Petrolio e gas in Libano: potenziale economico e leva politica

il

di Samir Paravicini

Recentemente il governo libanese ha autorizzato il secondo round di assegnazioni delle licenze di trivellamento ed esplorazione petrolifera offshore. La prima tornata, avvenuta a fine 2017, aveva visto il consorzio formato dalla compagnia francese Total, dall’italiana ENI e dalla russa Novatek aggiudicarsi due dei dieci blocchi nei quali sono state divise le acque libanesi ai fini dell’esplorazione. Malgrado i ritardi nella firma degli accordi del primo round, la speranza è quella che ora i procedimenti verranno svolti in tempi più rapidi.

Esistono grandi aspettative in merito al potenziale di produzione: i media parlano infatti dell’esistenza di importanti giacimenti di gas e petrolio lungo le coste libanesi, e alcune previsioni indicano la presenza di circa 700 miliardi di metri cubi di gas offshore. Qualora confermato, ciò renderebbe potenzialmente il Libano il 25° produttore di gas al mondo.

In questo momento sta quindi per prendere il via la prima fase di esplorazione e trivellamento dei blocchi n. 4 e 9. Secondo il primo accordo raggiunto tra lo Stato e le compagnie, queste ultime hanno a disposizione cinque anni di tempo per trivellare e – nel caso in cui venissero scoperti giacimenti con potenzialità commerciali – avranno il diritto di estrarre gas e petrolio per 25 anni, versando il 4% degli utili sotto forma di royalties. Inoltre, in accordo con la legislazione tributaria libanese, le compagnie dovranno detrarre il 20% dei profitti sotto forma di tasse.

L’impatto sull’economia locale

Il decollo di un’industria petrolifera e del gas, se gestita in maniera adeguata, può rappresentare un’enorme opportunità di rilancio per l’economia locale. Negli ultimi anni, infatti, l’economia libanese ha registrato una crescita piuttosto scarsa (1,5% nel 2017 e 1% nel 2018), in gran parte dovuta alla riduzione degli scambi commerciali con la Siria.

Inoltre, il Libano risulta uno dei Paesi con il più alto rapporto debito pubblico/PIL nel mondo. Parte del debito è determinato da una gravosa spesa pubblica, concentrata maggiormente nei salari, nelle pensioni e nei versamenti alla compagnia statale Electricité du Liban (EDL). I trasferimenti dal Tesoro al settore elettrico costituiscono circa il 76% del totale della spesa pubblica; e del resto, in molti casi, questi sono utilizzati per compensare il costo dei carburanti e delle connessioni abusive.

Secondo le stime della Lebanese Oil and Gas Initiative (LOGI), le riserve libanesi avrebbero la capacità di fornire energia elettrica al Paese per 183 anni. Questo è un dato abbastanza importante per uno Stato in cui i blackout sono un fenomeno quotidiano e una buona fetta della popolazione dipende da generatori di energia gestiti da privati.

Infine, un rilancio del settore potrebbe creare nuove opportunità di lavoro, dal momento che le compagnie avrebbero l’obbligo di mantenere una percentuale di personale libanese non inferiore all’80% – oltre al fatto che dovrebbero ricorrere preferibilmente a fornitori locali per il proprio approvvigionamento.

Con l’obiettivo di assicurare uno sviluppo positivo del settore, già a partire del 2010 diverse lobby e organizzazioni hanno incoraggiato l’approvazione di una serie di leggi.

Il quadro istituzionale

Nel 2010 è stata adottata la Offshore Petroleum Resources Law (OPRL), che si applica alle attività petrolifere nelle acque territoriali e della Zona Economica Esclusiva (ZEE). L’OPRL regola il riconoscimento dei diritti sul petrolio e gli accordi di esplorazione e produzione tra lo Stato e le compagnie. In virtù di questa legge, lo Stato si riserva il diritto di svolgere o partecipare alle attività petrolifere, collocando così i profitti percepiti in un fondo sovrano. Alla fine del 2012, inoltre, è stata istituita la Lebanese Petroleum Administration (LPA) – istituzione pubblica incaricata di gestire il settore petrolifero offshore.

Per contrastare la corruzione, nel 2017 il Parlamento libanese ha approvato una legge sul diritto di accesso all’informazione. Questa obbliga la LPA a rendere pubblici i testi degli accordi di esplorazione e produzione firmati con le compagnie private, e i resoconti finanziari annuali. Inoltre, il governo ha manifestato l’intenzione di aderire all’Extractive Industry Transparency Initiative (EITI), iniziativa che stabilisce una serie di standard di trasparenza e credibilità nella gestione delle industrie estrattive.

Infine, diversi progetti di legge sono ancora in fase di discussione, tra cui: la Onshore Resources Law, per regolare le possibili future estrazioni sulla terraferma; e una legge per l’organizzazione di una Compagnia Nazionale del Petrolio, allo scopo di regolare il processo di partecipazione del governo e il coordinamento di tutte le attività relative a petrolio e gas.

Rischi interni

Le difficoltà, tuttavia, non sono poche. In primo luogo, il complesso sistema politico libanese è spesso causa di inefficienze. Inoltre, in passato i meccanismi adottati per contrastare la corruzione si sono spesso rivelati insufficienti. Per cui, in mancanza di una strategia nazionale per l’industria estrattiva e data la debolezza delle istituzioni, esiste il rischio che gli introiti del settore possano venire indirizzati a una piccola élite, senza tradursi in benefici tangibili per la popolazione.

In linea generale, inoltre, diversi analisti hanno evidenziato il pericolo di entrare nella trappola della resource curse, ovvero il paradosso per cui i Paesi e le regioni con abbondanti risorse non rinnovabili (come minerali e combustibili) tendono a registrare minori tassi di crescita rispetto ai Paesi con meno risorse naturali. Il fenomeno sarebbe causato soprattutto dalla cattiva gestione e dall’incapacità di cogliere opportunità per promuovere politiche di sviluppo.

Lo scenario geopolitico

Un altro rischio è rappresentato dalle tensioni a livello regionale, data la presenza di giacimenti in aree contese con Israele al Sud, e con la Siria al nord. In particolare, il blocco n. 9 (aggiudicato nel primo round) e i n. 8 e n. 10 (ancora in corso di aggiudicazione) sono oggetto di controversia con Tel Aviv; mentre i blocchi n. 1 e n. 2 (anche questi banditi nella seconda tornata) sono contesi con Damasco.

Dopo che il Libano ha reso pubblica l’intenzione di iniziare le gare d’appalto per le operazioni di drilling a inizio 2018, le reazioni da parte dello Stato di Israele non si sono fatte attendere. L’ex Ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, ha avvertito le “rispettabili” compagnie interessate all’esplorazione del blocco 9 che questo sarebbe un “grande errore”, e ha classificato le azioni libanesi come “provocatorie”. Israele ha poi avviato la produzione di gas in diversi blocchi lungo la sua costa – in particolare in quelli del giacimento di Tamar – e ha inoltre bandito le gare d’appalto per il conteso blocco 9.

Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno cercando di assicurarsi il ruolo di mediatore tra Beirut e Tel Aviv. A tal scopo, agli inizi di marzo il Vicesegretario di Stato per gli Affari del Medio Oriente, David Satterfield, si è recato a Beirut con l’obiettivo di presentare una proposta di accordo. Tuttavia, il tentativo si è rivelato un fallimento, ed è stato definito dallo speaker del Parlamento libanese, Nabih Berri, come una semplice imposizione degli interessi israeliani.

In questo contesto, il Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo ha incluso il Libano nel suo recente tour in Medio Oriente. Pompeo ha incontrato il Presidente libanese Michel Aoun, lo speaker del Parlamento e il Ministro degli Affari Esteri Gebran Bassil per discutere in merito a diversi temi, tra cui la questione dei blocchi offshore.

Dopo gli incontri, Pompeo ha dichiarato di sperare che il Libano possa essere in grado di unirsi agli altri Stati nello sviluppo delle risorse del Mediterraneo orientale, portando benefici alla popolazione locale. Da parte sua, il Ministro Bassil ha incoraggiato le compagnie americane a partecipare alle prossime gare di appalto e ha inoltre valutato positivamente gli sforzi di mediazione americana – sottolineando che si compirà tutto il necessario per arrivare a un accordo giusto per il proprio Paese.

Il Segretario di Hezbollah, Hassan Nasrallah, sta cercando di ritagliarsi un ruolo principale all’interno della controversia, dal momento che diversi politici non hanno espresso una condanna ferma nei confronti di Israele e che nemmeno l’esercito si è pronunciato in merito. Lo scorso anno, Nasrallah aveva ribadito che la Resistenza sarebbe pronta ad agire in caso di attacchi contro le installazioni petrolifere in acque libanesi, ribadendo che l’ala militare del partito è l’unica forza in grado di far fronte a un’eventuale aggressione. La Muqawama, secondo Nasrallah, sarebbe in grado colpire per mezzo di missili le installazioni petrolifere lungo la costa israeliana.

Nel frattempo, le autorità libanesi hanno portato avanti i piani per l’esplorazione senza esitazioni. In questo contesto, alcune figure politiche stanno cercando di guadagnare sostegno all’interno della comunità internazionale.

A sinistra, il Segretario di Stato Pompeo; a destra, il Ministro degli Affari Esteri Bessil. Fonte: US Department of State (Flickr)

A tal proposito, lo speaker del Parlamento libanese ha incontrato il Presidente del Consiglio italiano Conte durante il suo viaggio a Beirut lo scorso febbraio, e ha inoltre pianificato un incontro con il Presidente francese Macron nei prossimi mesi. Durante la riunione con Conte, Berri ha fatto presente che le rivendicazioni israeliane violano la sovranità libanese, e che le compagnie coinvolte – compresa l’italiana ENI – devono essere messe al corrente di tale situazione.

A sua volta, il Presidente Aoun si è recato a Mosca a fine marzo, allo scopo di incontrare il presidente Putin. Tra le questioni discusse, secondo quanto riportato dalla stampa, vi sarebbe anche la problematica dei giacimenti contesi.

È bene ricordare, infine, che nel corso degli ultimi anni lo Stato di Israele ha investito in maniera considerevole nella sua flotta di navi di guerra per difendere i propri interessi nel Mediterraneo. Ad esempio, nel 2018, la Germania ha iniziato a costruire due navi su richiesta di Tel Aviv, che saranno dotate di elisuperfici e batterie di missili d’avanguardia. Inoltre, nel 2017, Israele ha collocato una parte del suo Iron–Dome system su un’imbarcazione, al fine proteggere le installazioni costiere.

Fonti e approfondimenti

Lebanon Oil & Gas Initiative, https://logi-lebanon.org/Basics/Infographic/How-Much-Does-Lebanon-has-Oil-And-Gas

The Times of Israel, Hezbollah issues fresh threat against Israel’s offshore gas rigs, 18 Feb. 2018 https://www.timesofisrael.com/hezbollah-threatens-to-strike-israels-offshore-gas-platforms/

Lebanon Gas and Oil, Lebanon-Israel Maritime Border Between US Officials Visits and Inter Lebanese Issues, 12 Mar. 2019, http://www.lebanongasandoil.com/index.php/news-details/178

Al Monitor, Putin, Aoun discuss Syrian refugee crisis, regional issues, 28 Mar. 2019, https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2019/03/russia-lebanon-aoun-putin.html#ixzz5kAlsQ2zY

UNDP, Lebanon, The petroleum legislative framework for Lebanon, 23 Mar. 2018, http://www.lb.undp.org/content/lebanon/en/home/presscenter/articles/2018/the-petroleum-legislative-framework-for-lebanon.html

Rispondi