L’altra metà del cielo: le Pussy Riot in Russia

Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e più di vent’anni di varie attività femministe, in Russia non esiste ancora un movimento femminista che possa essere considerato veramente efficace e unitario. Anzi, anche chi si schiera a favore della parità di genere, spesso rifiuta di essere associato al femminismo: un concetto rimasto ancora sconosciuto alla maggior parte della popolazione russa (nel 2012, il 40% non aveva mai sentito questo termine), quando non è apertamente disprezzato come “una moda occidentale che distrugge famiglie”.

In questo contesto estremamente ostile, tuttavia, un gruppo di attiviste è recentemente riuscito a emergere sopra tutti gli altri, ottenendo una risonanza mediatica sia a livello internazionale che nazionale senza precedenti in Russia: il collettivo delle Pussy Riot, per alcuni superficiale e controverso, per altri la scossa di cui la Russia aveva bisogno. Andiamo a scoprire perché.

La Russia di Putin: violenza e “politica machista”

La condizione della donna in Russia oggi appare, per molti aspetti, soprattutto considerando l’eredità lasciata alla Federazione Russa dall’Unione Sovietica, durante la quale vennero gettate le basi dell’uguaglianza fra i sessi in ogni ambito. Lottando spalla a spalla con gli uomini nel 1917, infatti, le rivoluzionarie russe si videro riconosciuti diritti estremamente all’avanguardia per l’epoca – come il diritto di aborto, che venne sancito nel 1920, servizi di assistenza all’infanzia e generosi congedi di maternità.

“Liberiamo le donne sovietiche dalla schiavitù della cucina per lavorare nell’industria socialista. Organizziamo le nostre mense!” (1927) Fotografia di ©The City Museum

Nonostante il riconoscimento di diritti civili, sociali e politici alle donne indubbiamente precursore dei tempi, la società russa odierna è riscivolata lentamente in un rigido sistema conservatore e patriarcale, dove le discriminazioni non mancano e gli stereotipi di genere tradizionali nemmeno.

Nel febbraio 2017, ad esempio, il presidente Vladimir Putin ha promulgato la cosiddetta “legge dello schiaffo” – approvata con maggioranza schiacciante dalla Duma, con 380 voti a favore e 3 contrari – che ha in sostanza decriminalizzato la violenza domestica. Se non ci sono ossa rotte, e non succede più di una volta l’anno, l’aggressore può evitare la detenzione per lunghi periodi; anzi, nei rari casi in cui il tribunale decida di prendere le parti della vittima, le sanzioni peggiori oggi consistono in multe fino a un massimo di poco più di 460 euro, periodi di detenzione che vanno dai 10 ai 15 giorni, e lavori socialmente utili. Un segno molto chiaro del valore che la vita delle donne riveste per i vertici di governo, dal momento che secondo l’ONG Human Rights Watch la violenza domestica uccide almeno 14,000 donne in Russia ogni anno – in pratica, una donna ogni 40 minuti.

Inoltre, “la politica della mascolinità” promossa da Putin per legittimare il suo regno – e delegittimare i propri avversari – rappresenta un elemento di novità non indifferente per il panorama politico russo, non avvezzo a un simile sfruttamento della retorica di genere. Il Cremlino negli ultimi anni ha utilizzato la comunicazione e la stampa anche per rendere Putin il più “macho” possibile agli occhi dell’opinione pubblica. Le pose da vero duro sono state varie e tante: nel suo tempo libero, se non caccia e/o pesca, il presidente russo guida gli elicotteri per spegnere incendi nelle foreste e le Harley Davidson per divertirsi, quando non si aggira per la steppa a torso nudo cavalcando animali selvatici. Il discorso anti-femminista si sposa perfettamente con la narrativa anti-occidentale, anti-liberale e anti-diritti umani di Putin. Se all’epoca della perestroika si diceva che “non c’è sesso nell’Unione Sovietica”, oggi il Presidente è il primo a sfruttare l’argomento per ottenere consenso.

Un momento bucolico di Vladimir Putin (AFP/Getty Images)

Così, dal suo primo mandato presidenziale nel 2000, Putin (in coppia con la Chiesa Ortodossa Russa) non ha fatto altro che promuovere valori tradizionali e conservatori, negare diritti alla comunità LGBT+ e condannare il femminismo. Dopo il collasso dell’Unione Sovietica, il timido fiorire di piccole ONG femministe indipendenti è stato stroncato fin dalla prima legislazione di Putin, per evitare che sfuggisse al controllo delle autorità. Alcune organizzazioni informali basate sulla mobilitazione online sono riuscite a resistere, come il blog-collettivo feministki@lj, il gruppo Za Feminizm e il Moscow Feminism Group (MFG) – che si battono per i diritti delle donne e per un femminismo intersezionale.

Il caso Pussy Riot

Di tutt’altra pasta rispetto a questi movimenti, le Pussy Riot sono un gruppo punk rock formatosi nel 2011 a Mosca. Rappresentano infatti un caso più unico che raro nel panorama socio-politico della Russia odierna: una dozzina di giovani donne che non hanno avuto remore di proclamare pubblicamente sé stesse e la propria produzione musicale come femministe, per porsi in aperta contrapposizione con le politiche conservatrici e sessiste di Putin. Ispirandosi in parte al movimento di guerrilla rock “Riot grrrl” della Pacific Northwest anni ’90, in parte alla figura del giovane intellettuale dissidente che si contrappone allo Stato nata nella Russia del XIX secolo, le Pussy Riot si sono distinte subito per i toni rivoluzionari delle loro canzoni, e le loro irriverenti performance in luoghi pubblici al limite della protesta – sempre col volto coperto dall’immancabile passamontagna colorato.

Fra i vari episodi, uno dei più degni di nota è senza dubbio il loro tentativo di esibirsi in una “preghiera punk” nella Cattedrale del Cristo Salvatore di Mosca il 21 febbraio 2012, per protestare contro il coinvolgimento della Chiesa Ortodossa nella campagna elettorale di Putin per le presidenziali che avrebbero avuto luogo il 4 marzo successivo. Un gesto che non è rimasto impunito dalle autorità: tre leader del gruppo, Nadezhda Tolokonnikova, Maria Alyokhina e Yekaterina Samutsevich verranno successivamente arrestate per questo, e accusate di vandalismo motivato da odio religioso. Samutsevich riuscirà a evitare la prigione ricorrendo in appello, mentre Tolokonnikova e Alyokhina verranno condannate a due anni di detenzione – scontati in durissimi campi di lavoro nelle regioni di Mordavia e Perm, dai quali verranno liberate con un’amnistia solo a fine dicembre 2013.

Un episodio che ha portato le Pussy Riot sotto la luce dei riflettori al di fuori della Russia, riscuotendo ampie manifestazioni di solidarietà in Occidente, molto meno in patria. Dopo il loro rilascio, Tolokonnikova e Alyokhina sono infatti diventate delle vere e proprie star a livello internazionale, arrivando a esibirsi con Madonna a New York ad un concerto per Amensty International e a incontrare Hillary Clinton nel 2014.

In un certo senso, quella delle Pussy Riot è “la storia che l’Occidente non aspettava altro di sentire”: dalla scelta di darsi un nome in inglese ai riferimenti da Terza Ondata di femminismo, l’immagine stessa del gruppo sembra costruita più per ottenere successo all’estero che nel proprio Paese di origine – a digiuno sia di inglesismi che di lessico femminista.

Ciò che per l’Occidente può essere considerata come un’azione coraggiosa, per il cittadino russo medio la maggior parte delle volte non ha senso affatto: secondo un sondaggio condotto dal Levada Centre nel 2012 – subito dopo l’annuncio della condanna delle Pussy Riot per la loro “preghiera punk” –  il 78% dei russi intervistati riteneva che la pena assegnata fosse proporzionata al crimine commesso, se non addirittura leggera, mentre solo il 2% sosteneva che le azioni del gruppo non dovessero essere punite come criminali. Anche se le Pussy Riot si sono rese simbolo di un sentimento anti-Putin che si sta gradualmente intensificando fra la popolazione, queste attiviste continuano a mettere a disagio i propri concittadini.

Levada Centre, 2013, sondaggio agosto 2012

Opinioni femministe discordanti

Nonostante l’impegno di rovesciare il regime sessista che le Pussy Riot si sono pubblicamente assunte, il gruppo è stato spesso accusato dalla comunità femminista russa di impiegare metodi che tanto femministi non sono. I testi di loro canzoni come “Osvobodi Bruschatku” (“Liberare la strada”), “Kropotkin Vodka”, e “Putin zassal” (“Putin se la fa addosso”) sono stati ampiamente criticati da alcune attiviste, in quanto utilizzerebbero un linguaggio violento che finisce paradossalmente per riprodurre meccanismi di aggressione e abuso di potere tipicamente patriarcali – con insulti di impronta omofoba e misogina rivolti a Putin e a esponenti di spicco della Chiesa Ortodossa.

Inoltre, tre dei membri di spicco del gruppo – Tolokonnikova, suo marito Pyotr Verzilov, e Samutsevich – hanno fatto parte anche di Voina (“Guerra”), un collettivo di artisti anarchici nato nel 2007, le cui esibizioni in più di un caso si sono dimostrate anch’esse violente e sessiste. Nel 2011, per esempio, diversi membri femminili (tra cui Tolokonnikova e Samutsevich) sono scesi nelle stazioni della metropolitana di Mosca per aggredire le poliziotte in servizio, baciandole sulle labbra: un’azione che molte femministe non hanno esitato a definire come una sorta di “stupro simbolico”.

In questa prospettiva, il collegamento diretto fra Voina e Pussy Riot ha indotto molti a mettere in dubbio la vocazione femminista di quest’ultimo. Secondo i commentatori più sospettosi, addirittura, le azioni delle Pussy Riot potrebbero non essere altro che un mero prodotto delle menti maschili di Voina – primo fra tutti Verzilov, il marito di Tolokonnikova.

Tuttavia, nella comunità femminista russa esistono anche voci che vedono nelle Pussy Riot delle alleate della causa. Olga Lipovskaia (descritta come la “faccia del femminismo russo radicale” degli anni ’90, e tutt’ora una forza importante del movimento) ha dichiarato nel 2012 che forse le “loro canzoni non contengono posizioni femministe ideologiche o concettuali”, ma le loro azioni possono essere senz’altro definite come femministe, in quanto “infrangono veramente le tradizionali idee circa il ruolo della donna”. Inoltre, tenendo conto della scarsità dei gruppi femministi attivi sul territorio, grazie alle Pussy Riot la retorica femminista e la questione sarebbero apparse finalmente anche nell’agenda dei media e nel dibattito politico della Russia contemporanea.

 Conclusioni

Vari studi sul femminismo transnazionale e postcoloniale hanno dimostrato che la versione anglo-americana del femminismo non può essere applicata ovunque universalmente. In una prospettiva a lungo termine, “importare idee e identità occidentali in contesti culturali molto diversi senza riconoscerne le differenze, può fare più male che bene”: le decisioni politiche e strategiche di un movimento locale dovrebbero riferirsi prima di tutto al contesto locale. Anche una campagna femminista, quindi, funziona meglio quando si rivolge a quest’ultimo con dei mezzi (e soprattutto un linguaggio) che può comprendere. Ed è con questa idea che le Pussy Riot forse dovrebbero iniziare a confrontarsi, per ottenere un maggior consenso fra la popolazione e migliorare veramente la condizione femminile nella Russia contemporanea proprio a partire dalla società civile.

Fonti e Approfondimenti

Peter Rutland (2014) The Pussy Riot affair: gender and national identity in Putin’s Russia, Nationalities Papers, 42:4, 575-582, DOI: 10.1080/00905992. 2014.936933

Janet Elise Johnson (2014) Pussy Riot as a feminist project: Russia’s gendered informal politics, Nationalities Papers, 42:4, 583-590, DOI: 10.1080/00905 992.2014.916667

Valerie Sperling (2014) Russian feminist perspectives on Pussy Riot, Nationalities Papers, 42:4, 591-603, DOI: 10.1080/00905992.2014.924490

Marina Yusupova (2014) Pussy Riot: a feminist band lost in history and translation, Nationalities Papers, 42:4, 604-610, DOI: 10.1080/00905992. 2014.923391

The Guardian: https://www.theguardian. com/world/2015/mar/08/fight-womens-rights-former-ussr-post-soviet-states

Gunda Werner Institute (GWI): https://www.gwi-boell.de/en/2011/02/16/situation-women-russia-introduction

Foreign Policy: https://foreignpolicy.com/2018/04/09/putins-war-on-women/

https://foreignpolicy.com/2018/11/15/in-russia-feminist-memes-buy-jail-time-but-domestic-abuse-doesnt/

The Nation: https://www.thenation.com/article/why-are-russian-women-opposed-to-metoo/

Rispondi