Spiegami le europee 2019: intervista a Venzon di VOLT

Concludiamo oggi il nostro ciclo di interviste a livello europeo con una formazione politica alquanto particolare, per poi presentarvi nei prossimi giorni alcuni dei candidati italiani.

Prima di raccontarvi l’esperienza di cui parliamo oggi, è però necessaria una premessa. Per competere alle elezioni europee, in Italia, una formazione politica extraparlamentare deve raccogliere 150.000 firme su tutto il territorio nazionale, 30.000 per ogni circoscrizione, 3.000 per regione. Volt non ce l’ha fatta e quindi non sarà possibile votare per loro. Invece, in altri sette Paesi europei con norme meno selettive, Volt è riuscito a ufficializzare la propria candidatura.

Abbiamo deciso comunque di includere questo progetto politico nel nostro ciclo di interviste, proprio data la sua caratteristica unica di “partito paneuropeo” e la sua ambizione europeista. Nelle prossime righe, scoprirete Volt descritto dalle parole del suo fondatore e presidente Andrea Venzon, 26 anni.

Quali ideali politici e quali figure ispirano VOLT?

Noi ci definiamo progressisti. Progressisti nel senso più anglosassone del termine. Non per forza uno schieramento politico, ma l’idea di guardare avanti, di portare la società in avanti. Il grande problema oggi in Italia è che si sta tornando indietro, c’è molto conservatorismo. Quindi noi vogliamo che ci siano dei valori guida: diritti umani, sostenibilità, crescita sostenibile, crescita condivisa e libertà individuali. Questi devono essere i punti fondamentali di una civiltà moderna e noi temiamo che oggi si stia tornando indietro rispetto a questi temi. Quindi destra e sinistra non sono ciò che ci definisce. Per noi è fondamentale farci conoscere per questi valori.

Per questo abbiamo fatto un grande lavoro programmatico ancora prima di andare in pubblico. Tre documenti, di duecento pagine totali, fatti da volontari ed esperti. Centinaia di persone hanno lavorato assieme sulla nostra piattaforma di collaborazione per creare queste proposte poi votate tutte assieme. Poi c’è il programma elettorale per le europee supportato da sessanta pagine di spiegazioni legislative su come vogliamo andare a intervenire. Abbiamo fatto i compiti a casa.

Parlando di Italia il programma può essere visto come social-liberale, perché punta a irrobustire il welfare, ma riconoscendo il potenziale e la necessità di un’economia di libero mercato che cresca e sia innovativa.

Come figura di riferimento direi Churchill, perché rappresenta lo spirito storico con cui abbiamo creato questo movimento. Cioè l’idea di arginare qualcosa che sta andando molto storto e provare a dare una speranza. Poi dobbiamo essere bravi a concretizzarla. In sostanza non nasciamo perché amiamo la politica, ma perché il momento storico secondo noi lo richiede.

Data la portata molto ambiziosa de vostro programma, quali obiettivi vi ponete nel breve e medio periodo?

Uno è quello di sbloccare i fondi europei. Creando un commissario straordinario dei fondi europei con sede a Roma e che abbia come unico obiettivo quello di fare in modo che spendiamo questi soldi. Agevolando gli imprenditori, facendo in modo che le regioni abbiano le competenze per fare i bandi, guidando il Paese nella burocrazia sia nostrana che di Bruxelles. Abbiamo un anno e mezzo di tempo. Questa come misura a brevissimo tempo.

Dal prossimo settennato è fondamentale sviluppare quelle competenze per evitare di trovarci di nuovo con fondi non investiti, perché poi rischiamo di avere meno budget. Quindi investire in competenze a livello amministrativo e inserire dei corsi di europrogettazione nei curriculum scolastici. La Spagna negli anni Ottanta ha fatto un salto in avanti di vent’anni utilizzando i fondi europei. Infatti gli spagnoli in questo momento non solo sono molto pro europei, il 74% mi pare, ma sono anche molto abili nel gestire i fondi. Noi stiamo perdendo una possibilità, una barca di soldi.

Andando su politiche più nostrane, vorremmo tagliare il cuneo fiscale. Ad oggi il costo del lavoro è eccessivo rispetto alle altre economie europee. Quindi bisogna far in modo che le aziende tornino ad investire nel nostro Paese. Ragazzi come me e te hanno il 50% di probabilità di andare all’estero perché non possono stare oggi in Italia. Trecentomila persone se ne vanno non perché abbiamo una dittatura, ma perché non ci sono opportunità. Quindi investire sul mercato del lavoro, creare infrastrutture e portare benessere in questo Paese.

Inoltre vorremo cambiare la figura dell’europarlamentare. L’europarlamentare non deve essere solo un bravo parlamentare, quindi competente, ma deve essere presente sul territorio. Perché è quello che è mancato tradizionalmente a questo ruolo. Quello che noi vorremmo fare, e spero tutti i partiti, è ricostruire un rapporto tra Europa e territorio. Parlando di europrogettazione, gli europarlamentari dovrebbero essere i primi a portare il messaggio sul territorio. Secondo me questo è un dovere di un parlamentare che rappresenti l’Italia in Europa.

Quali sono i problemi più immediati che l’Unione europea dovrebbe risolvere?

Penso a tre parole chiave. Democrazia: bisogna chiudere il gap tra istituzioni e persone. Senza questo non ci sono i presupposti per costruire il progetto europeo, è come un fantasma che cammina. Bisogna fare in modo che le persone si sentano connesse alla struttura europea e non la incolpino e basta, quindi un Parlamento democratico. Opportunità: non solo nel senso di produzione di posti di lavoro, ma anche standard europei minimi, salario minimo europeo, pensioni minime europee. E poi diritti: è facile dire siamo in Europa, stiamo bene. Ma prendiamo ad esempio le donne. È un problema che il 50% della popolazione in un Paese altamente sviluppato sia tuttora discriminato. Che tuttora non acceda alle posizioni di guida di un’azienda. E che sia in Parlamento soltanto perché c’è stato un cambiamento di legge ed è necessario per accedere ai fondi avere delle quote rosa sulle liste. È un vero problema culturale, un problema non solo nostro ma europeo.

Secondo me queste tre parole rappresentano la sfida dei prossimi dieci, venti anni. Se le riuscissimo a risolvere potremmo arrivare al prossimo livello di sviluppo, altrimenti rimarremo il Montecarlo del mondo, nel senso che viviamo abbastanza bene ma non abbiamo prospettive.

In che gruppo parlamentare pensate di confluire se eletti?

Il sogno è di creare il nostro gruppo parlamentare. In questo momento sappiamo che l’Europa ci spinge a entrare in un gruppo, perché se non entri non hai talking times o budget. A grandi linee i gruppi con cui condividiamo delle proposte politiche sono i socialisti, i liberali e i verdi. Perché i nostri tre capitoli di proposte si ritrovano in ogni gruppo. Il PPE, con cui condividiamo alcune proposte riguardo la sicurezza, non è per noi un interlocutore perché c’è Orbán. Abbiamo anche incontrato dei loro rappresentanti e gli abbiamo detto che non li considereremo come opzione.

Visto che state attraversando l’iter della raccolta delle 150.000 firme necessarie per accedere alla competizione elettorale per il Parlamento europeo, cosa ne pensi delle leggi italiane che regolano questo processo?

Credo siano regole vetuste. Di quarant’anni fa. Messe apposta per bloccare nuovi partiti. Credo siano completamente irrealistiche, perché l’unico partito che ce l’ha fatta è stata la Lista Tsipras. Noi lo stiamo facendo in modo pulito, andando con gli autenticatori in tutte le piazze. Ed è uno sforzo enorme, anche economico, perché non possiamo permetterci di pagare gli autenticatori quindi dobbiamo trovare dei volontari. Per esempio a Napoli abbiamo una squadra enorme ma non abbiamo ancora trovato un autenticatore dopo un mese. È un blocco della democrazia gigantesco e non ne capisco il motivo.

Capirei il fatto di dover avere un po’ di forza per partecipare o di dover raggiungere il 4%, però l’obbligo di 3.000 firme a regione è matematicamente sbagliato. Perché tremila firme in Val D’Aosta non sono la stessa cosa di tremila firme in Sicilia. Quindi è un’aberrazione della democrazia ed uno dei tanti segnali che dimostra quanto in Italia dobbiamo lavorare anche sulla democrazia. In un report dell’ONU l’Italia non è considerata puramente liberale proprio per i grandi blocchi che esistono per l’accesso democratico.

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