Israele al voto: intervista a Davide Lerner

In vista delle elezioni parlamentari di domani, cerchiamo oggi, con l’aiuto di Davide Lerner, di capire quali temi e quali partiti sono stati i protagonisti della campagna elettorale. Davide Lerner è un giornalista italiano che segue Israele, territori palestinesi e Turchia. Lavora presso il quotidiano Haaretz, nella sua versione in inglese, e collabora con Repubblica e L’Espresso. 

Davide Lerner

Likud e Labor Party sono stati per molte legislature i partiti più consistenti del panorama politico israeliano. Oggi, invece, pare non essere più così: da un lato, il Labor Party non raccoglie più i consensi di un tempo; mentre dall’altro, il Likud di Netanyahu ha assunto posizioni sempre più marcatamente di destra con la speranza di vincere il sostegno dei partiti ultraortodossi, suscitando però il malcontento di molti moderati. Si può quindi affermare di essere oggi di fronte a una crisi del sistema partitico tradizionale?

Certamente. La novità principale, come hai detto, è che il partito storico della sinistra è ridotto a giocare un ruolo marginale, al più di comprimario in un eventuale prossimo governo di coalizione. La vera opposizione a Netanyahu oggi la fa il partito “Blu e Bianco,” un’alleanza politica di centro, o perfino di destra, guidata dall’ex capo dell’esercito Benny Gantz. Il baricentro politico si è spostato a destra, e lo stesso Netanyahu, che all’inizio dei suoi dieci anni consecutivi al potere accettava la soluzione a due stati nel famoso discorso di Bar Ilan, dichiara ormai di voler annettere la Cisgiordania palestinese a Israele. Propositi del genere erano una volta appannaggio dell’estrema destra. Non bisogna però confondere gli ultraortodossi con i nazionalisti religiosi, detti anche kippa sruga in ebraico, che sono i veri alleati di Netanyahu. Gli ultraortodossi, riconoscibili per l’abbigliamento nero all’antica e i cappelli dalle larghe falde, sono tendenzialmente anti-sionisti e in politica tengono solo ad assicurarsi i sussidi statali che permettono loro di condurre una vita di soli studi religiosi. I nazionalisti religiosi, come l’attuale ministro dell’Istruzione Naftali Bennett, sono quelli che spingono Netanyahu verso posizioni oltranziste e verso l’espansione della sovranità israeliana sui territori palestinesi.

La novità di queste elezioni è appunto la lista “Blue and White”, a rappresentanza di un corpo politico di centro, moderato. Qual è la forza di tale blocco e che ti tipo di elettorato raccoglie?

Mi verrebbe da dire che la forza principale di “Blu e Bianco” è quella di rappresentare un’alternativa a Netanyahu. Ormai la politica israeliana è questo: chi è con Bibi e chi è contro Bibi. “Blu e Bianco” mette insieme un’accozzaglia di istanze separate, non ha un’identità forte o un’ideologia di riferimento, ma i suoi sostenitori sono uniti dalla volontà di mettere fine all’era di Netanyahu. C’è poi la novità di un leader di peso, Benny Gantz: il suo trascorso come capo dell’esercito lo rende un candidato forte rispetto al tema decisivo della sicurezza. L’ex primo ministro Olmert mi ha detto che, secondo lui, Netanyahu ha vinto negli ultimi dieci anni soprattutto perché sono mancati sfidanti della caratura necessaria per metterlo in difficoltà. Ma con l’arrivo di Benny Gantz, ha aggiunto, le cose sono cambiate. È però secondo me improbabile che questo possa bastare nelle elezioni di martedì: se da una parte “Blu e Bianco” sembra essere più o meno alla pari con il Likud nei sondaggi, dall’altra ha molti meno alleati per formare una coalizione.

Lo scorso luglio è stata approvata la legge su Israele come Stato nazione del popolo ebraico, che ha reso di fatto le minoranze presenti nel Paese cittadini di serie b. Quali sono state le implicazioni sull’opinione pubblica e, soprattutto, quali le ripercussioni a livello di partecipazione al voto degli arabi?

Sulla questione degli arabo-israeliani secondo me c’è una forte discrepanza fra il discorso politico, che è spesso ai limiti del razzismo, e la vita reale, in cui la minoranza è sempre più integrata e vive in buone condizioni. Se da una parte cioè la legge sullo stato-nazione li tratta come cittadini di seconda categoria, e le sparate di Netanyahu e dei suoi li dipingono come una quinta colonna, non è raro incontrare palestinesi con cittadinanza israeliana secondo cui questo livore non si percepisce nella vita di tutti i giorni. Spiegano come le loro vite siano migliori rispetto a quelle dei cittadini degli altri paesi arabi, non solo perché non c’è la guerra e lo stato funziona come si deve, ma anche, per esempio, perché il passaporto israeliano permette di viaggiare all’estero con grandissima facilità. Certo, la giornata dell’indipendenza israeliana non sarà mai una festa per loro, come lo è per gli altri cittadini.

Un altro tema centrale in queste elezioni riguarda le incriminazioni per frode e corruzione ai danni di Netanyahu. Tali accuse avranno un peso al momento del voto?

Sì, avranno un peso al momento del voto. Si stima che possano costare al Likud almeno 4 o 5 seggi. Ma avranno soprattutto peso all’indomani del voto: quando l’udienza preliminare farà il suo corso, e cominceranno i veri e propri processi, allora gli alleati di Netanyahu dovranno decidere se accettare di avere un primo ministro sotto processo. La legge non lo vieta, fino ad un’eventuale condanna definitiva, ma sarebbe una situazione comunque molto difficile da gestire per il governo. Mi diceva proprio ieri Ari Shavit, autore del libro su Israele “La mia terra promessa,” che secondo lui lo scenario peggiore sarebbe uno in cui Netanyahu ottenesse il via libera per leggi che lo facilitino nelle traversie legali, ricambiando gli alleati di estrema destra con l’annessione dei territori palestinesi.

Temi chiave sono poi la questione sicurezza e le posizioni sul conflitto israelo-palestinese. A questo proposito, l’amministrazione Trump ha da mesi annunciato l’esistenza di una nuova proposta di pace, il cosiddetto “deal of the century”. Si vocifera che questa verrà resa nota dopo le elezioni del 9 aprile e che potrebbe in qualche modo essere una determinante nella formazione del nuovo governo.

Non definirei la questione palestinese un tema chiave della campagna, anche se dovrebbe certamente esserlo. La sostanziale uniformità di vedute fra tutti gli attori politici di un qualche peso fa sì che se ne sia parlato poco o nulla. Tutti, da Gantz a Netanyahu fino addirittura al Labour, il cui leader Avi Gabbay non ha idee particolarmente di sinistra, vogliono mantenere lo status quo e non considerano Abu Mazen un interlocutore per il negoziato. Casomai la questione è, come dicevamo prima, se estendere o meno la sovranità israeliana ai territori palestinesi. Quanto al famoso deal of the century di Trump, è difficile sapere quando verrà effettivamente lanciato dalla Casa Bianca. Se Netanyahu dovesse formare un governo con alleati di estrema destra, come sembra probabile, è possibile che il piano di pace lo metta in difficoltà. Se da una parte sarà quasi certamente la proposta più filo-israeliana della storia del conflitto, dall’altra è anche vero che gli estremisti di destra suoi alleati non accetteranno neppure la più minima delle concessioni.

Sempre rimanendo sull’argomento, quale situazione erediterà il nuovo governo sul fronte delle relazioni con Hamas e l’Autorità Palestinese?

Ufficialmente Israele non ha relazioni con Hamas, che considera un’organizzazione terroristica. Il dialogo fra le due parti avviene attraverso i mediatori egiziani. In ogni caso i rapporti sono pessimi, come sono sempre stati. La popolazione israeliana delle comunità a ridosso della striscia di Gaza, che per inciso è la compagine forse più progressista in assoluto dell’elettorato israeliano, è sottoposta ad attacchi su base quasi giornaliera, anche se di bassa intensità. Israele dalla sua attacca regolarmente obiettivi di Hamas con l’aviazione, e ha represso nel sangue le manifestazioni palestinesi sulla frontiera che si sono svolte ogni venerdì nel corso dell’ultimo anno. È uno scontro cronico che ormai nel mondo non fa più notizia. Anche con Abu Mazen i rapporti non sono buoni: Israele ha di recente trattenuto una porzione significativa dei trasferimenti fiscali che opera a favore dell’Autorità Palestinese. È una misura adottata in polemica con la politica palestinese di garantire stipendi alle famiglie di militanti che si sono resi protagonisti di azioni contro israeliani.

Quali sono, infine, le altre tematiche su cui i partiti si stanno giocando il voto degli elettori?

La campagna elettorale è stata molto personalistica: si è parlato poco o nulla di problemi reali, molto di Gantz e Netanyahu. Ma se dovessi citare due questioni su cui c’è stato dibattito, direi il trasporto pubblico di sabato e il matrimonio civile. Gantz è favorevole a lasciare alle singole città la libertà di scegliere se autorizzare i mezzi pubblici di sabato, il giorno del riposo secondo la tradizione ebraica. È anche favorevole ad introdurre il matrimonio civile: ad oggi in Israele esiste solo il matrimonio religioso, e chi vuole fare altrimenti deve andare all’estero, molto spesso a Cipro. Gantz deve però mantenersi ambiguo su questi temi, perché altrimenti rischia di giocarsi la possibilità di allearsi con gli ultraortodossi. Lo stesso vale per Netanyahu, che nella vita privata non è per niente religioso.

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