Lo Zimbabwe si prepara alle prime elezioni post Mugabe

Il prossimo 30 luglio si terranno in Zimbabwe le prime elezioni presidenziali post Mugabe. L’ex presidente è stato spodestato dal suo ruolo nel novembre scorso, dopo 37 anni al potere, da un colpo di stato militare. Nessun altro prima di novembre aveva governato lo Zimbabwe indipendente. Proprio per questo il popolo, le forze politiche di opposizione e l’opinione pubblica internazionale hanno grandi aspettative riguardo le imminenti elezioni. 

Dopo la caduta forzata di Robert Mugabe, il suo posto è stato preso da una delle persone – fino ad un certo momento – a lui più fedeli, Emmerson Mnangagwa. Questi era stato licenziato dal ruolo di vicepresidente poco prima del golpe da Mugabe stesso, mossa studiata a puntino per dimostrare il suo patteggiamento per la fazione della moglie Grace. Il partito di governo, ZANU-PF, è infatti spaccato tra i sostenitori di Grace, del gruppo G-40, e i sostenitori dell’attuale presidente, che formano il Lacoste Group. 

Alle prossime elezioni le due maggiori forze a scontrarsi saranno ZANU-PF, il cui candidato presidente resta Emmerson Mnangagwa, e il Movement for Democratic Change – Tsvangirai, nemico storico di ZANU-PF, capeggiato, come suggerisce il nome, da Morgan Tsvangirai fino alla sua morte, avvenuta lo scorso febbraio. Il suo posto è stato ora preso da Nelson Chamisa.

Entrambi gli schieramenti hanno giudizi molto duri nei confronti di Robert Mugabe: se ZANU-PF rinnega il suo fondatore accusandolo di aver “rubato il futuro ai giovani” e rischiato di far scivolare “lo Zimbabwe nel Medioevo”, come riferiscono le parole del consigliere governativo Chris Mutskangwa, il MDC-T si scaglia sia contro l’ex presidente, sia con quello attuale, quando i suoi sostenitori affermano che “è stato rimosso un dittatore, ma non la dittatura”. 

Mutsvangwa

 

Mnangagwa, in effetti, non ha un passato roseo. Come sostenitore di Mugabe, ha sempre appoggiato le sue mosse, comprese quelle che hanno portato ai vari massacri che hanno insanguinato la campagne elettorali del 2000 e del 2008. Proprio per questo, quando lo scorso 25 giugno un granata è esplosa molto vicina al palco sul quale il presidente stava tenendo il suo discorso elettorale a Bulawayo – città seconda per dimensioni solo alla capitale Harare – che ha causato due morti e numerosi feriti, si è pensato che i colpevoli potessero essere dei vendicatori del massacro di Gokurahundi del 2000. Si è anche discusso sulla possibilità che siano stati i sostenitori del G-40 ad organizzare l’attacco, ma non si hanno certezze. 

L’esplosione del 23 giugno ha rotto il clima di relativa pace che sta caratterizzando il periodo della campagna elettorale. Anche se si sono registrate svariate decine di incidenti, il livello di violenza è estremamente basso se confrontato con quello delle tornate elettorali precedenti e, come dichiarato dal stesso MDC-T, è stata garantita la possibilità ai partiti di opposizione di organizzare incontri e marce e presentare il loro programma ovunque nel Paese, mentre fino ad ora era loro vietato farlo nelle zone rurali. 

Quest’ultima informazione ci è utile per capire meglio i dati rilevati tra aprile e maggio dall’Afrobarometer. Come si evince dal grafico l’affiliazione a ZANU-PF è molto più forte nelle zone rurali, dove arriva al 47%, rispetto allo stesso dato nelle zone urbane, che si ferma al 16 e anche il semplice apprezzamento per il partito è molto più alto in città che nelle zone rurali.

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Candidati, partiti e programmi

Secondo i dati raccolti da Afrobarometer sulle intenzioni di voto, il partito di governo si trova in vantaggio con il 42% contro il 31 di MDC-T, nonostante il 26% abbia affermato di non avere ancora le idee chiare su chi votare. Se ZANU-PF vincesse, rimanendo per altri 5 anni l’unico partito ad aver guidato il Paese dopo l’indipendenza, e se le parole dei suoi rappresentati venissero rispettate, si vedranno grandi differenze tra la presidenza Mugabe e quella Mnangagwa.

L’interesse dell’attuale presidente è concentrato su questioni economiche: Mugabe ha portato il Paese ad avere bisogno di capitali, di investimenti perché le infrastrutture sono povere, il debito pubblico è molto alto, così come la disoccupazione, e in alcune zone alla popolazione mancano i mezzi necessari alla sopravvivenza. L’eventuale Zimbabwe di Mnangagwa punterà ad aprirsi a investimenti stranieri, anche se è ancora difficile stabilire da dove arriveranno, visto che addirittura la Cina, pur essendo felice di aiutare il Paese, non lo farà finché le sue condizioni finanziarie non miglioreranno; in questo momento, visti gli arretrati, nessuno ha il coraggio di rischiare.
Tra le speranze di Mnangagwa c’è anche il ritorno dello Zimbabwe a far parte del Commonwealth, da cui è stato sospeso nel 2002 a seguito delle violenze delle forze armate sui civili. La Gran Bretagna, vista l’aria non così fresca che tira nelle trattative Brexit, ha molti interessi nello stringere i rapporti con il Commonwealth e sosterrà il nuovo presidente se il processo elettorale avverrà in modo libero e corretto.

Aspre le critiche cha arrivano da Chamisa, il quale accusa ZANU-PF di “mettere la stabilità sopra la democrazia e di favorire il commercio alla good governance”. Per lui Mnangagwa è solo la nuova faccia di un vecchio ordine, mentre lui e il suo partito rappresentano il cambiamento. Senza dubbio vero, almeno in termini nominativi: sarebbero l’opposizione che dopo quasi 40 anni riesce a diventare la maggioranza. E’ anche vero però che Chamisa ha fatto spesso promesse difficilmente realizzabili e ha sviato dal dare vere e proprie soluzioni ai problemi pratici del Paese, focalizzandosi sulla volontà di ridare legittimità alla classe politica e creare un rapporto di fiducia tra questa e la popolazione. In più, mentre Mnangagwa cerca gli aiuti cinesi, Chamisa ha dichiarato di voler modificare e migliorare tutti gli accordi firmati con la Cina, per cambiare le regole dei loro investimenti in Zimbabwe; molti si chiedono se lo farà davvero, perché sarebbe giusto, tanto quanto controproducente.
A gravare su di lui ci sono anche le accuse di aver preso la guida del partito in modo poco democratico e poco rispettoso nei confronti del defunto predecessore.

 

Uno degli incidenti che hanno leggermente scosso il periodo elettorale prima dei fatti di Bulawayo è avvenuto all’inizio di febbraio, quando ancora non si era nemmeno a conoscenza della data delle elezioni, ed era diretto contro Joice Mujuru. Vice presidente prima di Mnangagwa, la Mujuru è stata cacciata nel 2014 dal suo ruolo e dal partito a seguito delle accuse a lei rivolte da Grace, che la dipingevano come corrotta, incompetente, bugiarda e ingrata. Probabilmente la scelta della sua destituzione rientrava già nel disegno di Mugabe e la moglie di passarsi il testimone in famiglia. Oggi, Joice Mujuru è a capo del National People’s Party, e candidata presidente dello stesso per le elezioni del 30 luglio. 

Altri candidati sono l’ex Primo Ministro, Thokozani Khuphe, a capo di una fazione del MDC distaccatasi dal gruppo principale nel 2005 e Helton Mangoma, leader di Renewal Democrats of Zimbabwe che si candida a capo della Coalition of Democrats. La vittoria di uno di questi leaders alle presidenziali è quantomeno utopica, ma resta loro la possibilità di accaparrarsi alcuni seggi in parlamento.

Quello che risulta dall’analisi della situazione sociale, politica ed economica dello Zimbabwe durante il periodo della prima campagna elettorale post Mugabe è modestamente positivo. Gli incidenti avvenuti non hanno per ora messo in discussione l’andamento relativamente pacifico del processo elettorale. Quello che spaventa di più sono forse le ultime affermazioni di Chamisa che, pur essendo stato parte del gruppo incaricato di scegliere i membri della Commissione Elettorale, ha ora dei dubbi riguardo la stessa, in quanto le caratteristiche che i prescelti sembravano possedere non si non tradotte in fatti. Si dovrà attendere per capire come l’accusa verrà interpretata e gestita. Inoltre, Chamisa ha più volte accusato il partito di governo di offrire ricompense ai capi locali in cambio dell’affiliazione a ZANU-PF: un’altra gatta da pelare.

Il risultato delle elezioni, poi, è per ora facilmente prevedibile e sono state fatte svariate congetture per capire quali fattori incidano sulle scelte degli elettori, dall’età di candidati all’affiliazione partitica, e l’impressione è che l’opzione più semplice e conveniente sia di nuovo il cambiamento nella continuità

 

Fonti e Approfondimenti:

  • https://www.bbc.com/news/world-africa-42912539
  • https://www.bbc.com/news/av/world-africa-44551334/zimbabwe-will-not-repeat-its-mistakes
  • https://www.bbc.com/news/world-africa-44586218
  • https://www.bbc.com/news/world-africa-44619102
  • https://www.bbc.com/news/av/world-africa-44626298/zimbabwe-president-mnangagwa-says-country-is-safe
  • https://www.washingtonpost.com/news/monkey-cage/wp/2018/07/02/zimbabwe-has-an-election-coming-up-is-political-violence-brewing/?noredirect=on&utm_term=.2165778fc874
  • https://www.theguardian.com/world/2018/jun/15/we-have-a-new-chance-zimbabwe-gears-up-for-elections-after-mugabe
  • http://afrobarometer.org/sites/default/files/zim_r7_presentation_07062018.pdf
  • https://www.herald.co.zw/chamisas-stunning-confession/
  • https://www.bbc.co.uk/programmes/n3ct4f4z

 

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