Il numero identificativo per le forze dell’ordine è questione di civiltà

Chi fa parte delle forze dell’ordine ha il compito di tutelare la sicurezza di ogni cittadino, nei limiti che la legge definisce. Tuttavia, può capitare che i responsabili della nostra sicurezza eccedano nei loro compiti fino a superare questi limiti, incorrendo così in possibili reati. Come ogni cittadino, anche colui che appartiene alle forze dell’ordine deve rispondere delle proprie responsabilità quando questo accade, ma ciò non risulta sempre facile. 

Il 23 maggio scorso a Genova, durante la manifestazione lanciata da Cgil, Anpi, Arci, Comunità San Benedetto e Libera contro il comizio di CasaPound, la polizia ha percosso a più riprese il giornalista di Repubblica Stefano Origone, salvato solo dall’intervento di un ispettore della Questura che l’aveva riconosciuto come tale. La violenza, che si è abbattuta anche sul resto dei manifestanti, ha contribuito a riportare in auge il tema del numero identificativo per le forze dell’ordine. Nel caso di Origone, i poliziotti autori del pestaggio si sono presentati in commissariato per dichiarare la loro responsabilità nell’accaduto, probabilmente grazie a un’opera di persuasione interna dovuta al coinvolgimento di un membro della stampa. La normalità, però, è tutt’altra e riconoscere i colpevoli è molto complicato proprio a causa dell’assenza dei numeri identificativi per le forze dell’ordine.

Per questo motivo Amnesty International è tornata a lanciare la campagna “Forza polizia, mettici la faccia” già iniziata il 6 novembre 2018 con una richiesta diretta al ministro dell’interno Matteo Salvini e al capo della polizia Franco Gabrielli.

L’ONG, protagonista nella difesa dei diritti umani, aveva già richiesto l’introduzione di codici identificativi alfanumerici individuali nel 2011, per il decennale del G8 di Genova, summit in cui la repressione delle forze dell’ordine italiane fu violentissima.

In quel frangente, i casi tristemente noti dell’uccisione del manifestante Carlo Giuliani, dell’assalto alla scuola Diaz e della caserma Bolzaneto – per gli ultimi due l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasburgo per tortura e violazione dei diritti umani – furono più complicati (o impossibili) da risolvere proprio a causa della mancanza dei numeri identificativi. Come se il senso di vergogna e d’impotenza a causa di ciò non bastasse, nel 2012 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione europea (2010-2011) in cui, alla raccomandazione n. 192, si sollecitano gli Stati membri “a garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo”.

Già nel 2001, inoltre, il Consiglio d’Europa adottava il Codice etico europeo per la polizia di cui è importante citare alcuni articoli:

  • Art 35. La polizia, e tutte le operazioni di polizia, devono rispettare il diritto di tutti alla vita.
  • Art 36. La polizia non deve infliggere, incoraggiare o tollerare alcun atto di tortura, alcuna pena o trattamento inumano o degradante, in nessuna circostanza.
  • Art 37. La polizia può fare uso della forza solo se strettamente necessario e solo nella misura necessaria per ottenere un obiettivo legittimo.
  • Art 38. La polizia deve sempre verificare la legalità delle azioni che intende porre in essere.

L’Italia è ancora indietro rispetto a buona parte dei Paesi europei che hanno già adeguato le normative interne alle richieste dell’UE. In Francia, ad esempio, un decreto del 2013 firmato da Manuel Valls ha introdotto l’obbligo di esporre un codice identificativo di sette cifre tanto per gli agenti in uniforme, quanto per quelli in borghese. In Olanda le forze dell’ordine devono aver scritto il proprio nome sull’uniforme, mentre quelle in azione in situazioni di ordine pubblico devono poter essere identificate con un codice numerico sul casco; una legge simile è attuata anche in Belgio. Ancora, in Germania non c’è una legge che imponga il riconoscimento per la polizia federale, ma ne esiste una per i corpi regionali e a Berlino, invece, dal luglio 2011 la polizia ha l’obbligo di esporre un codice di riferimento di quattro cifre. Altri Paesi che prevedono il numero identificativo, ognuno a suo modo, sono la Grecia, il Regno Unito, la Spagna e perfino la Turchia guidata da Recep Tayyip Erdoğan, non esattamente un paladino dei diritti umani.

La situazione italiana sui numeri identificativi per le forze dell’ordine

Se capire ciò che pensa il ministro dell’interno Matteo Salvini in merito non è difficile – “Il mio obiettivo è non mettere il numero sui caschi dei poliziotti che sono già abbastanza facilmente bersagli dei delinquenti anche senza il numero in testa”, diceva nell’aprile del 2018 – per il movimento guidato dall’altro vicepresidente del Consiglio le cose sono un po’ diverse. Il Movimento Cinque Stelle, infatti, nella scorsa legislatura si era più volte espresso a favore dell’introduzione dei numeri identificativi per le forze dell’ordine: inizialmente con un emendamento a prima firma di Vito Crimi, poi con una proposta di legge a firma dell’ex senatore Marco Scibona e, infine,  con una mozione al Senato di Carlo Martelli – rieletto con i pentastellati, ma passato subito al Gruppo misto – datata 25 settembre 2013. Qui sotto l’intervento indignato del senatore Martelli.

Un’iniziativa comune, seppur minima, era in realtà stata immaginata dal governo giallo-verde. Nell’ormai famoso “Contratto per il governo del cambiamento”, infatti, l’attuale maggioranza si era così espressa al punto 23: “Si dovranno dotare tutti gli agenti che svolgono compiti di polizia su strada di una videocamera sulla divisa, nell’autovettura e nelle celle di sicurezza, sotto il controllo e la direzione del garante della privacy, con adozione di un rigido regolamento, per filmare quanto accade durante il servizio, nelle manifestazioni, in piazza e negli stadi”. In più di un anno di governo, però, l’esecutivo si è concentrato su altro, non ritenendo questa una priorità. 

Conclusioni

“Ho pensato di morire, non mi vergogno di dirlo. Non smettevano più di picchiarmi, vedo ancora quegli anfibi neri, che mi passavano davanti al volto e, nella testa, mi rimbomba ancora il rumore sordo delle manganellate”. Queste sono le parole con cui Stefano Origone ha commentato quanto successo dalle colonne di Repubblica.

È triste che l’argomento riemerga solo quando è un giornalista ad essere coinvolto, ma questo ci permette di invitare all’ennesima riflessione tutti gli attori che compongono non solo gli organi istituzionali, ma anche quelli della società civile. È necessario riaprire il dialogo tra tutte le categorie interessate, a partire dai sindacati di polizia che troppo spesso si sono nascosti dietro un dito per tutelare i propri iscritti: il numero identificativo per le forze dell’ordine non rende più facile accedere ai dati sensibili degli agenti. Bisogna poter individuare coloro che, coperti da una divisa, si sentono intoccabili e in potere di eccedere nel loro ruolo. E bisogna farlo non solo per tutelare il cittadino soggetto a violenze che rimangono impunite, ma anche per quella parte di forze dell’ordine potenzialmente sana in cui si finisce per non credere più.

La strada verso la piena tutela dei diritti umani è tutta in salita. Il numero identificativo per le forze dell’ordine è solo una questione di civiltà.

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