Economia circolare: riciclare è sufficiente?

Nel 1966 Kenneth Boulding scrive un saggio in cui delinea due tipi di economia, identificandoli con due figure: il cowboy e l’astronauta. Se da un lato il cowboy si limita a considerare le pianure sterminate che lo circondano, mosso da una continua sete di conquista e di consumo, l’astronauta ha invece la profonda consapevolezza del sistema che lo ospita, la grande navicella spaziale Terra, dei suoi limiti e dei cicli che regolano il suo funzionamento.

La contrapposizione messa in gioco da Boulding è proprio quella tra economia lineare ed economia circolare, due sistemi economici tra i quali la transizione è tanto importante, quanto difficoltosa.

Nel modello lineare dominante “dalla culla alla tomba” la gestione delle risorse è organizzata in flussi aperti, che portano brutalmente la materia prima dalla sua collocazione naturale alla discarica. Le molteplici e dispendiose attività di estrazione, raffinazione e trasformazione non hanno altro scopo, se non quello di creare un prodotto che resterà nelle nostre mani per un breve periodo e poi sarà gettato via, vittima di un incantesimo chiamato “obsolescenza incorporata”. Come può essere sostenibile un sistema economico che depaupera le risorse naturali, prelevandole e rendendole indisponibili per un successivo uso?

Economia lineare ed economia circolare a confronto. Fonte: Wikimedia Commons, @Catherine Weetman Marica Falzarano | Lo Spiegone

È chiaro che ci sia un urgente bisogno di rimediare agli impatti negativi dell’economia lineare, ma soprattutto di operare una transizione sistemica che generi benefici sociali, ambientali ed economici, su scala locale e globale. Dobbiamo prendere spunto dalla natura ed imparare a lavorare con cicli chiusi, che non producano rifiuti, né inquinamento. L’economia circolare si propone di ridefinire la gestione delle risorse in base al principio che il rifiuto non esiste, tutto va progettato in funzione del riutilizzo: come in natura, anche per noi il “rifiuto” deve diventare “cibo”.

Il riciclaggio e gli ibridi mostruosi

Tra le pratiche finalizzate a realizzare l’economia circolare, il riciclaggio è sicuramente la più conosciuta, perché ciascuno di noi può partecipare attivamente a una delle sue fasi: la raccolta differenziata. Tutti giochiamo un ruolo nella “separazione alla fonte” e quando conferiamo un rifiuto nel cassonetto giusto abbiamo la piacevole sensazione di aver contribuito a ridurre l’impatto sull’ambiente dell’oggetto appena buttato, perché gli abbiamo concesso di tornare a nuova vita.

Ma osserviamo più da vicino cosa abbiamo gettato. Supponiamo di aver consumato un pacco di pasta e di essere rimasti con il contenitore vuoto nelle nostre mani. Identificheremo innanzitutto il materiale che lo compone, in questo caso immaginiamo sia fatto di plastica, e sceglieremo il cassonetto dedicato. Purtroppo, la plastica non è unica: è più corretto parlare di materie plastiche, una grande varietà di polimeri. Ciascun polimero viene scelto e, all’occorrenza, miscelato con additivi, per dare determinate caratteristiche all’oggetto finale, che sia un flacone rigido per detersivi o la confezione sottile di una merendina. Il pacco di pasta quindi si troverà all’interno del cassonetto, unito a tanti altri prodotti, creati a loro volta con miscele diverse, e tutti insieme saranno avviati all’impianto di riciclaggio. Le plastiche subiranno diversi trattamenti di separazione, riduzione dimensionale e via dicendo, e infine saranno fuse in ibridi meno resistenti, che avranno bisogno di additivi per recuperare le caratteristiche originarie.

Immaginiamo invece di aver consumato una bibita in lattina e di tastarla con le nostre mani: la superficie laterale cederà facilmente alla pressione delle dita, perché fatta da una lega di alluminio e manganese e quindi più morbida; il fondo sarà invece più duro, perché ottenuto da una lega di alluminio e magnesio. Così come per le plastiche, ogni miscela viene creata per avere determinate caratteristiche, che verranno inesorabilmente perse quando queste leghe di alluminio saranno fuse insieme, determinandone la perdita di valore.

Balle di bottiglie in PET. Fonte: Wikimedia Commons @Michal Maňas Marica Falzarano | Lo Spiegone

Più che un’operazione di riciclaggio, abbiamo appena compiuto un’operazione di subciclaggio, creando un materiale meno resistente del suo predecessore e potenzialmente più dannoso, perché le nuove miscele avranno bisogno di additivi e talvolta di materiale vergine per poter rientrare nel processo produttivo. Non abbiamo eliminato né il bisogno di materie prime, né l’opzione di smaltimento in discarica, che è stata solo allontanata.

La media nazionale di raccolta differenziata in Italia è leggermente superiore al 50% e il riciclo dei rifiuti urbani si aggira attorno al 42%. Cosa accade al resto?

Andiamo a svuotare un cassonetto adibito alla raccolta della carta: una frazione del contenuto totale sarà stata conferita in maniera errata, come la carta sporca della pizza o uno scontrino, mentre la frazione restante, conferita correttamente, verrà avviata all’impianto di competenza. Le operazioni di valorizzazione eseguite sul rifiuto sono volte a isolare una frazione quanto più possibile pura di materiale, affinché il prodotto finale possa essere economicamente valido e funzionale. Perciò ogni fase della lavorazione scarterà la porzione meno nobile, con caratteristiche inadatte al recupero, che verrà trattata separatamente ed avviata a inceneritori e discariche, costituendo un’ulteriore perdita di materia.

Le unità di trattamento presenti negli impianti riescono a recuperare solo una parte del materiale, il cui grado di impurità è sempre diverso da zero. Si intuisce che tale processo a lungo andare consentirà di recuperare frazioni di materiale sempre minori e con un progressivo accumulo di elementi indesiderati al loro interno.

Non importa quanto sia accurata la separazione alla fonte o quanto siano spinti i processi di riciclaggio, finché i prodotti non saranno progettati per essere riutilizzati, ci sarà sempre una frazione che non potrà rimanere nel ciclo di vita, perché troppo contaminata o troppo deteriorata. Basti pensare che nel 2014 in Italia sono stati quantificati scarti dalle attività di riciclo per 2,5 milioni di tonnellate, una quantità superiore a quella dei rifiuti prodotti in Toscana nel 2016 (2,31 Mt). È per questo che bisogna puntare a ridurre la quantità di rifiuti, ma soprattutto la varietà di materiali impiegati, per riuscire a chiudere il ciclo.

Ecoefficienza o Ecoefficacia?

Il processo appena descritto è definito ecoefficiente, ovvero è un tentativo di ridurre i volumi e la tossicità dei flussi in uscita, che siano rifiuti o che siano emissioni inquinanti, senza eliminarli effettivamente. Il riciclaggio, se non è accompagnato da un cambiamento radicale del sistema di produzione, non potrà fare altro che rallentare le dinamiche lineari “dalla culla alla tomba”, senza però alterarle.

Un’industria che decidesse di rendere più efficiente il proprio processo di produzione, probabilmente sostituirebbe i vecchi motori dei macchinari con motori di nuova generazione, più green, potrebbe decidere di utilizzare il 20% in meno di materiale vergine e il 10% in meno di componenti tossiche, oppure ancora di trattare le emissioni gassose e liquide dell’impianto, ma sostanzialmente continuerebbe a inquinare così come ha sempre fatto. L’unica novità rispetto al caso precedente sarebbe nella quantità e nella velocità con cui gli inquinanti vengono rilasciati, di meno e in più tempo, un avvelenamento lento e graduale.

Un approccio ecoefficace è invece quello che ci serve: pensare e progettare materiali e sistemi come parte di un ciclo nel quale possano continuare ad avere nuova vita e in cui rifiuti ed inquinanti possano essere eliminati. Questo è possibile solo se interveniamo sulla fase di produzione, scegliendo materiali che siano riciclabili, ecocompatibili e disegnando il prodotto finale già pensando al suo futuro disassemblaggio e riutilizzo. C’è bisogno di ripensare il sistema economico, affinché diventi davvero circolare e ci trasformi in astronauti sul nostro stesso pianeta.

Fonti ed approfondimenti

Boulding, Kenneth E. (1966). “The Economics of the Coming Spaceship Earth”. In Jarrett, H. (ed.), Environmental Quality in a Growing Economy: essays from the sixth RFF Forum. New York: RFF Press. Pp. 3-14. http://arachnid.biosci.utexas.edu/courses/THOC/Readings/Boulding_SpaceshipEarth.pdf

McDonough, W., Braungart, M. (2002). Cradle to cradle : remaking the way we make things. New York: North Point Press.

Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, L’Italia del riciclo 2018, 2018,
https://www.fondazionesvilupposostenibile.org/wp-content/uploads/dlm_uploads/2017/12/Rapporto_Italia_del_riciclo_2017.pdf

Ellen Macarthur Foundation, Efficiency vs Effectiveness, 9/10/2012,
https://www.ellenmacarthurfoundation.org/news/efficiency-vs-effectiveness

TED, “William McDonough: Cradle to cradle design”, 2005,
https://www.ted.com/talks/william_mcdonough_on_cradle_to_cradle_design

Greenreport, Altro che rifiuti zero, in Italia gli scarti da riciclo arrivano a 2,5 milioni di tonnellate l’anno, 20/10/2017, http://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/altro-rifiuti-zero-italia-gli-scarti-riciclo-arrivano-25-milioni-tonnellate-lanno/

Greenreport, Anche il riciclo ha i suoi scarti: solo quelli della carta pesano 470mila tonnellate, 20/10/2017,
http://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/anche-il-riciclo-ha-i-suoi-scarti-solo-quelli-della-carta-pesano-470mila-tonnellate-lanno/

Capuzzi, S., Timelli, G. (2018) “Preparation and melting of scrap in aluminum recycling: A review”. In Metals – Open Access Metallurgy Journal. Vol. 8, n° 249. https://www.researchgate.net/publication/324991842_Preparation_and_melting_of_scrap_in_aluminum_recycling_A_review

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