Da Altiero Spinelli al governo gialloverde: la parabola europea dell’Italia

In quanto Paese fondatore dell’Unione europea, l’Italia ha rivestito un ruolo importante e decisivo nell’integrazione comunitaria. La particolare situazione storica, dopo la sconfitta nella guerra, l’ha portata a privilegiare la via della cooperazione internazionale piuttosto che quella del perseguimento dell’interesse nazionale. Tuttavia, la crisi economica sembra aver cambiato la situazione.

Il contributo di Altiero Spinelli e la fondazione della CECA

Tra i padri fondatori dell’Unione europea è ricordato Altiero Spinelli. L’intellettuale italiano è, infatti, l’ideologo della soluzione federalista: il progetto con fine ultimo la creazione degli “Stati Uniti d’Europa”, espresso nel Manifesto per un’Europa libera e unita (1941) – meglio noto come il Manifesto di Ventotene.

L’Italia degli anni immediatamente successivi alla guerra mondiale era un Paese sconfitto e distrutto, in cui qualsiasi elemento di nazionalismo – e quindi  anche di perseguimento dell’interesse nazionale a scapito di altri Stati – era ormai stato definitivamente screditato dalla tragedia della guerra fascista. La Democrazia Cristiana, la vincitrice delle elezioni del 1948 rimasta partito di maggioranza per i successivi 46 anni, era atlantista e favorevole a una maggiore integrazione tra i popoli europei.

Nel 1951, insieme a Francia, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo e Germania Ovest, l’Italia aderì al Trattato di Parigi che istituiva la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA). Il Trattato creava un mercato comune per queste due materie prime, che erano quelle decisive per l’industria bellica, con l’obiettivo di mettere fine a decenni di sospetti e tensioni (principalmente tra Francia e Germania). Il nostro Paese aderì nonostante la sua scarsa produttività in carbone e acciaio, per reinserirsi nelle dinamiche della politica continentale.

Due anni dopo, la Francia propose la creazione della Comunità europea di difesa (CED), un progetto particolarmente innovativo che promuoveva la creazione di un esercito europeo sotto il comando della NATO e gestito da apposite istituzioni comunitarie. L’esercito europeo avrebbe affiancato gli eserciti nazionali – compreso quello tedesco, che sarebbe stato così ricostituito.

Il governo di De Gasperi, influenzato dalle posizioni di Altiero Spinelli, non solo era favorevole, ma chiedeva anche che tale progetto fosse gestito da un’assemblea democratica e non da istituzioni di carattere intergovernativo. Tuttavia, il progetto CED naufragò per un ripensamento francese: il nuovo governo di Parigi non intendeva accettare che la Germania, a soli otto anni dalla fine della guerra, tornasse ad avere un esercito.

I Trattati di Roma e la Comunità Economica Europea

Il fallimento della CED frenò momentaneamente il processo di integrazione europea,  che venne in seguito rilanciato principalmente dal contributo di Jean Monnet e del governo italiano. Nel 1955, si tenne una riunione tra i ministri degli Esteri dei Paesi della CECA a Messina, in cui fu raggiunto l’accordo per l’istituzione di una Comunità europea per l’energia atomica (EURATOM) e per la creazione di un mercato unico per tutti i beni. Tali proposte vennero incorporate poi nel Trattato che istituiva la Comunità economica europea (CEE) e l’EURATOM, firmato a Roma nell’aprile del 1957.

La scelta di organizzare i summit in città italiane non fu casuale, così come non lo fu la scelta di designare il palazzo della Farnesina come archivio ufficiale dei Trattati Europei, ruolo mantenuto tutt’oggi. Infatti, l’Italia era, al tempo, il Paese più favorevole all’integrazione europea.

La linea di Roma era motivata dalla sua prudente politica estera, dal recente trascorso storico e da motivazioni economiche. In particolare, l’abolizione dei dazi e la creazione di una tariffa doganale esterna comune – decisi dalla CEE –  erano molto utili per un Paese in ripresa economica, che tendeva a esportare i suoi prodotti di manifattura negli altri Stati europei e a importare materie prime da nazioni più lontane.

L’opinione pubblica italiana supportava la scelta europeista dei suoi politici, dal momento che riteneva che la Comunità Europea potesse aiutare a ovviare a problemi endemici della politica nazionale come il clientelismo, la corruzione e la collusione con la criminalità organizzata.

A partire dagli anni Sessanta, l’Italia si trovò a fare i conti con il nascente asse franco-tedesco: talvolta era mediatrice privilegiata tra quest’ultimo e gli altri Paesi (tra cui, dal 1973, spiccava il Regno Unito), talvolta si trovava invece a subirne il protagonismo.

Al contrario di Francia e Regno Unito, il nostro Paese non era favorevole al “principio del giusto ritorno”, per cui ogni atto doveva essere legittimato da un beneficio a livello di interesse nazionale. Conseguentemente, l’Italia si oppose al principio dell’unanimità nelle decisioni.

Fu per impulso di Bettino Craxi e di Giulio Andreotti che, nel Consiglio Europeo di Milano del 1985, fu accettato che la maggioranza qualificata sostituisse l’unanimità come metodo standard per prendere decisioni a livello comunitario. Nel referendum del 1989, l’opinione pubblica italiana ribadì il suo profondo europeismo votando per l’88% (con un’affluenza dell’80%) a favore del conferimento di maggiori poteri al Parlamento europeo.

L’Italia nell’Unione europea

Le importanti riforme decise dal Trattato di Maastricht del 1992 resero l’Unione europea qualcosa in più di un’istituzione sovranazionale, ma qualcosa meno di uno stato federale. Le scelte prese a Bruxelles diventavano decisive per la vita di tutti i giorni dei cittadini italiani.

L’introduzione della moneta unica, negoziata dal governo di Romano Prodi, arrivò con un cambio con la lira piuttosto sfavorevole. Inoltre, ciò impediva all’Italia di svalutare la moneta per favorire le esportazioni, scelta spesso effettuata in precedenza dai governi democristiani.

Lo stesso Prodi divenne presidente della Commissione europea nel 1999. Sotto la sua guida, si stese il progetto di una Costituzione Europea (poi bocciato a causa degli esiti negativi dei referendum in Francia e Olanda) e avvenne l’epocale allargamento a Est dell’Unione nel 2004, con l’ingresso di 10 nuovi Stati membri che cambiò definitivamente la natura e le dinamiche dell’Ue.

Le tensioni tra l’Unione europea e l’Italia sono iniziate con la crisi del debito del 2011. L’enorme debito pubblico rendeva Roma suscettibile a un costante rischio di speculazione e ciò era una minaccia per la tenuta dell’euro; inoltre, le misure proposte dal governo di Silvio Berlusconi non erano ritenute dall’Ue sufficienti per combattere la crisi.

La sostituzione di Berlusconi con l’ex commissario europeo Mario Monti, promotore delle misure di austerità concordate con Bruxelles, pose seri dubbi sul rispetto del principio di non interferenza da parte delle istituzioni comunitarie. Le politiche di Monti, per quanto necessarie, furono profondamente impopolari e incrinarono la decennale fiducia che i cittadini italiani nutrivano verso le istituzioni europee.

Oggi, l’Italia è uno dei Paesi in cui la popolarità dell’Unione è minore, anche se in risalita rispetto a qualche anno fa. In particolare, i dati dell’Eurobarometro mostrano che gli italiani sono nettamente più critici della media degli altri europei riguardo alla moneta unica: l’Italia, infatti, è il principale Stato membro dell’Ue guidato da un governo euroscettico.

Il governo Conte ha abbandonato la tradizionale linea moderata vicina a Francia e Germania, a favore di un avvicinamento – anche se per ora più a parole che negli effettivi voti in Consiglio – al “gruppo di Visegrad. In particolare, il vice-premier Matteo Salvini ha più volte ribadito la sua stima verso il discusso primo ministro ungherese Viktor Orbán, recentemente espulso dal PPE a causa delle sue misure ritenute autoritarie.

Le imminenti elezioni europee saranno decisive sotto vari punti di vista. L’eventuale successo dei gruppi sovranisti (di cui la Lega è il partito leader) potrebbe influenzare in maniera decisiva la politica del Parlamento europeo e, potenzialmente, anche la maggioranza necessaria per la formazione della nuova Commissione. Se la maggioranza parlamentare continuerà invece a essere composta da PPE, S&D e ALDE, è lecito immaginare che il ruolo dell’Italia nella nuova Commissione sarà ridimensionato.

L’Italia, oggi, occupa tre posti chiave nell’Unione: il presidente della Banca Centrale Europea, l’alto rappresentante per la Politica Estera e il presidente del Parlamento europeo. Desta particolare preoccupazione la successione alla guida della BCE di Mario Draghi, che avverrà nell’ottobre di quest’anno. La sua politica di quantitative easing è stata particolarmente utile per la ripresa economica del nostro Paese, provato da anni di austerità.

Se – come appare probabile – Draghi dovesse essere sostituito da un banchiere del Nord Europa, l’atteggiamento della Banca Centrale Europea tornerebbe più prudente e favorevole all’austerità. Per la prima volta nella storia dell’Unione europea, dunque, l’Italia si presenta all’appuntamento elettorale con molte novità e altrettante incognite.

Fonti e approfondimenti

Tommaso Padoa Schioppa, Europa, forza gentile, Il Mulino, Bologna, 2001

Michele Pignatelli, “Paura e scontento, così l’Italia si allinea al trend populista europeo“, Il Sole 24 Ore, 10 marzo 2018

Giovanna Tosatti, “Un progetto denominato Penelope: il contributo di Romano Prodi al processo costituente europeo“, L’Officina della Storia, 19 luglio 2018

Valeria Castronovo, “Cosa ci insegna Altiero Spinelli“,  Il Sole 24 Ore, 23 maggio 2016

Sondaggio Eurobarometro su popolarità UE del 3 aprile 2019

Sondaggio Eurobarometro su popolarità zona euro dell’ottobre 2018

Alessandro Galiani, “Cos’è il Quantitative Easing, lo stimolo all’economia che sta per finire“, AGI Economia, 15 giugno 2018

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