Balkans in arms: il terrorismo nei Balcani tra passato e presente

Dal 2012, circa un migliaio di persone ha lasciato i Balcani per unirsi come foreign fighters ai militanti del sedicente Stato Islamico in Iraq e Siria; alcune di queste hanno recentemente fatto ritorno nei rispettivi Paesi. Per questo motivo, talvolta ci si riferisce alla penisola balcanica come la culla del terrorismo islamico in Europa. In questo articolo cercheremo di ripercorrere le radici del terrorismo nei Balcani e di capire se è tale da costituire una minaccia reale.

Le radici storiche del terrorismo nei Balcani

Innanzitutto, è bene sottolineare che il fenomeno del terrorismo nei Balcani non nasce richiamandosi al fattore religioso, bensì come movimento di liberazione per riconquistare l’indipendenza perduta a causa del dominio ottomano. Dai primi anni del Novecento, esso ha assunto diverse forme e intensità, culminando in episodi che hanno fatto la storia.

Per citarne alcuni, è rinomato l’attentato che ha portato all’uccisione dell’Arciduca Francesco Ferdinando nel 1914 da parte del nazionalista serbo-bosniaco Gavrilo Princip, assassinio che successivamente causerà lo scoppio del Primo conflitto mondiale. Alcuni anni dopo, nel 1934, l’organizzazione rivoluzionaria paramilitare macedone VMRO (fondata nel 1893) e gli estremisti croati ustaša uccisero Aleksandar I Karađorđević, re di Jugoslavia. Fin dalla loro istituzione, entrambe le organizzazioni utilizzavano metodi terroristici, volti a liberare i popoli slavi dall’oppressione ottomana. In Romania, la Guardia di Ferro (inizialmente chiamata Legione dell’Arcangelo Michele) fu fondata nel 1927 e agiva come gruppo secessionista utilizzando azioni di violenza estrema contro pubblici ufficiali e politici.

Durante la Seconda guerra mondiale, il terrore divenne uno strumento istituzionalizzato in particolare dai gruppi di estrema destra come i četnici serbi, fedeli al re jugoslavo in esilio durante l’occupazione nazista, e gli ustaša croati. Questi ultimi rivolgevano i propri attacchi non solo contro serbi, ebrei, rom, musulmani, ma anche contro qualunque croato si opponesse al regime di Ante Pavelić, leader degli ustaša e del regime sostenuto da Mussolini (il cosiddetto Stato indipendente croato). Negli anni della Guerra Fredda, invece, furono i regimi comunisti jugoslavo, albanese, greco e bulgaro a portare avanti azioni repressive contro gli oppositori politici servendosi anche di azioni di stampo terroristico.

La fase cruciale per lo sviluppo del terrorismo nei Balcani è senza dubbio il conflitto che si è consumato negli anni Novanta, con specifico riferimento alla guerra in Bosnia. Infatti, durante la guerra, i gruppi paramilitari croati, serbi e musulmani, si macchiarono di crimini sanguinosi e ricorsero ad azioni in grado di stabilire un costante clima di terrore, come operazioni di pulizia etnica, stupro seriale, campi di prigionia in cui i detenuti venivano torturati o costretti a camminare su campi minati, oppure ancora basti pensare ai cecchini appostati nei palazzi durante l’assedio di Sarajevo o quello di Vukovar.

Anche le tecniche militari negli scontri tra gruppi richiamano a metodi volti a diffondere terrore. Per esempio, le cosiddette “Tigri di Arkan”, i serbo-bosniaci guidati da Željko Ražnatović (detto Arkan), erano note per attaccare di notte scendendo di corsa dai boschi dove erano nascosti ed essendo interamente ricoperti di pece nera, così che il gruppo nemico non potesse vederli. Va inoltre ricordato che anche l’organizzazione albanese UCK (Esercito di Liberazione Kosovoro) ricorse ad azioni terroristiche durante il conflitto in Kosovo, tanto è vero che i Paesi occidentali la classificarono come gruppo terroristico fino al 1998.

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Militanti dell’UCK (Fonte: Wikimedia Commons)

È in questi anni che il fondamentalismo islamico inizia ad affermarsi nei Balcani, ma non bisogna mai dimenticare che durante la dissoluzione della Jugoslavia il nazionalismo etnico-religioso non era il motore principale. Infatti, esso serviva a celare le dinamiche politiche della classe dirigente che voleva sopravvivere alla ridefinizione dello spazio jugoslavo. Ciò nonostante, come vedremo in un articolo successivo interamente dedicato al tema, molti combattenti musulmani provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa, oltre che dalle comunità islamiche di alcuni Paesi europei, parteciparono alla guerra in Bosnia al fianco dei bosniaci musulmani nelle cosiddette “brigate musulmane”. Inoltre, a conflitto concluso, alcuni Paesi come Turchia, Iran e Arabia Saudita contribuirono alla ricostruzione della Bosnia e, soprattutto, di nuovi luoghi di culto.

L’esperienza della guerra in Bosnia, la conformazione territoriale e naturale dei Balcani, in alcune zone sono particolarmente montuosi e difficilmente accessibili, e la fisionomia europea dei bosniaci-musulmani,  difficilmente riconoscibili dai servizi di sicurezza, hanno fatto sì che diventassero potenzialmente un luogo ideale per stabilire nuove basi di addestramento e di radicalizzazione di cellule terroristiche, nonostante non ci siano mai state conferme in tal senso.

I foreign fighters e il terrorismo cristiano

Recentemente, il conflitto siriano ha riportato in primo piano il tema del terrorismo nei Balcani, nello specifico di matrice islamica. Infatti, dal 2012 più di mille persone hanno lasciato la penisola balcanica per combattere come foreign fighters in Siria e Iraq al fianco del cosiddetto Stato Islamico. Secondo i dati raccolti da Adrian Shtuni, il picco delle partenze è stato nel 2013, per poi calare dal 2014 a causa delle legislazioni criminalizzanti l’operato dei foreign fighters, e infine crollare definitivamente tra il 2016 e il 2017.

Del contingente partito dai Balcani, circa il 67% erano uomini, 15% donne, e 18% bambini, nonostante la percentuale di questi ultimi sia molto aumentata tra il 2012 e il 2019, a causa delle nuove nascite durante il conflitto. In questo stesso arco temporale, 260 combattenti hanno perso la vita nelle ostilità, 460 hanno fatto ritorno nei rispettivi Paesi (prevalentemente nel 2015) e circa 500 si trovano ancora in Iraq e Siria, la maggior parte prigionieri delle forse curde del SDF. I Paesi in cui sono stati rimpatriati i foreign fighters balcanici sono Kosovo, Albania, Bosnia, e Macedonia del Nord, i quali li hanno poi processati e condannati. Pertanto, allo stato attuale, la presenza di combattenti affiliati all’IS pare non essere più significativamente attiva, se non per un gruppo ristretto di militanti albanesi ancora impegnati nel teatro siriano.

Tuttavia, la polarizzazione etnico-politica creata dal conflitto degli anni Novanta non ha influenzato solo il terrorismo di matrice islamica, ma anche quello ultra-conservatore di estrema destra. Infatti, durante la guerra, migliaia di combattenti volontari da ogni angolo di Europa parteciparono al conflitto al fianco delle forze serbo-ortodosse e croato-cattoliche. Al proprio ritorno, i combattenti cristiani, ormai radicalizzati, furono pubblicamente mitizzati e contribuirono alla formazione di organizzazioni estremiste di stampo neo-fascista. L’esempio più celebre è l’organizzazione greca è Alba Dorata, i cui leader hanno partecipato al massacro di Srebrenica al fianco delle milizie serbe.

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Jackie Arklov (Fonte: Wikimedia Commons)

Si può dire quindi che le guerre balcaniche hanno ispirato una intera generazione di terroristi, non solo musulmani. Basta fare due esempi: Jackie Arklov, noto neo-nazista svedese, aveva combattuto al fianco dei croati ed era stato condannato per crimini di guerra dal governo bosniaco, mentre Anders Breivik, autore del massacro di Utøya, richiamava esplicitamente nella propria ideologia la dottrina del nazionalismo serbo-ortodosso.

Conclusioni

Attualmente, i Balcani occidentali sono la regione con il più alto numero di foreign fighters che hanno fatto ritorno dopo aver combattuto in Iraq e Siria, come dimostrano anche i dati riportati nella tabella seguente. Tale primato fa sì che la regione, già con strutturali difficoltà socio-economiche e politiche, debba affrontare sfide delicate e con implicazioni cruciali di medio-lungo periodo, con risorse nettamente inferiori rispetto al resto dell’Europa. A ciò si aggiunge la tendenza di alcuni Paesi europei a privare della cittadinanza i combattenti che fanno ritorno nel Paese europeo di origine, riversando sui Balcani il peso della gestione dei procedimenti penali di foreign fighters che avevano per esempio la doppia cittadinanza (com’è capitato più volte in Kosovo e Bosnia).

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Fonte dati: Adrian Shtuni

Nonostante le risorse esigue, i Paesi dei Balcani hanno processato e condannato un buon numero di jihadisti. In testa c’è il Kosovo, con 73 condanne (6 ogni 10 foreign fighters, in confronto il Regno Unito ne ha condannato solo 1 su 10), seguono Macedonia del Nord e Bosnia con rispettivamente 32 e 18 sentenze di condanna.

L’altra faccia della medaglia, però, è che il regime penale si basi ampiamente sul patteggiamento e che gli anni di carcere previsti in caso di atti di terrorismo siano pochi, variando da 1 a 6 anni. È pertanto un paradosso che i Paesi europei affidino a Stati con sistemi giudiziari al collasso, problemi endemici di corruzione, con risorse e capacità limitate, non solo i procedimenti penali, ma anche i processi di reintegrazione.

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Fonte dati: Adrian Shtuni

Possiamo quindi concludere che al momento i foreign fighters che hanno fatto ritorno non costituiscono una minaccia reale, ma certamente un potenziale rischio da non ignorare. Infatti, il loro ritorno sarà stato quasi certamente supportato dalle reti di criminalità locale e regionale, lo stesso supporto che avranno ricevuto coloro che usciti di prigione abbandonano il Paese con documenti falsi per stabilirsi altrove o tornare in Siria. Inoltre, bisognerà capire molto presto come affrontare le conseguenze sul medio-lungo periodo che avranno “i figli del Califfato” sulla società europea e mediorientale.

In questo contesto, l’Unione europea potrebbe giocare un ruolo fondamentale nel sostenere i Paesi dei Balcani nella reintegrazione e de-radicalizzazione dei foreign fighters che sono stati processati e condannati, contenendo il clima di allarmismo che dipinge la regione come una minaccia per l’Europa. Al momento, sono in atto piani di monitoraggio e di cooperazione tra l’Ue e i Balcani, come ad esempio la Western Balkan Counter-Terrorism Initiative, una piattaforma regionale di cooperazione in materia di contro-terrorismo, con la speranza che queste azioni si traducano in un impegno costante e profondo.

Fonti e Approfondimenti

Azinović, Vlado, “Understanding violent extremism in the Western BalkansExtremism Research Forum – British Council, luglio 2018.

Balkan Insight – sezione “ISIS in the Balkans

Balkan Insight, “Balkan Terror Trials Reveal Links to Western Europe“, 09/01/2018.

Bugajski, Janusz, “Lo spauracchio del terrorismo nei BalcaniEastJournal, 26/05/2015.

European Parliament, “Parliamentary questions to VP/HR – Terrorist threat emanating from Bosnia and the wider Balkans“, 30/05/2017.

Gibas-Krzak, Danuta, “Terrorism in the Balkans. Genesis – types – prognosesInternal Security Review, n. 19/18.

Ibrahim, Azeem, e Hikmet Karcic,”The Balkan Wars Created a Generation of Christian TerroristsForeign Policy, 24/05/2019.

Kursani, Shpend, “Dobbiamo temere i Balcani? Droni, carri armati e pistoleOsservatorio Balcani e Caucaso (1 aprile 2016).

Kursani, Shpend, “Literature review 2017-2018: violent extremism in the Western BalkansExtremism Research Forum – British Council, febbraio 2019.

Lita, Lavdrim, “ALBANIA: Le panzane dei giornalisti italiani sul pericolo ISISEastJournal, 06/01/2016.

Shtuni, Adrian, “Western Balkans Foreign Fighters and Homegrown Jihadis: Trends and ImplicationsCTC Sentinel, vol. 2, n. 17 (agosto 2019).

Zola, Matteo, “Di jihadismo balcanico e altre sciocchezze. Una risposta ai giornali italianiEastJournal, 05/01/2016.

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