Ricorda 2009: la nuova Costituzione indigenista della Bolivia

Quest’anno ricorre il decimo anniversario della Carta costituzionale boliviana. Approvata definitivamente il 25 gennaio 2009, la Nueva Constituciòn rappresenta la base del progetto di governo di Evo Morales e si inserisce nel filone del nuovo costituzionalismo latinoamericano grazie alla forte componente indigenista. 

Processo di riforma

Morales, primo presidente indigeno della regione dalla colonizzazione spagnola e, per questo, soprannominato el indio, governa il Paese dal 22 gennaio 2006.

Il processo di riforma costituzionale, una delle promesse della campagna elettorale di Morales, si è sviluppato nell’arco di 4 anni (2006-2009) a cavallo tra il primo e il secondo mandato presidenziale.

A meno di un anno di distanza dalle elezioni presidenziali del dicembre 2005, il 2 luglio 2006, si sono svolte le elezioni per l’assemblea costituente dove il partito di governo (MAS) ha ottenuto la maggioranza assoluta (137/255 seggi). Il 6 agosto, festa nazionale boliviana, i delegati si sono insediati a Sucre e dopo un anno e mezzo di lavoro, il 10 dicembre 2007, hanno approvato la nuova Costituzione.

L’iter è proseguito nel Parlamento boliviano che nell’ottobre 2008 ha approvato alcuni emendamenti e la legge per il referendum popolare di approvazione definitiva.

Quest’ultimo si è svolto il 25 gennaio 2009 concludendosi con l’approvazione del testo da parte degli elettori boliviani con una percentuale del 61,43%.

In realtà, i risultati definitivi hanno sollevato più di una polemica e mostrato una forte spaccatura interna sul governo di Morales.

A Santa Cruz, Tarija, Beni e Pando, le quattro province con una forte presenza dell’opposizione autonomista, il voto finale ha respinto il testo con percentuali analoghe, ma in direzione opposta al dato nazionale. 

I leader dell’opposizione, come Quiroja (Podemos), hanno esultato per i “no” e dichiarato che un’applicazione forzata nei dipartimenti contrari al nuovo testo sarebbe stata immorale. Il presidente si è dichiarato disponibile al dialogo, ma assolutamente contrario a qualsiasi modifica di contenuto e, anzi, pronto a contrapporre la forza dei decreti presidenziali a un eventuale ostruzionismo parlamentare.

In ogni caso, tutti gli osservatori internazionali hanno confermato la regolarità delle operazioni di voto e la Costituzione è stata applicata, ma il malcontento verso il presidente indio è rimasto stabile negli anni a seguire.

Il modello “indigenista”

Il contenuto del testo costituzionale approvato nel 2009 rappresenta una novità radicale per il Paese e la svolta principale riguarda sicuramente il cosiddetto “modello indigenista”. Lo schema è simile a quello contenuto nella Carta dell’Ecuador approvata solo tre mesi prima ed entrambi rappresentano un caso-studio di costituzionalismo sperimentale e sfida all’egemonia della cultura giuridica europea e statunitense.

Il passaggio dallo storico nome di Repubblica di Bolivia a Stato Plurinazionale di Bolivia (Estado Plurinacional de Bolivia in spagnolo; Bulibya Mamallaqta in quechua; Wuliwya Suyu in aymara; Tetã Volívia in guaranio) non è solo formale, ma segna il riconoscimento di uno Stato di diritto unitario, plurinazionale e comunitario fondato sul pluralismo politico, economico, giuridico, culturale e linguistico.

Le nazioni e i popoli indigeni pre-coloniali sono menzionati già dal secondo articolo e un intero capitolo, il quarto, è dedicato ai relativi diritti collettivi. Vengono garantiti il diritto all’autonomia, alla conservazione della cultura e all’autogoverno tramite il riconoscimento e consolidamento di istituzioni proprie ed entità territoriali autonome pur nel quadro dell’unità statale.

Vengono poi colmate alcune gravi lacune precedenti tramite il riconoscimento della proprietà comunitaria sulle terre ancestrali per i popoli indigeni (art. 2). Nello specifico viene riconosciuto il diritto all’uso esclusivo delle risorse naturali rinnovabili e il diritto alla “consulta previa e informada” per lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili correlato al diritto di beneficiare dei relativi vantaggi (art. 403). Inoltre, il rispetto delle comunità indigene in tutte le dimensioni vitali viene menzionato come componente essenziale dello  “sviluppo rurale sostenibile”, ossia uno dei pilastri delle politiche economiche nazionali (art. 405).

Se precedentemente la Bolivia era il Paese del Continente con la legislazione meno avanzata in materia, la nuova magna carta ha segnato un cambio di rotta più che necessario.

La Bolivia è infatti il secondo Stato delle Americhe (dopo la Groenlandia) per tasso di popolazione indigena. Secondo l’ultimo censimento dell’Istituto nazionale di statistica il 40,6% dei boliviani si riconosce in una delle circa 37 popolazioni indigene del territorio. Nonostante il drastico calo rispetto al precedente censimento del 2001, dove la percentuale era del 62%, il dato rimane significativo. Le etnie maggioritarie sono la Quechua e la Aymara con circa il 40% della popolazione indigena ciascuna. Seguono poi, tra le altre, Guaranì, Chiquitanos, Guarayo e Afroboliviano. In realtà, fonti diverse presentano dati dissimili e questo deriva molto dalla complessità della materia: il confine tra meticcio e indigeno non sempre è netto, molto dipende dall’auto-percezione dei singoli e da dinamiche sociali, culturali o economiche difficili da razionalizzare.

In ogni caso, il processo di riconoscimento e tutela del pluralismo in ogni sua forma, in primis culturale e linguistica, ha segnato un passo avanti fondamentale per il Paese e un esempio per il resto della regione.

Il socialismo boliviano

La Costituzione del 2009 rappresenta più in generale il disegno politico di Morales che, infatti, il 25 gennaio aveva dichiarato: “La votazione di oggi decide che tipo di Paese sarà la Bolivia”.

L’entrata in vigore della Costituzione rappresenta il culmine della prima fase di governo di EVO. Questa, molto influenzata dal passato sindacale del presidente, è caratterizzata da un forte contrasto con gli USA e la parallela collaborazione con le forze socialiste della regione di cui l’adesione al progetto ALBA è solo l’esempio più evidente.

Se l’ispirazione della Costituzione veniva dalle lotte passate, indigene e popolari, per la liberazione, l’obiettivo era quello di “lasciare alle spalle” il passato coloniale e neoliberale per costruire una nuova Bolivia: democratica, plurale e portatrice di pace.

Nei 411 articoli (e 10 disposizioni transitorie) si sviluppa un complesso sistema politico e ideologico insieme che può essere definitivo socialismo indigeno o evoismo.

Spicca il forte rifiuto delle privatizzazioni, in particolare per i beni e servizi pubblici del sistema sanitario, i servizi di sicurezza e assistenza sociale e l’accesso all’acqua.

Viene affermata la laicità dello Stato e tra i vari diritti civili figura la libertà di “spiritualità, religione e culto”. Tale scelta radicale non fu apprezzata dalle gerarchie ecclesiastiche locali e rese necessario un processo di mediazione che portò alla firma di un accordo di cooperazione inter-istituzionale tra la Chiesa cattolica boliviana e il governo.

Nel testo, siglato il 20 agosto 2009, si cerca di far conciliare gli intenti delle due istituzioni, pur nel rispetto delle diversità e con una specifica attenzione alle fasce più deboli della popolazione. Da una parte si riconosce l’operato sociale della Chiesa e una serie di diritti legati soprattutto ai finanziamenti e agli immobili, dall’altra si afferma il pluralismo della dimensione religiosa individuale e un preciso impegno dei cattolici ad ampliare il proprio raggio d’azione.

Si riconosce e garantisce la proprietà individuale e comunitaria della terra purché si accompagni a una funzione sociale e/o economica.

La proprietà individuale può essere piccola, media o d’impresa, ma in ogni caso non può superare, così come stabilito dal secondo quesito votato il 25 gennaio 2009, i 5 mila ettari. La proprietà collettiva è inalienabile e imprescrittibile, non è soggetta alle imposte, riguarda le terre ancestrali e coinvolge le comunità autoctone e il complesso rapporto di unità tra territorio e identità.

Un bilancio

Il risultato del referendum e i 13 anni di governo hanno fatto della Bolivia lo Stato membro dell’ALBA nonché, in generale, lo Stato socialista più florido della regione. Le ricette di MAS e l’istituzionalizzazione del buen vivir sembrano aver dato i loro frutti, pur con delle criticità.

La più evidente ha proprio a che vedere con la Costituzione: il 25 febbraio 2016 i boliviani sono tornati al voto e hanno bocciato la proposta di riforma costituzionale che, modificando l’articolo 168, avrebbe permesso a EVO di ricandidarsi oltre il limite dei due mandati (già interpretato elasticamente nel suo caso). Con il 51% il popolo non solo ha bocciato la riforma, ma anche la degenerazione personalistica di Evo.

Il presidente che nel 2005 ha preso il potere per riscattare la Bolivia povera e indigena, si è fatto contagiare dal personalismo tipico dei populismi latinoamericani e non riesce a lasciare il passo. Nonostante la volontà popolare, lo scorso dicembre il tribunale elettorale ha annunciato ufficialmente la quarta candidatura de el indio che a ottobre 2019 sfiderà Álvaro García Linera.

Per molti la rielezione di Morales è auspicabile e necessaria in quanto garanzia di continuità; per altri, a prescindere dal bilancio oggettivamente positivo del suo operato, la forzatura costituzionale metterebbe a rischio la democrazia ritrovata nel Paese.

Fonti e approfondimenti

Testo Costituzione 2009 (in spagnolo)

Serena BALDIN, “La tradizione giuridica contro-egemonica in Ecuador e Bolivia” in Boletín Mexicano de Derecho Comparado, Volume 48 – 143, maggio–agosto 2015, pp. 483-530

Maurizio STEFANINI, “Evo Morales e il modello costituzionale indigenista” in Limesonline.com, 07 aprile 2010

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