Comunicazione politica e Midterm: intervista a Lorenzo Pregliasco

Quello della comunicazione politica e di quanto essa incida sull’andamento politico, strategico e consensuale, è un tema sempre più dibattuto e argomentato fra i media e gli addetti ai lavori. Anche negli Stati Uniti, specialmente in seguito all’elezione di Donald Trump, tale argomento è diventato abbastanza centrale vista la sua capacità di poter influenzare l’elettorato e le modalità di fare campagna. Dopo queste ultime Midterm abbiamo pensato di parlarne con uno dei maggiori esperti in Italia in materia: Lorenzo Pregliasco, Co-fondatore dell’agenzia Quorum e di YouTrend.

Quali sono i principali punti di continuità e di discontinuità in termini di comunicazione fra le  presidenziali del 2016 e le elezioni di medio termine del 2018?

Mi sembra che sotto alcuni punti di vista ci sia continuità, visto che lo schema politico non è cambiato molto. Ad esempio la scelta dei temi che implica delle scelte dal punto di vista della comunicazione politica su cui hanno puntato Dem e Rep, anche a seconda dello Stato o del Collegio in cui si è votato, rispecchiano posizioni di continuità nelle due fazioni storiche contrapposte. I Repubblicani, anche per gli interventi di Trump, hanno cercato di spingere sul tema dell’immigrazione, mentre i democratici, magari, da questo punto di vista hanno cercato di portare il dibattito più su questioni sociali: la riforma sanitaria, la copertura sanitaria, l’istruzione.

Da questo punto di vista c’è continuità. Una continuità espressa anche nelle modalità, visto che negli ultimi due anni piattaforme e mezzi di comunicazione sono rimasti pressoché gli stessi, forse sui social Instagram è stato maggiormente usato. Elementi di parziale discontinuità ci sono stati dal punto di vista territoriale, con i Democratici che sono riusciti dal punto di visto comunicativo, in un’ottica di investimenti futuri, a raggiungere meglio le zone più tipicamente repubblicane: quelle aree che difficilmente li premiavano adesso sono maggiormente ottenibili. Questo anche in prospettiva 2020 potrebbe portare dei vantaggi specialmente alla Camera dove dovranno tenere il controllo acquisito in queste Midterm.

Quanto pensi possano aver inciso i nuovi metodi di strategia come quelli utilizzati dai democratici dell’area di Sanders?

Io credo che si debba valutare alla luce del tipo di elezione che affrontavano. Se prendiamo la Ocasio tutta questa attenzione sulla strategia è forse stata esasperata, visto che in ogni caso correva in un distretto altamente democratico dove la Clinton nel 2016 aveva vinto di 60 punti. In quel caso l’elemento dirompente sono state le primarie dove lei è riuscita ad imporsi sul democratico uscente Crowley (che era il candidato dell’establishment). La campagna porta a porta e un certo tipo di linguaggio possono funzionare in collegi urbani, o con un’alta percentuale di minoranze etniche, ma questa è solo una piccola porzione degli Stati Uniti.

Per quanto riguarda i finanziamenti fatti senza PAC, pensi siano una misura utile solo per campagne statali o anche in un’ipotetica elezione presidenziale?

Il caso di O’Rourke è quello che sicuramente ha avuto una maggiore attenzione mediatica da questo punto di vista. Ha raccolto più del doppio del suo sfidante (Ted Cruz) e ha speso più del doppio dello stesso. Soldi spesi in larga parte in pubblicità sui social, lui nella fattispecie molto su Facebook (più di 5 milioni di dollari solo fra Maggio e Ottobre). In ogni caso per vincere non è sufficiente raccogliere e spendere più fondi. Con una candidatura forte non sono necessari i PAC. Trovo che il discorso fatto sull’utilizzo o no dei PAC sia alquanto sterile, poiché se pensiamo al 2016 la Clinton aveva raccolto e speso molti più soldi di Trump senza l’utilizzo smodato di questi fondi che in genere sono maggiormente utilizzati dai Repubblicani, eppure il risultato è noto a tutti. Per cui non credo sia un problema che alteri la competitività di Democratici e Repubblicani; al massimo potrebbe rappresentarlo per un discorso di qualità della democrazia, ma non in fatto di competitività elettorale.

Pensi che gli spot tv siano cambiati rispetto al 2016? E l’utilizzo degli account istituzionali sui social?

Sicuramente un cambiamento è che non sono più televisivi e basta, ma questo anche nel 2016. Un trend che è sicuramente cresciuto, con le piattaforme digitali. Nel linguaggio e nel confezionamento non ho visto differenze significative. Per quanto riguarda la comunicazione istituzionale, sulla carta ha modalità diverse dalla comunicazione politica ma nel concreto questa è una distinzione sempre più limitata. Lo si vede qui da noi in Italia e lo si vede anche in America con Trump: il linguaggio e la comunicazione istituzionale tende molto a sovrapporsi a quella politica. L’account della Casa Bianca in ogni caso tipicamente rilancia ciò che viene elaborato dai rappresentanti del potere esecutivo.

Credi che il politically correct possa aiutare se rispettato, oppure no? Magari gli Stati del Sud possono aiutarci in questo…

Sicuramente il caso di Kemp (neo-eletto governatore repubblicano della Georgia) è significativo in tal senso: lui ha giocato parte della sua campagna nello sfidare il politically correct. Il famoso spot televisivo “So conservative” sembrava voler rimarcare il suo essere conservatore anche oltre i limiti del politically correct dimostrando una certa ricerca da parte di un certo tipo di candidati della sfida al politicamente corretto che forse non ci aspetteremmo da un politico. Un esempio di questo possiamo vederlo anche in Lega e Movimento 5 Stelle qui in Italia, i quali sembrano essere in costante rapporto di sfida con il politically correct. Per un certo tipo di candidati maggiormente radicali è sicuramente un codice da sfruttare e infrangere a proprio vantaggio.

Secondo te sono cambiati i modelli di lettura a livello di sondaggi per comprendere l’America da quando è arrivato Trump?

Negli Stati Uniti il settore per comprendere quale sia l’opinione pubblica è un settore molto vasto e completo, con l’utilizzo di tante risorse che permette, a differenza di altri Paesi, di avere una mole di dati molto grande. C’è quindi maggiore possibilità di analisi, ma allo stesso tempo diventa difficile isolare i dati rilevanti. Non ho visto nuovi o altri metodi all’opera in queste Midterm. Dal sondaggio singolo si sta passando sempre di più a metodi che prevedono l’inserimento di variabili per generare eventualità (vedi FiveThirtyEight). C’è stato un esperimento molto interessante di UpShot sul New York Times: un sondaggio in diretta, in tempo reale, per mostrare plasticamente all’opinione pubblica quanto il dato possa oscillare da un momento all’altro e quanto assunzioni teoriche diverse sulla proporzione dell’elettorato incidano sul risultato della rilevazione. Però grosse novità sulla rilevazione dei dati non ci sono state e credo che per un po’ rimarremo ancora su quelle già esistenti.

Quali lezioni possono aver imparato gli strateghi elettorali da queste elezioni in ottica 2020?

È difficile ricavare un’indicazione univoca visti tanti tipi di elezione diversi. Nei collegi urbani sono uscite determinate indicazioni, nelle zone rurali maggiormente conservatrici altre, magari opposte. Credo che nonostante tutto la cosa importante resti sempre la sostanza politica e la forza di una candidatura che si mette in gioco. O’Rourke, ad esempio, quasi si faceva vanto di non seguire consigli e di non avere consiglieri da questo punto di vista, utilizzandolo in parte come elemento di sfida alla tradizionale organizzazione delle campagne dicendo di non avere sondaggisti, esperti di strategia ecc. quindi dando un senso di cambiamento anche attraverso un nuovo modo di fare campagna elettorale. La campagna elettorale diventa per certi versi anch’essa contenuto e un pezzo di messaggio. Tuttavia O’Rourke ha comunque perso e i suoi risultati nelle aree rurali sono stati peggiori di quelli del candidato democratico del 2012. Le elezioni presidenziali poi, essendo ogni 4 anni, sono un po’ ogni volta una storia a sé e c’è un’ampia gamma di possibilità di fare campagna elettorale. Lo stesso Trump ha smentito e rovesciato qualsiasi modello di continuità, facendo le cose in modo molto atipico. Eppure, forse, anche per quello è riuscito ad inserirsi nell’unica fenditura possibile rappresentata dagli Stati del MidWest che votavano democratico da 28 anni. È molto rischioso e difficile prevedere come potrebbero essere modellate le successive campagne presidenziali.

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