problematico: Hamas continuava a rifiutarsi di accettare gli accordi presi tra i leader palestinesi e israeliani e l’esistenza stessa dello stato ebraico, continuando ad invocare la creazione di uno stato palestinese islamico; le tensioni con Fatah continuarono a crescere sino a sfociare in un conflitto civile armato.

Questo terminò nel 2007 con la cacciata di Fatah da Gaza e l’assunzione del controllo totale da parte di Hamas della Striscia – nel frattempo isolata politicamente, economicamente e diplomaticamente da una parte della comunità internazionale che non aveva riconosciuto i risultati delle elezioni.

L’embargo

Da allora l’ANP controlla solamente i territori in Cisgiordania, mentre Hamas domina ogni aspetto della vita nella Striscia di Gaza: l’educazione, l’amministrazione degli ospedali e del sistema sanitario, la riscossione delle tasse, la sicurezza e il controllo dei confini con Israele e Egitto. L’organizzazione si rifiuta di porre fine al conflitto, e anzi, ha compiuto diversi attentati suicidi e attacchi missilistici potenzialmente in grado di raggiungere le principali città israeliane.

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Le potenzialità dei missili in possesso di Hamas: non solo le aree limitrofe al confine, ma anche le città principali di Israele. Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=EnPzCWXQhMY

Dal 2007, quindi, Gaza è anche sottoposta a un blocco da parte di Israele ed Egitto, con il duplice obiettivo di indebolire politicamente Hamas e di impedire che questo possa rifornirsi del necessario per portare avanti le ostilità contro lo stato ebraico. La Striscia è chiusa da mura difensive, in cui sono rimasti aperti solo pochi punti di accesso, e da una buffer zone, ovvero un’area cuscinetto interna inaccessibile ai palestinesi; l’aeroporto internazionale distrutto durante i conflitti non è più stato ricostruito e le acque territoriali accessibili alla pesca sono sempre più ridotte vicino alla costa.
Il blocco regola e limita l’arrivo di cibo, acqua, elettricità, gas, materiali per le costruzioni e altri beni; Israele vieta l’ingresso di molti prodotti e regola severamente i flussi in entrata di altri.

In risposta all’embargo, sul confine egiziano sono stati costruiti molti tunnel sotterranei attraverso cui vengono fatti entrare nella Striscia prodotti di contrabbando: dai beni di prima necessità per la popolazione, come cibo e medicinali, ad armi dirette alle milizie presenti sul territorio.
Ed è proprio l’Iran ad essere ritenuto il maggior finanziatore e fornitore di armi di Hamas, nonostante per un certo periodo i contatti tra i due si fossero interrotti – probabilmente a causa della guerra in Siria e del rifiuto da parte dell’organizzazione di prendere le parti di Assad.

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Brigate Izz ad-Din al-Qassam

La situazione che si è andata delineando nel tempo ha causato molti problemi: Gaza sopravvive in perenne crisi umanitaria e il processo di pace si è arrestato. Israele vede con un occhio sempre più scettico il susseguirsi degli eventi e la possibilità di negoziare una soluzione a due stati.

Fonti e approfondimenti:

https://www.vox.com/cards/israel-palestine/gaza-israel-hamas-2104

https://www.vox.com/2014/7/16/5904691/hamas-israel-gaza-11-things

http://www.bbc.com/news/world-middle-east-13338216

http://www.bbc.com/news/world-middle-east-13331522

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