La SADC, lo strumento di cooperazione dell’Africa meridionale

di Simone Manda

La SADC (Southern African Development Community) è una delle principali organizzazioni regionali che operano sul territorio africano. Queste hanno il compito di coadiuvare le singole politiche governative, e guidare le diverse aree del continente verso una concreta ed efficace integrazione economica tra le sue parti e, più in generale, con l’Africa intera.

In quest’articolo, guarderemo alla composizione e all’azione di questa particolare entità politica, cui gli Stati meridionali del continente fanno riferimento per vincere condizioni economiche e sociali avverse. Lo faremo evidenziando le difficoltà insite nel funzionamento della SADC, e presentando il processo storico che ha portato alla sua creazione.

 

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Brevi cenni storici

Nel maggio 1979, le più alte cariche politiche di 9 Paesi – Angola, Botswana, Lesotho, Malawi, Mozambico, Swaziland, Tanzania, Zambia e Zimbabwe – in una riunione svoltasi a Gaborone, in Botswana, delinearono il progetto di una conferenza annuale che potesse coordinare le loro economie, vicine sia geograficamente che negli obiettivi.

Tali Paesi – provenienti dal gruppo degli Stati della Linea del Fronte (Frontline States) – furono già attivi sostenitori dell’indipendenza delle colonie africane, trovandosi a condividere, poi, la prima linea d’attacco al fenomeno dell’apartheid – in quegli anni, all’apice della sua efferatezza.

Il 1 aprile 1980, a Lusaka – la capitale dello Zambia -ci fu la firma del primo trattato, la prima dichiarazione d’intenti che portò alla formazione della SADCC (Conferenza di coordinamento per lo sviluppo dell’Africa meridionale).

Oltre a chiedere la fine del potere delle minoranze bianche nella regione, essa si prefiggeva di integrare le politiche di sviluppo dei singoli Paesi, in un quadro di cooperazione che contribuisse a forgiare un’unione non solamente dal punto di vista economico, ma anche in termini di diritti, sicurezza, trasporti, comunicazioni e mobilitazione di risorse.

Quell’unione arrivò, ufficialmente il 17 agosto 1992. Tramite la firma del Trattato di Windhoek – capitale della Namibia, Paese unitosi al gruppo in seguito alla liberazione dal controllo sudafricano nel 1990 – si sancì la transizione da conferenza annuale a comunità tesa allo sviluppo, la SADC (Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale).

Con le prime elezioni multi-razziali in Sudafrica nel 1994, Nelson Mandela ebbe la possibilità di sedere al tavolo della comunità SADC. A testimonianza del cambiamento in atto nella regione, lo fece con il ruolo di presidente – un incarico della durata di tre anni che rivestono a rotazione tutti gli Stati membri.

Con l’entrata del Sudafrica nel gruppo, le priorità e l’assetto della SADC cambiarono forma, spingendo la comunità sul ciglio del panorama globale.

 

Struttura, azioni e obiettivi conseguiti

L’assenza della potente economia sudafricana – la quale già intratteneva forti rapporti commerciali con l’Occidente (in particolare l’Europa) – aveva posto un freno alla crescita prospettata dal gruppo SADC al momento della sua creazione.

Ciononostante, dopo il suo ingresso il Sudafrica polarizzò in modo netto – ovviamente a favore della sua economia – l’area di libero scambio che fu promossa dalla SADC nel suo Trade and Development Protocol del 1996, poiché essa era già forte dei singoli accordi bilaterali con le altre economie della regione.

Così, la SADC dovette far fronte all’impossibilità di una reale integrazione economica tra le sue parti, mancando di un programma d’investimenti che percorresse il territorio e si preoccupasse di mantenere costante il flusso dei finanziamenti esteri.

I problemi di sicurezza insiti in Africa meridionale spinsero il presidente Mandela a proporre il varo di un organo parallelo all’azione della Comunità, per coadiuvare i governi nel compito arduo di mantenere stabile la SADC.

L’istituzione dell’Organo Politica, Difesa e Sicurezza (OPDS) fu il primo passo verso una legislazione in termini di difesa del territorio, collegando tra sé i vari dipartimenti della regione.

Il primo protocollo dell’OPDS – firmato durante il Summit in Lesotho del 1996 -conteneva indicazioni per combattere il traffico illecito di droga tra gli Stati membri.

Prima della sua istituzione, i compiti dell’OPDS erano svolti dai Comitati Ministeriali, ognuno di essi rivolto, nella propria azione, a particolari settori. Furono proprio i problemi organizzativi derivanti dalla gestione di un’area talmente imponente a portare alla soppressione di questi Comitatih.

Dopo gli eventi dell’11 settembre 2001 e la Risoluzione 1373 delle Nazioni Unite, anche la SADC adottò un protocollo – firmato e condiviso dall’OPDS nel gennaio 2002 – con l’obiettivo di arginare gli effetti del terrorismo, in quanto minaccia fisica ed economica.

A spingere questa decisione furono casi come quello del Kenya, sconvolto da due attentati terroristici nel 1998 e nel 2002, ai quali seguì nel 2003 un deficit – derivato dalla perdita d’investimenti esteri – che fu stimata in 1 milione di dollari al giorno.

Nel 1999 fu stilato il RISDP (Regional Integration Strategic Development Plan), un piano decennale per la convergenza dei criteri economici e sociali. Questo si è rivelato uno strumento d’ampio spettro per l’utilizzo coerente delle risorse regionali da parte di tutti gli stakeholders, nominalmente le agenzie governative, le istituzioni pubbliche e, in minima parte, le aziende private.

Da quel momento, la convergenza con i criteri del RISDP divenne l’obiettivo permanente del gruppo SADC, poiché ritenuta condizione sine qua non per la creazione del mercato comune panafricano. Quest’ultimo è stato fortemente voluto dall’Unione Africana (AU) che, con la firma del Trattato di Abuja nel 1991, ne prefiggeva la sua completa attuazione entro il 2025.

Durante il Summit della Comunità del 2016, si è discusso della mobilitazione di capitale per lo sviluppo d’infrastrutture legate all’energia sostenibile, con piani di ammodernamento che dovrebbero aumentare la competitività regionale e guidare la Comunità verso la crescita economica.

Con la SADC quale epicentro dell’epidemia del virus dell’HIV, fu poi indispensable aggiungere ai principi del piano comune delle indicazioni su sicurezza alimentare e contenimento delle malattie.

Per forzare la crescita dell’area, il Sudafrica ha spinto per la creazione di un’unione monetaria (CMA, Common Monetary Area), in modo da permettere lo scambio diretto di merci tra gli Stati membri. Il rand sudafricano, facendo da traino a tale mercato, renderebbe di fatto quest’iniziativa uno strumento essenziale per il difficile percorso di questi Paesi verso l’integrazione. L’ago della bilancia però, c’è da dirlo, verterebbe sempre verso il mercato Sudafricano, che ne trarrebbe benefici sostanziali.

Il percorso verso l’unione monetaria ha compiuto un passo importante nel 2016, con la creazione di un sistema stabile dei tassi di cambio, in attesa della futura istituzione di una moneta unica.

Già dai primi anni di vita della SADC, le pratiche di welfare dell’unione si sono diffuse nella regione, espandendo la loro portata considerevolmente. Di conseguenza, l’idea di istituire una banca centrale regionale non sembra più essere tanto lontana.

I dati del 2016 ci danno una visione della crescita della SADC: esponenziale nel periodo che va dal 2007 al 2013 (eccetto nell’anno 2009, riflesso della crisi economica globale), per poi riportare valori negativi di nuovo nel 2015, con la diminuzione delle importazioni estere da parte della maggioranza dei Paesi SADC.

In ultima analisi, due fattori in particolare ci dimostrano i progressi della comunità: l’aspettativa di vita nella regione – passata dai 51,8 anni del 2007 ai 60,1 anni del 2016 – e la libertà di movimento.

Mentre la prima fornisce una chiara visione dell’efficacia delle politiche sanitarie ed economiche, le possibilità di spostamento sono frutto delle politiche migratorie dei singoli Stati (senza che si sia mai raggiunta un’intesa comunitaria sull’argomento).

 

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(© NewsDay Zimbabwe)

Libertà di movimento e altri problemi

Il problema sostanziale della SADC è che essa rappresenta una complessa struttura di potere e interessi, i quali si sovrappongono a un quadro sociale e politico estremamente composito.

Inoltre, molti degli Stati che ne fanno parte sono affiliati ad altre organizzazioni regionali africane, palesando i conflitti d’interesse tra queste ultime.

Per quanto riguarda la libertà di movimento, essa era uno dei principi cardine della comunità SADC, poi sbiadita nel tempo. Il primo Protocollo sulla libera circolazione delle persone del 1995 e il secondo Protocollo del 2005 sono stati contrastati fortemente da forze interne alla regione, politicamente contrarie all’immigrazione (regolare o meno). Eppure, il 75% dei migranti all’interno dell’area SADC proviene proprio dai suoi Paesi membri, e il flusso sembra destinato a crescere. Secondo le Nazioni Unite, nel 2017 il conteggio dei migranti regolari ammontava a 7.5 milioni di persone – con il Sudafrica che, da solo, ne accoglieva 4 milioni.

Il movimento nell’area della SADC è regolato da visti, anche lavorativi, che permettono una libera circolazione fino a 90 giorni. Il problema è che i visti trimestrali sono per la maggior parte richiesti da turisti, e ottenere un visto lavorativo per un periodo più lungo può essere molto complicato. E’ facile, quindi, che un migrante sia portato a scegliere vie illegali per entrare nel Paese.

I motivi politici dietro tali indecisioni risiedono nel crescente nazionalismo della regione. Quest’ultimo è sintomo di un’incapacità politica che cerca di allontanare lo sguardo dai molteplici casi di corruzione (fortemente presente nei Paesi economicamente più imponenti, come il Sudafrica, la RDC o l’Angola), dalla mala gestione della “cosa pubblica” o dall’incapacità dei governi di indirizzare le proprie politiche contro mala sanità, disoccupazione, scarso accesso ai servizi sociali o partecipazione politica della popolazione.

Da tutto ciò, risulta solamente una crescente xenofobia che non fa che peggiorare la questione migratoria, arrivando a produrre violenze ai confini che molto spesso passano sotto silenzio.

La SADC ha bisogno di porre un freno alla propria incapacità di agire, derivante dalle pressioni politiche al suo interno: di fronte alle denunce della comunità internazionale riguardo corruzione, instabilità politica e repressione delle manifestazioni popolari, la SADC preferisce rimanere muta e chiudere un occhio.

La fiducia degli attori internazionali – dai cui fondi la SADC è ancora dipendente – rischia di essere messa a dura prova dall’instabilità che deriva da tali dinamiche, che richiedono una rapida e concreta soluzione.

 

 

 

Fonti e approfondimenti:

Rossouw, J. (2006). An Analysis of Macro-Economic Convergence in SADC. South African Journal of Economics, 74(3), pp.382-390.

Malan, M. and Cilliers, J. (1997). SADC Organ on Politics, Defence and Seurity: Future Development. Institute for Security Studies, Halfway House, South Africa Occasional Paper No 19

Maunganidze, O.A. and Formica, J. (2018). Freedom of movement in Southern Africa – A SADC (pipe)dream?. Institute for Security Studies, Southern Africa Report 17

Rifer, M. (2005). SADC And Terrorism: Where is the regional Strategy?. African Security Review, 14(1), pp.107-116.

McCarthy, C. (1999). Polarised Development in a SADC Free Trade Area. The South African Journal of Economics, 67(4), pp.211-220.

Debrun, X. and Masson, P. (2013). Modelling Monetary Union in Southern Africa: Welfare Evaluation for the CMA and SADC. South African Journal of Economics, 81(2), pp.275-291.

Southern African Development Community (SADC) (2016). SADC selected economic and social indicators.

Cilliers, J. (1996). The SADC organ for defence, Politics and Security. Institute for Defence Policy, Occassional Paper No 10

 

ISS – Who has the power in SADC?

ISS – SADC is deaf to alarm bells in the region

Il caffè geopolitico – SADC 2016: piccoli passi verso l’integrazione economica

Internazionale – Un’eredità complicata in Sudafrica, Angola e Zimbabwe

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