Perché avere un Green New Deal per l’Europa, oggi

Per “Green New Deal” si intende una risposta pratica dal punto di vista economico, sociale, tecnologico e politico alla sfida dei cambiamenti climatici, che minacciano attualmente le basi su cui abbiamo costruito la nostra intera civiltà. Esso non deve proporre solo tasse e piccole riforme, ma deve mirare a creare un’economia più prospera, più giusta, più sostenibile, mettendo al centro il lavoro, la giustizia, le comunità di lavoratori nella messa in atto di una trasformazione dell’economia e delle nostre infrastrutture. Oggi se ne sente molto parlare in America, grazie all’omonimo piano, ormai diventato popolare, presentato lo scorso febbraio dai Democratici Alexandria Ocasio Cortez ed Ed Markey, verso il quale movimenti come il Sunrise Movement provano a spingere l’agenda politica. Ciò che viene chiesto dal movimento attraverso l’attuazione del piano è “affrontare le crisi intrecciate di catastrofi climatiche, disuguaglianze economiche e razzismo, alla scala richiesta dalla scienza e dalla giustizia”.

Sunrise movement Chicago
Il Sunrise Movement di Chicago manifesta per un Green New Deal (credits: Charles Edward Miller)


Come è ormai chiaro, però, la crisi climatica e tutto ciò che ne consegue in termini di catastrofi e disuguaglianze, è questione internazionale. In Europa, tra gli esperti e a riflettori spenti, di Green New Deal si parla da più di 10 anni. Già nel 2007 in Regno Unito, infatti, un gruppo di ricercatori, professori ed esperti in sviluppo sostenibile, ambiente, economia e finanza, ha pubblicato un report in cui viene esplicitamente proposto un Green New Deal composto da politiche congiunte per affrontare tre grandi crisi: quella finanziaria, l’accelerazione del cambiamento climatico e l’impennata dei prezzi dell’energia. Ad oggi non è ancora stato implementato un Green New Deal europeo, ma vi lavorerà Frans Timmermans, attuale Primo Vice-Presidente della Commissione europea, nominato Vice Presidente esecutivo per il Green New Deal europeo. In Europa, il movimento che più sta spingendo la Commissione e i neoeletti europarlamentari a sostenere la sua proposta di un Green New Deal for Europe, è il movimento paneuropeo apartitico Democracy in Europe 2025 (DiEM25), lanciato dall’ex ministro delle Finanze greco Varoufakis. La campagna del Green New Deal for Europe DiEM25, mira a “riunire i cittadini, gli scienziati, i sindacati, i partiti e i responsabili politici d’Europa in una visione comune di giustizia ambientale” presupponendo a quest’ultima un disegno strategico che promuova la giustizia sociale.

March for science in Zagreb
March for science in Zagreb (credits: Branko Radovanović)

Un’opportunità per uscire dalla crisi

La crisi del progetto europeo richiede interventi che vadano al cuore delle ragioni che hanno reso le sue istituzioni sempre più distanti dalle preoccupazioni e aspirazioni dei cittadini. Servono interventi che ricostruiscano un’idea comprensibile di futuro e che riuniscano interessi e visioni dei singoli Stati membri a quelli della cornice europea. Oggi, la sfida che tiene insieme i problemi principali che accomunano tutti gli Stati membri, è quella del clima.

Un Green New Deal per l’Europa potrebbe rappresentare quindi un’occasione straordinaria per rinnovare l’economia in una prospettiva di decarbonizzazione e circolarità, premiando competenze e investimenti nei territori e definendo un nuovo profilo di società europea, per costruire una visione comune oggi assente su tantissimi fronti.

Disomogeneità d’intenti

La totale mancanza di visione comune emerge, per esempio, dalle posizioni tutt’altro che uniformi dei vari Stati membri in relazione agli obiettivi fissati a livello europeo per far fronte all’emergenza climatica. Tra questi ultimi troviamo gli Accordi di Parigi, l’obiettivo di abbandono del carbone entro il 2030 e l’obiettivo di “climate neutrality (le emissioni di gas serra non devono più superare la capacità di assorbimento della Terra) da raggiungere entro il 2050. Tutte dichiarazioni d’intenti lodevoli e auspicabili, ma la realtà, guardando a molti dei singoli Stati membri, sembra tutt’altro che incoraggiante.

La dipendenza dal carbone di alcuni Paesi è ancora molto alta, se si pensa alla Repubblica Ceca (50%), all’Estonia (77%) o alla Polonia (80%). In questi casi, è evidente la difficoltà di transizione a un’economia totalmente “carbon free” entro il 2030, specialmente in assenza di politiche europee che impongano alternative pulite in grado di limitare gli impatti economici e sociali di una tale transizione. Un esempio in tal senso è costituito dalla Polonia, il cui presidente Andrzej Duda – durante la COP24 – ha affermato pubblicamente che il suo Paese “non può rinunciare al carbone” in quanto materia prima “strategica” che garantisce “la sovranità energetica” dei polacchi. In Polonia, infatti, dove si bruciano sia antracite che lignite, tipologia di carbone – quest’ultima – più inquinante di tutte, le miniere e le centrali più importanti potrebbero rimanere in funzione almeno fino al 2044, ben oltre il limite del 2030 fissato dall’UE. Ma se lo Stato svolge un ruolo importante, lo è altrettanto il ruolo di compagnie private e società assicurative che sostengono il settore. In Italia, dopo oltre un anno di campagne da parte di Greenpeace e Re:Common, le Generali hanno stilato una nuova policy meno favorevole al sostegno del carbone, rivedendo i rapporti contrattuali con Polonia e Repubblica Ceca.

Un altro esempio importante è quello della Germania, accreditata spesso come esempio da seguire per gli investimenti sulle rinnovabili. La Germania è in realtà ancora dipendente dal carbone per un buon 40%, ed è previsto uno stop alle importazioni e la chiusura delle centrali non prima del 2038. Ancora una volta, troppo tardi rispetto agli impegni europei.

Nel caso del carbone, per una volta, ci sono paesi del Sud Europa a fare da contraltare alla Germania. In Italia la chiusura delle otto centrali ancora attive è prevista entro il 2025, tra cui quelle di Civitavecchia e Brindisi, le più grandi del nostro Paese. In Spagna, grazie al dibattito sulla transizione energetica innescato dal cambio di governo a metà del 2018, l’esecutivo guidato dal socialista Pedro Sànchez è riuscito a dar via libera alla chiusura di diversi impianti nel 2020, sebbene non sia riuscito a fissare in maniera esplicita un’uscita al 100% entro il 2025.

Centrale a carbone
Centrale a carbone Torrevaldaliga Nord di Civitavecchia (credits: Simone Ramella)

Transizioni ancora non sostenibili

Un altro problema grave è che, nonostante stia avvenendo gradualmente un declino del carbone a livello europeo, tale declino sembra premiare maggiormente il gas naturale rispetto alle rinnovabili. Il gas naturale, va ricordato, è un combustibile fossile, ma tenuto in grande considerazione dalle istituzioni europee perché considerato più “pulito” e disponibile in abbondanza. Il controverso gasdotto trans-Adriatico (Tap) è stato largamente supportato dalla Banca europea per gli investimenti (Bei), che per renderlo fattibile economicamente ha staccato un assegno da 1,5 miliardi di euro. La Bei, infatti, dal 2013 al 2018 ha finanziato prestiti ad aziende estrattive per un totale di 13,5 miliardi di euro. Oggi, grazie alle spinte di organizzazioni non governative, associazioni ambientaliste e numerosi cittadini europei, la Bei ha pubblicato un nuovo rapporto sulle proprie politiche energetiche che dovrebbero tradursi in uno stop ai finanziamenti alle energie fossili e che dovrà essere approvato dai 28 Stati membri dell’UE.

Infine, la non sostenibilità della transizione ecologica avvenuta in Europa fino ad oggi è dovuta alla scarsa considerazione dei contesti sociali in cui le politiche ambientali vengono applicate. Un esempio lampante è stato il caso dei gilet gialli in Francia, dove l’introduzione di una eco-tassa (ritenuta giusta, in generale), ha scatenato vere e proprie rivolte. L’errore di far gravare la transizione ecologica sui ceti deboli, infatti, non può far altro che aumentare disuguaglianze e inasprire i rapporti tra cittadini e istituzioni.

Un Green New Deal per identità e futuro

Alla luce di tutto questo, il problema che impedisce all’Europa di portare avanti un Green New Deal, non è tanto economico, finanziario o tecnologico, quanto politico. Tuttavia, l’Europa non può più permettersi di rinunciare ai propri principi e impegni pur di favorire interessi specifici che vogliono raschiare il fondo del barile prima di iniziare un cambiamento necessario.

Il rilancio del progetto europeo e la decarbonizzazione dell’economia possono avere successo solo se l’Europa riuscirà a disegnare e praticare una visione, concretizzata in un Green New Deal, che esprima nuove relazioni economiche e sociali, in grado di dimostrare concretamente che l’azione climatica è una grande opportunità per riorganizzare un sistema economico che migliori la qualità delle nostre vite, senza lasciare indietro nessuno.

 

Fondi e approfondimenti

Legambiente, “Un Green New Deal per l’Europa, le idee e le sfide per rilanciare il progetto europeo”, Edizioni Ambiente, 5/2019

Luca Manes, “Inquinamento: la sfida più urgente”, Micromega: Un’altra Europa è necessaria, 2/2019

Yanis Varoufakis, David Adler, “It’s time for nations to unite around an International Green New Deal“, The Guardian, 23/4/2019

The Green New Deal for Europe, “Pilastri del Green New Deal per l’Europa“, 2019

 

 

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