Il cambiamento climatico in Australia

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di Gaia Cellante 

L’Australia, a causa della sua posizione geografica e per la natura del suo territorio arido, è uno dei Paesi che sta soffrendo maggiormente gli effetti del cambiamento climatico. Da uno studio intitolato “Fragile Planet”, finanziato da HSBC Bank, emerge che il surriscaldamento globale ha aumentato fino al 3,4% – nel 2006 era dello 0,36% – la percentuale di incidenti e fatalità attribuibili agli effetti del cambiamento climatico a cui la popolazione australiana è esposta. L’isola oceanica si è posizionata al terzo posto, alle spalle di Israele e Stati Uniti, della classifica inserita nello studio di HSBC Bank sui Paesi sviluppati le cui popolazioni sono sottoposte a maggiori rischi legati a catastrofi naturali come tempeste, alluvioni, uragani e incendi. 

Gli effetti del surriscaldamento globale

L’aumento delle temperature è, secondo le ricerche, il fattore che più di tutti mette a rischio l’isola. In un territorio già di per sé estremamente caldo e arido, dove nella stagione estiva si superano ormai i 45 gradi centigradi, l’aumento di un grado dal 1910 a oggi sta avendo degli effetti devastanti sull’ecosistema. Le ondate di caldo estremo, che da sempre caratterizzano il clima australiano, diventano sempre più frequenti, dure e lunghe. Un ambiente così torrido genera lunghi periodi di siccità che mettono in ginocchio gli agricoltori e gli allevatori.

Ulteriori effetti dell’aumento delle temperature si notano anche sui 2300 km di grande barriera corallina che circondano le coste nord-orientali dell’isola. Un’eccezionale ondata di caldo registrata nel 2016 ha causato la morte e il conseguente “sbiancamento” del 30% della barriera patrimonio UNESCO. 

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(Fonte: Arc Centres of Excellence)

Inoltre, l’aumento costante degli incendi, si parla di una media di 54.000 eventi registrati ogni anno, è un altro degli effetti del surriscaldamento del territorio australiano.

Negli ultimi anni gli incendi sono diventati sempre più estremi in termini di danni e dimensioni, soprattutto nelle zone meridionali e orientali del Paese, e la stagione in cui è possibile che si verifichino eventi di questo tipo si è estesa fino ad arrivare a un totale di nove mesi l’anno. Nel novembre del 2018, lo Stato orientale del Queensland è arrivato a dover fronteggiare 200 incendi contemporaneamente: una situazione così grave non si era mai verificata. 

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(Fonte: Bureau of Meteorology)


Lo scetticismo del governo

Nonostante gli evidenti effetti legati al surriscaldamento globale siano riconosciuti dalla maggior parte della popolazione, l’argomento resta controverso e il dibattito politico a tal riguardo è ancora molto acceso. La fazione più scettica nei confronti del cambiamento climatico è sicuramente l’ala più conservatrice del partito di governo, il Liberal Party. Uno studio della rivista “Nature Climate Change” sul legame tra teorie del complotto, conservatorismo e scetticismo sui temi ambientali ha rilevato che il livello di correlazione tra ideologia politica conservatrice e scetticismo nei confronti degli studi sul cambiamento climatico e sui suoi effetti in Australia è molto alto. Tale scetticismo si rafforza per il fatto che l’Australia è uno dei maggiori esportatori di carbone al mondo e gran parte del suo approvvigionamento energetico dipende dalle centrali a carbone.

La personalità politica più ostile alle politiche ambientali è l’ex primo ministro liberale Tony Abbott. Da sempre molto critico anche nei confronti dei timidi tentativi del governo di ridurre le emissioni, Abbott ha affermato che l’Australia dovrebbe ritirarsi dall’accordo di Parigi, seguendo l’esempio degli Stati Uniti. 

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Tony Abbot

Nonostante lo scetticismo animi il dibattito politico sui cambiamenti climatici, negli ultimi anni il governo di centrodestra ha tentato di avviare un cammino che avrebbe dovuto portare al taglio delle emissioni di gas serra e all’investimento in forme di energia rinnovabili. Per quanto riguarda il breve termine, il governo si era prefissato l’obiettivo di ridurre le emissioni del 5% dai livelli del 2000 entro il 2020, mentre gli obiettivi di più lungo periodo prevedono che l’Australia riesca entro il 2030 a diminuire le emissioni del 26-28% dai livelli del 2005, rispettando i parametri fissati dagli accordi di Parigi.

Il raggiungimento di questi obiettivi sembra però tutt’altro che scontato, soprattutto perché il dibattito sulle politiche ambientali torna ciclicamente ad essere l’argomento principale di scontro all’interno delle forze di maggioranza tra la fazione conservatrice, contraria a qualsiasi politica ambientale, e la fazione più progressista e disposta a ridurre il livello delle emissioni. Ne è un esempio il cambio alla guida del governo dell’agosto 2018: quando Malcolm Turnbull è stato sostituito dall’attuale primo ministro Scott Morrison, il governo ha abbandonato le politiche per ridurre le emissioni dei gas serra.

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Al centro del terremoto politico della scorsa estate ci fu la decisione da parte dell’ex primo ministro Turnbull di attuare una politica, la National Energy Guarantee (NEG), che obbligava le compagnie elettriche a rispettare i limiti di emissioni fissati. La politica promossa dall’ex Capo del governo venne contestata principalmente da alcuni esponenti del Liberal Party, come Abbott, e una volta sfiduciato Turnbull il nuovo Primo ministro fin da subito ha annunciato che avrebbe sospeso la NEG per permettere la riduzione dei costi dell’energia per i cittadini. La NEG è la quarta politica ambientale sospesa dai governi liberali dal 2013, anno della loro ascesa al potere.

Morrison si è comunque dimostrato contrario alla possibilità di ritirare ufficialmente l’Australia dal Trattato di Parigi, affermando che l’obbiettivo del taglio delle emissioni del 26-28% entro il 2030 è ancora raggiungibile. È evidente però che senza una seria politica ambientale che coinvolga sia il settore energetico, cioè quello che produce la percentuale più alta di emissioni di gas serra, sia altri settori fonti di inquinamento come il trasporto, l’agricoltura, l’industria pesante e l’attività mineraria, sarà impossibile raggiungere quegli obiettivi.

Le politiche ambientali nella campagna elettorale

Inevitabilmente le politiche ambientali sono al centro del dibattito politico che precede le elezioni del Parlamento federale del prossimo 18 maggio. Il Labour Party, principale rivale della coalizione di centrodestra, ha fatto dei temi ambientali una delle colonne portanti della sua campagna elettorale. I laburisti sostengono che quanto fatto dal governo negli ultimi sei anni è del tutto insufficiente per fronteggiare una crisi ambientale così grave e pone come obiettivo quello di ridurre le emissioni di gas del 45% entro il 2030, quasi il doppio di quanto previsto dai liberali. Il traguardo sperato dai laburisti viene giudicato  irresponsabile dai liberali e troppo ottimistico dagli specialisti del settore.

È evidente quindi che dal risultato delle prossime elezioni dipenderà anche un differente approccio alle politiche ambientali e che tali politiche saranno determinanti per il futuro degli ecosistemi, dell’agricoltura, ma anche della sicurezza degli abitanti dell’Australia. 

Fonti e approfondimenti:

– Climate Reality Project, “How climate change affecting Australia?”, 12/01/2019

 Angela Dewan, CNN, “Australia is devastated by drought, yet it won’t budge on climate change“, 22/08/2019,

– Lisa Cox, The Guardian, “Extreme heatwave in Australia: catastrophic fire conditions as temperature records broken“, 28/12/2018,

Chris Barrett and Anna Skarbek, The Guardian, “Climate change poses a clear financial risk to Australia“, 29/04/2019,

– Henry Belot, ABC, “How the federal election will change Australia’s response to climate change“, 24/04/2019,

– The Sydney Morning Herald, “Australia one of the countries most exposed to climate change, bank warns“, 22/03/2018

– Australian Government Department of Environment and Energy, Emissions data.

– Adam Morton, Nature. International Journal of Science, “Australia has no climate-change policy again“, 17/09/2018,

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