I partiti politici americani: il Novecento

Se il Novecento è stato il secolo che ha visto l’affermazione dei partiti di massa in Europa, lo stesso non si può dire per gli Stati Uniti. Mentre nelle realtà nazionali del vecchio continente ai partiti di notabili si sostituivano formazioni stabili, strutturalmente presenti nel tessuto sociale, i connotati di massa dei partiti americani venivano progressivamente a indebolirsi. 

Riformulando l’affermazione di Bobbio, si potrebbe dire che i partiti americani nella prima parte del XX secolo puntarono uno stivale nelle istituzioni e un sandalo nella società civile. La dimensione popolare che li aveva contraddistinti nel secolo precedente trovò nuova linfa in altre forme di associazione e partecipazione, ad esempio il movimento femminista e quelli per i diritti degli afro-americani.

In una società sempre più dinamica, in cui si intrecciavano complesse questioni culturali ed economiche, tanto la sfera privata quanto quella pubblica si trovarono coinvolte in un continuo processo di ridefinizione. I partiti non furono da meno e, nel corso del Novecento, modificarono la loro traiettoria assieme agli altri soggetti sociali.

Liberalismi 

Per comprendere i cambiamenti dei partiti americani è opportuno servirsi di alcuni concetti chiave; per quanto riguarda la dimensione ideologica, uno dei termini da mettere a fuoco è senz’altro “liberalismo”. Abbiamo già anticipato come gli Stati Uniti abbiano una tradizione politica diversa rispetto alle democrazie europee: questa differenza si può cogliere anche in riferimento al liberalismo, caratterizzato da un’accezione di destra da questa parte dell’Oceano, di sinistra dall’altra. 

Fino agli Trenta del Novecento, in entrambi gli schieramenti politici vi erano esponenti che potevano definirsi in qualche modo liberali; fu durante il New Deal che il partito democratico si appropriò del termine in maniera esclusiva, grazie alla figura di Franklin Delano Roosevelt.

Negli Stati Uniti che faticavano a uscire dalla devastante crisi economica, il presidente si convinse che fosse necessario un ripensamento del ruolo dello Stato, chiamato a intervenire per garantire uguaglianza sociale. Questo significava ovviamente dedicare una maggiore attenzione alle classi meno agiate e a i loro diritti: nel nuovo liberalismo, veniva a invertirsi il rapporto tra uguaglianza e libertà. Laddove nella tradizione ottocentesca il liberale americano considerava l’estensione della libertà personale strumentale al raggiungimento dell’uguaglianza, il “moderno” liberale considerava l’uguaglianza la condizione necessaria per realizzare la libertà personale. 

La declinazione ideologica “liberal”, così come configurata nel periodo del New Deal, sopravvisse fino alla fine degli anni Sessanta quando, in parte per motivazioni legate al contesto internazionale, in parte per logiche interne al partito,  furono gli esponenti più radicali del Partito Democratico a identificarsi in questa etichetta.

Conservatorismi

Il liberalismo ha goduto a lungo di grande consenso presso il popolo americano. Tuttavia, a partire dagli anni Cinquanta, tra le fila del Partito Repubblicano si organizzò, proprio in risposta a questa corrente culturale, un fronte composto dai “liberali classici”, favorevoli al libero mercato e a un ruolo meno interventista dello Stato, e i conservatori, più attenti alla dimensione etica e alla tradizione religiosa.    

Questa alleanza non avrebbe mai visto la luce se non ci fosse stato uno spostamento a “sinistra” da parte del Partito Democratico. Infatti, se i due gruppi concordavano sul liberismo economico,  non erano d’altra parte rare le differenze, ma queste furono messe in secondo piano all’interno di un progetto in cui trovarono conciliazione forte individualismo e legame comunitario, rispetto per la tradizione e fiducia nel progresso. 

Tra le fazioni che hanno trovato un sempre maggiore spazio (e influenza) nell’ultimo ventennio del Novecento all’interno del Grand Old Party, vi è quello composto dai cosiddetti neo-conservatori. Fondamentali nell’elezione di Ronald Reagan alla Casa Bianca, si è discusso molto all’inizio degli anni 2000 in merito al loro ruolo nella guerra contro il terrore avviata da George W. Bush. 

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La famiglia Bush in un’occasione ufficiale. Fonte: White House 

L’aspetto principale che caratterizza i neo-cons riguarda la concezione della politica estera. Fermamente convinti della supremazia culturale ed etica dei valori della tradizione americana, essi ritengono che gli Stati Uniti debbano mantenere il primato militare per affermare questi principi a livello globale. Non è un caso che le spese belliche durante le presidenze Reagan e Bush abbiano raggiunto cifre estremamente elevate.

Identità e società

In un saggio uscito poco dopo la vittoria di Trump, lo studioso Mark Lilla afferma che il problema principale delle forze politiche progressiste (il discorso vale anche per la sinistra europea) è avere abbandonato il progetto per una visione complessiva della società in nome della “politica identitaria”, seguendo lo slogan diffuso negli anni Sessanta per cui “il personale è politico”. 

Secondo l’autore di “L’identità non è di sinistra”, la sinistra si sarebbe concentrata in maniera eccessiva su battaglie sì giuste, ma la cui dimensione era prettamente individuale. In questo modo, essa si sarebbe disgregata, nel tentativo di inseguire un consenso ugualmente frammentato nei vari movimenti sociali “single-issue”. E, paradossalmente, avrebbe agevolato il compito agli esponenti politici della fazione opposta, favorendo l’affermazione di un individualismo radicale contrario a una visione (storica) di sinistra -da cui il titolo del libro-.

Nonostante la pubblicazione recente, il pamphlet contribuisce a mettere in luce uno dei “fili rossi” del Novecento. Come anticipato nell’introduzione, lo scorso secolo ha visto una crescente differenziazione sociale e un conseguente aumento di influenza da parte dei movimenti e dei gruppi esterni ai partiti, mentre questi ultimi hanno visto progressivamente scemare la loro dimensione di massa. I gruppi di interesse e pressione, organizzatisi a partire dagli anni Venti, ricoprono tutt’oggi un ruolo importante nella società americana. Strutture di fatto indipendenti dai due principali partiti sono in grado di orientare le loro decisioni, e si denotano pertanto come uno dei collanti fondamentali per le due dimensioni della democrazia pluralista contemporanea: rappresentanza e partecipazione. 

Se dalla parte dei democratici troviamo schierati movimenti come quello per i diritti civili e le associazioni ambientaliste, da quella dei repubblicani si collocano gruppi confessionali, affaristici e movimenti per la difesa del secondo emendamento. Molte delle questioni sollevate da questi gruppi hanno a che vedere con la dimensione identitaria, così come si è configurata nella seconda parte del Novecento: essa riveste ancora una posizione centrale nella sfera pubblica americana. 

Fonti e approfondimenti

Mario Del Pero, Libertà e Impero – Gli Stati Uniti e il mondo 1776-2011, Laterza Editore, 2011.

Francesco Martini, L’evoluzione del concetto di liberalismo nel linguaggio politico americano del XX secolo,Eunomia 1 n.s. (2012), n. 2, 151-170

Arnaldo Testi, Il secolo degli Stati Uniti, Il Mulino, 2017

 

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