Sri Lanka: l’estremismo buddhista anti-musulmano

Dallo scorso maggio la tensione tra gruppi etnico-religiosi in Sri Lanka sta di nuovo salendo. Come avvenuto nelle tristemente note dinamiche del vicino Myanmar, alcune frange estreme del buddhismo nazionalista hanno lanciato una violenta campagna d’odio contro la minoranza musulmana del Paese, che ha già fatto morti e feriti.

I responsabili di questa ondata di violenza sono gli esponenti del Bodu Bala Sena (Forza d’Azione Buddhista), un gruppo religioso nazionalista e radicale con a capo dei monaci bhuddisti Theravada, la corrente spirituale prevalente di Sri Lanka, Myanmar e Thailandia. Dalla sua costituzione nel 2012 il gruppo si è reso responsabile di una propaganda feroce diretta contro la minoranza musulmana dell’isola, sfociata in gravi episodi di violenza in molte città.

Negli ultimi sei anni questa dinamica si è ripresentata ad ondate, con un picco nel 2014, quando una di queste campagne d’odio ha causato un vero e proprio assalto alle comunità musulmane nella città di Aluthgama, che ha causato 4 morti, 80 feriti e quasi 2.000 sfollati. Negli ultimi mesi la situazione sta di nuovo precipitando, sull’onda di altri eventi in corso nella regione. La violenza è ancora circoscritta e ha un modesto appoggio tra la popolazione, ma è significativa di alcuni  processi politici rischiosi per il Paese e l’Asia Meridionale in generale.

Per comprendere al meglio la situazione abbiamo bisogno di valutare tre aspetti cruciali che la caratterizzano: il contesto in cui avvengono le violenze, chi sono e cosa vogliono gli estremisti  e come stanno reagendo le istituzioni.

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Il contesto

In Sri Lanka la religione è strettamente collegata all’appartenenza etnica e linguistica, delineando tre diverse comunità abbastanza compatte che, soprattutto a causa dell’eredità delle politiche divisive dei coloni inglesi, a volte faticano a convivere pacificamente. Questo dipende molto dai rapporti economici e di potere tra i gruppi, motivo per cui le tensioni politiche tendono a riflettersi molto rapidamente nei rapporti tra le comunità del Paese.

Dei 22 milioni di abitanti dello Sri Lanka, circa il 75% appartiene alla comunità Singalese, di lingua sinhala e religione buddhista Theravada, che dopo l’indipendenza del 1948 ha preso stabilmente il potere politico che gli inglesi avevano in precedenza riservato alla minoranza Tamil. Questa rappresenta circa il 15% della popolazione, è diffusa anche in India, è prevalentemente di religione induista e ha una lingua propria. Fino apochi anni fa queste due comunità sono state protagoniste di una spietata guerra civile, che ha infiammato i rispettivi nazionalismi e, nonostante la tensione derivante dall’assenza di un vero processo di riconciliazione, i rapporti si stanno timidamente normalizzando.

La comunità musulmana dell’isola rappresenta circa il 9% della popolazione, è molto eterogenea in quanto erede di mercanti e altri immigrati giunti in epoche diverse, ma è percepita come un vero e proprio gruppo etnico dai connazionali. Sebbene spesso marginale, la comunità ha sempre convissuto bene con le altre due ma gli eventi in corso in Asia e nel mondo islamico hanno attirato su di essa un odio, che la politica non sta tardando ad alimentare.

I guai per i musulmani infatti sono iniziati quando nel 2012 sono giunte nel Paese le notizie delle violenze contro i buddhisti in Bangladesh, sull’onda delle quali i gruppi singlaesi radicali hanno costruito una forte propaganda contro le minoranze religiose, che non ha risparmiato nemmeno quella cristiana.

 

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Il buddhismo radicale

Il gruppo principale responsabile della propaganda e delle violenze contro i musulmani, lo abbiamo detto, è il Bodu Bala Sena: molti esponenti del gruppo sono impegnati nella diffusione di notizie e dati falsati riguardanti la presenza e le azioni dei musulmani in Sri Lanka, tanto sui media che nelle strade. La strategia è semplice ed efficace e consiste nel descrivere una jihad alle porte e indicare i musulmani del Paese come parte di essa, nonostante la completa infondatezza di entrambe le supposizioni.

Nella retorica dei militanti le loro azioni sono infatti dirette alla protezione del buddhismo in Asia, citando lo stesso slogan dei loro omologhi birmani, il Movimento 969. Non è un caso infatti che il Bodu Bala Sena stia stringendo forti legami con il fronte anti-musulmano del Myanmar e con il suo leader Ashin Wirathu, autodefinitosi più volte “il Bin Laden birmano”, vista l’utilità ai fini della propria propaganda religiosa del presentarsi come parte di un fronte multinazionale a difesa del buddhismo.

Le azioni dei nazionalisti religiosi singalesi sono state fino ad oggi decisamente meno eclatanti di quelle degli alleati, pesantemente coinvolti nella persecuzione dei Rohingya, ma la violenza ideologica delle due propagande integraliste è assolutamente paragonabile. Gli stessi attivisti di Bodu Bala Sena, tra l’altro, hanno attaccato mediaticamente e fisicamente il campo ONU stabilito a Colombo per ospitare i profughi Rohingya, entrando di fatto in quella questione al fianco dei loro alleati.

Dietro queste azioni non c’è solo l’odio etnico-religioso, ma un chiaro intento politico.

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Ashin Wirathu ospite della leaderhip del BBS

Il Bodu Bala Sena è infatti una secessione da destra  del Jathika Hela Urumaya (Partito dell’Eredità Nazionale), il partito nazionalista singalese al quale sta ora tentando di sottrarre parte dei voti. Il partito è stato parte del governo durante gli ultimi anni della guerra civile ma oggi, dopo che il calo della tensione interna ha indebolito le forze estremiste, è una forza molto marginale.

L’agenda politica del fronte relgioso ultra-nazionalista singalese è quindi chiara: capitalizzare la paura che la temuta crescita dei gruppi jihadisti suscita anche in Asia, aumentando il proprio consenso e di conseguenza il proprio peso politico. Che poi a farne le spese sia una comunità antica e integrata a quanto pare poco importa; come confermano gli eventi in Myanmar, l’accusa di terrorismo e di “invasione” ha un ascendente pericoloso in tutte le società in cui serpeggia il malcontento, e nelle mire dei clerici dovrebbe riportare il nazionalismo singalese-buddhista sullo scenario politico dello Sri Lanka.

La stessa scelta dei metodi violenti non è quindi casuale, dato che permette non solo di attirare a sè i soggetti più radicali, ma di alzare la tensione generale all’interno del Paese, in modo da legittimare il proprio ruolo politico di militanti e spingere l’elettorato verso posizioni polarizzate piuttosto che moderate.
Questa strategia politica è tipica dei gruppi terroristici: l’uso della violenza (fisica e verbale) conferma la dedizione alla causa di chi la pratica, impedendo di essere esclusi dal dibattito politico, oltre che intimidire gli oppositori e provocare le vittime, una cui reazione sarebbe poi pesantemente strumentalizzata dalla propaganda anti-musulmana.

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Galagoda Atte Gnanasara (leader del BBS) guida una manifestazione

La reazione dello stato

Le istituzioni sono state accusate di avere un atteggiamento poco deciso, nonostante la convivenza pacifica sull’isola fosse stato un tema centrale della scorsa campagna elettorale del 2015. La posizione della politica riguardo questi gruppi redicali sta però cambiando dopo che a seguito di quelle elezioni la presidenza è passata da Mahinda Rajapaksa a Maithripala Sirisena.

Nonostante appartengano entrambi allo Sri Lanka Freedom Party, infatti, i due rappresentano l’ala estremista e moderata dello stesso. Rajapaksa in particolare aveva dato un taglio molto autoritario alla sua leadership, costruita su un consenso creato soffiando sul fuoco della guerra civile e il nazionalismo che questa aveva ispirato. L’ex presidente non aveva fatto nulla per impedire la crescita dei gruppi radicali ma, anzi, ne aveva sfruttato l’ascendente per mantenere il potere, avviando una propaganda basata sull’identità singalese-buddhista, il tradizionalismo e l’unità dello stato.

Sirisena sta quindi cercando di invertire queste dinamiche ma lo sappiamo, la cultura e il funzionamento delle istituzioni cambiano più lentamente dei presidenti. Lo stato sta reagendo come può agli estremisti, impedendo le manifestazioni e arrestando i militanti che commettono crimini ma, a causa del recente passato, spesso mancano gli strumenti legislativi per fare tutto ciò e i leader estremisti fino ad ora hanno agilmente evitato il carcere. Vi sono poi degli ostacoli politici e sociali che impediscono provvedimenti decisivi.

Le azioni delle autorità, è importante ricordarlo, sono minate nell’efficacia dallo stesso essere monaci dei leader dei radicali, oltre che dai loro metodi terroristici. Da un lato il gruppo minaccia ritorsioni ancor più gravi verso i musulmani in caso di arresto dei propri dirigenti o scioglimento del partito, dall’altro un’azione su vasta scala contro un movimento religioso, per quanto motivata, rischierebbe di spaccare e polarizzare ancora di più l’opinione pubblica del paese.

L’appartenenza religiosa è un forte collante sociale, soprattutto in società in cui è molto legata all’identità individuale, e quindi un intervento troppo deciso in questa sfera, per quanto necessario e giusto, potrebbe avere delle conseguenze imprevedibili e sgradevoli. Le autorità di fatto stanno quindi temporeggiando, ma il crescere della tensione e della pressione internazionale potrebbero presto spingerle all’azione.

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Rajapaksa (a sinistra) e Sirisena (a destra)

 

 

Fonti e Approfondimenti:

https://www.trackingterrorism.org/group/bodu-bala-sena

http://www.bbc.com/news/world-asia-42038081

http://www.aljazeera.com/news/southasia/2014/09/buddhist-monk-fight-jihad-threat-asia-2014928153512953861.html

https://www.trtworld.com/opinion/the-dangers-of-ignoring-anti-muslim-violence-in-sri-lanka-12448

https://www.colombotelegraph.com/?s=Galagoda+Atte+Gnanasara

https://thediplomat.com/2017/06/mounting-religious-violence-in-sri-lanka/

 

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