Non tutti lasciano l’Africa: dati e concetti chiave

A dispetto di ciò che comunemente si crede, non tutti gli africani bramano l’Europa. Al contrario, il 50.4% dei migranti provenienti da Paesi africani non esce dal continente; addirittura, se si prende in considerazione solo l’Africa subsahariana, il dato si alza fino a toccare il 67%.

Con questo articolo si apre un progetto che ha l’obiettivo di analizzare i flussi più rilevanti – non soltanto numericamente – del sistema migratorio intra-africano, cercando di capire perché si parte, perché si sceglie una determinata destinazione e come lo Stato ospitante e la relativa popolazione percepiscono e gestiscono gli arrivi.

Definizioni, chiarificazioni e miti da sfatare

Il migrante è colui che si sposta da un territorio a un altro, spinto da ragioni che possono essere di vario genere, ma che in generale va in cerca di “una vita migliore”. La migrazione può essere volontaria o forzata: nel primo caso sono prevalentemente le ragioni economiche a convincere l’individuo a lasciare il proprio territorio natale – la ricerca di un lavoro per esempio, o di un’istruzione migliore. Si parla di migrazione forzata, nel significato più stretto del termine, quando si verificano fenomeni di espulsione di un determinato gruppo di persone da uno specifico territorio o quando avvengono segregazioni di gruppi in territori circoscritti. Situazioni di guerra, di instabilità politica o di insicurezza alimentare sono invece fattori che inducono alla migrazione.

Le migrazioni sono un fenomeno complesso le cui cause vengono spesso erroneamente semplificate, fino ad arrivare ad affermare che sia il divario economico tra nord e sud del mondo a spingere le persone a muoversi. In realtà, come spiega Giovanni Carbone nello studio Out of Africa. Why people migrate, si possono identificare tre diversi livelli di ragioni:
livello macro, che riguarda le caratteristiche strutturali del Paese di partenza e di quello di arrivo – condizioni politiche, economiche, geografiche e livello di sicurezza;
livello micro, che riguarda invece le motivazioni personali del singolo soggetto che decide di muoversi e le risorse di cui dispone;
livello meso, che fa da ponte tra i due livelli precedenti e si riferisce alle connessioni familiari, etniche, religiose o derivanti da differenti network, oggigiorno spesso creatisi online.

Se si prende in considerazione il livello macro, il pensiero comune tende ad associare a un minore livello di sviluppo economico, una maggiore spinta a lasciare i territori di origine. Questa credenza è tendenzialmente errata: per potersi permettere spostamenti, soprattutto internazionali, gli individui devono godere di una discreta disponibilità economica; in più, la povertà permette una minore conoscenza del mondo esterno e delle opportunità esistenti al di fuori dei confini nazionali. Ciò non significa che lo sviluppo aumenta sempre il numero di persone che migrano, ma di certo aumenta le possibilità di migrare, in caso si abbia la volontà di farlo.

Proprio per questo motivo, i flussi migratori in partenza da Paesi particolarmente poveri, spesso non oltrepassano i confini nazionali – creando Internal Displaced Persons (IDPs) – o al limite si fermano in uno degli Stati limitrofi.

I migranti africani

Come anticipato, metà delle persone di origine africana che decidono di lasciare i proprio territori natali restano all’interno del continente. In particolare, le misure di facilitazione dei movimenti, che permettono di oltrepassare numerose frontiere senza necessitare di un visto alla partenza, e il progressivo rafforzamento dell’integrazione regionale tendono a incentivare gli spostamenti negli Stati limitrofi. 

Le ragioni che spingono più africani a spostarsi sono le stesse che caratterizzano i migranti di altre zone del mondo: la ricerca di lavoro o di un’istruzione migliore e i legami familiari. A questi si accostano coloro che sono motivati da ragioni di necessità e che quindi hanno spesso la possibilità di ottenere lo status di rifugiato. In particolare, non a merito, l’Africa ha prodotto due dei più grandi gruppi di rifugiati al mondo: i sud sudanesi scappati dalla guerra civile e dalla carestia e i somali che hanno progressivamente lasciato il loro Paese a partire dall’inizio degli anni ’90.  Altri grandi gruppi di rifugiati provengono dal Sudan, dalla Repubblica Democratica del Congo, dalla Repubblica Centroafricana, dall’Eritrea e dal Burundi.

Dall’altra parte, Uganda (del cui sistema di accoglienza abbiamo già parlato), Etiopia, Kenya e Tanzania sono invece Paesi ospitanti, che si sono organizzati, in particolare attraverso la costruzione di campi, in collaborazione con l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), per offrire nuove opportunità a coloro che sono costretti a lasciare il proprio Paese per ragioni di sicurezza. Infatti, in Africa orientale e nel Corno d’Africa, i più importanti corridoi migratori collegano la Somalia al Kenya e all’Etiopia e il Sud Sudan all’Etiopia.

In Africa occidentale, sono principalmente motivi di tipo occupazionale che determinano la scelta dell’individuo di muoversi, spesso facilitato dalla libertà di movimento concessa dagli accordi di ECOWAS. Infatti, uno dei più grandi corridoi migratori africani è tra Burkina Faso e Costa d’Avorio ed è caratterizzato da spostamenti di numeri rilevanti di persone in entrambe le direzioni – nel 2017, 1.3 milioni solo da Burkina Faso a Costa d’Avorio.

Per fare chiarezza: calcolare la portata di un flusso o di un corridoio migratorio è particolarmente difficile, soprattutto in Paesi in cui i sistemi di raccolta dati non sono precisi e i confini sono porosi, fattore, quest’ultimo, che non permette la registrazione di tutti coloro che li varcano. Il calcolo della portata dei flussi e dei corridoi viene quindi fatto attraverso il numero di persone proveniente dal Paese A che vive nel Paese B. 

In Africa centrale gli spostamenti sono invece prevalentemente dettati da necessità. I disordini che spesso si accendono fino a diventare veri e propri conflitti civili in DRC e CAR sono degli esempi.

Nella zona del Sahel i cambiamenti climatici sono una causa importante dei movimenti migratori. Nonostante la quantità di piogge registrata annualmente sia aumentata, direttamente proporzionale è stato l’aumento della loro imprevedibilità. Ciò ha portato a frequenti periodi di siccità e successive inondazioni, che vanno sommate al degrado del suolo provocato da un uso scorretto dettato da un veloce aumento della popolazione, con conseguenti situazioni di insicurezza alimentare.

Il Paese africano con il maggior numero di immigrati è il Sudafrica. Da tempo meta di molte persone in cerca di lavoro – in quanto il suo sviluppo economico rilevante, se comparato a quello degli altri Stati del continente, lo rende da tempo attraente – è destinazione di flussi migratori provenienti da Zimbabwe, Mozambico, ma anche Malawi, Lesotho e Swaziland. 

In tutti i casi citati, parallele ai flussi regolari, esistono vie alternative gestite da trafficanti. Nella zona occidentale per esempio, si tende a utilizzare sistemi regolari di superamento dei confini finché si rimane all’interno di ECOWAS, per poi farsi aiutare dai trafficanti. Altre volte invece il soggetto che si sposta non è in possesso di documenti e quindi, pur non necessitando di un visto, non può usare la via legale.

Celebri per la loro pericolosità sono anche i networks di trafficanti che gestiscono le rotte interne al Corno d’Africa o che lo collegano ai Paesi EAC (East African Community), in particolare Tanzania e Uganda.

“Tutto il mondo è paese”

In Europa la percentuale di stranieri rispetto alla popolazione varia dallo 0.9% della Slovacchia al 13% dell’Estonia (l’Italia si ferma al 7%), come rilevato dai dati Eurostat 2018. In Africa, un Paese piccolo come il Gabon è composto per il 16% da stranieri, Djibuti dal 13% e Costa d’Avorio e Gambia per il 10%. Il Sudafrica, come già detto Paese molto attraente, ospita invece poco più di 3 milioni di immigrati, il 6% della popolazione.

Queste situazioni, in particolare quella sudafricana, non sono prive di dibattiti simili a quelli che si accendono nei vari Paesi europei, ma in alcuni casi si sono create così tante connessioni interpersonali tra gruppi di nazionalità diverse che i dissapori sono col tempo diminuiti.

Fonti e Approfondimenti

ISPI, Out of Africa. Why people migrate, 2017, https://www.ispionline.it/sites/default/files/pubblicazioni/out_of_africa_web.pdf

IOM, World Migration Report 2018, https://publications.iom.int/system/files/pdf/wmr_2018_en.pdf

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