Verso le elezioni argentine: cosa aspettarsi e perché

Oggi, domenica 27 ottobre, circa 32 milioni di elettori argentini si recheranno alle urne per scegliere, oltre a presidente e vicepresidente della nazione per i prossimi quattro anni, anche governatori delle province e sindaci di diverse città. Presenti nella boleta electoral – la scheda elettorale – saranno coloro che hanno superato la soglia di sbarramento dell’1,5% alle PASO (primarias, abiertas, simultáneas y obligatorias), quest’anno svoltesi l’11 agosto. A contendersi la Casa Rosada saranno sei tra partiti e coalizioni.

I candidati

A vincere  le PASO di agosto (con il 47,79%) è stata la coalizione del Frente de Todos, guidata dalla formula Fernández-Fernández  con Alberto Fernández presidente e la ex presidente, Cristina Fernández de Kirchner, come sua vice.  A seguire, con il 31,80%, si è posizionato il candidato dell’oficialismo, l’attuale presidente Mauricio Macri che si candida con un ex peronista come Miguel Ángel Pichetto alla vicepresidenza. Lontano Roberto Lavagna, fermatosi all’8,15% , già ministro dell’Economia dei governi Duhalde e Néstor Kirchner, candidato con Juan Manuel Urtubey per l’alleanza elettorale del Consenso Federal. Sotto la soglia del 3 %, invece, Nicolás del Caño del Frente de Izquierda y de los Trabajadores (FIT), Juan José Gómez Centurión del Frente NOSveterano della guerra delle Malvinas e revisionista a proposito dei numeri sui desaparecidos –  e José Luis Espert del Frente Despertar. 

Questi numeri fanno capire come quella di oggi sarà una sfida limitata a Mauricio Macri e Alberto Fernández, mentre per gli altri la possibilità di raggiungere risultati significativi sarà molto ridotta.

Alberto contro Mauricio

Alberto Fernández, candidato alla presidenza per i peronisti, è la persona di cui il Frente de Todos aveva bisogno per marcare la differenza con la ex presidente Cristina Kirchner. Quest’ultima, infatti, non gode in assoluto di una buona immagine all’interno del Paese: se tanti la amano, tanti altri non avrebbero mai scelto di votarla, chiunque fosse l’avversario alle urne. La percezione dell’opinione pubblica ha quindi fatto tornare in auge una figura come Alberto Fernández, già capo di gabinetto nelle presidenze di Nestor  e Cristina Kirchner, allontanatosi dal peronismo nel 2008 a causa di posizioni divergenti proprio con la sua candidata a vice. Alle elezioni del 2015 finì per appoggiare la candidatura presidenziale di Sergio Massa, ma nel 2018 è tornato sui suoi passi riavvicinandosi al kirchnerismo in funzione anti-macrista. Alberto Fernández è l’uomo capace di evitare la polarizzazione del dibattito pubblico.

Mauricio Macri, invece, è il classico rappresentante del liberismo in termini economici e del conservatorismo a proposito dei diritti. Nato a Tandil, nella provincia di Buenos Aires, è figlio di un imprenditore nato a Roma – ma di origini calabresi – emigrato in Argentina verso la metà del Novecento. Come il padre, anche lui ha mosso i primi passi nel mondo industriale, per poi diventare presidente del Boca Juniors prima e dell’Argentina poi. Candidato per la coalizione Juntos por el Cambio, è il primo presidente esterno ai peronisti e all’UCR, l’Unión Cívica Radical che ha governato il Paese per molto tempo. La spinta propulsiva con cui è arrivato al potere nel 2015 ha finito per perdere forza, insieme alle sue misure economiche, condannandolo alla probabile bocciatura alle urne.

Il contesto economico

L’Argentina che si prepara ad affrontare queste elezioni arriva da anni di difficoltà economiche enormi. Il governo Macri, insediatosi nel 2015 con la promessa di azzerare la povertà e di aprire l’Argentina al mondo, ha finito per collassare proprio a causa delle scelte attuate nel settore economico. I numeri di questi quattro anni parlano chiaro: il debito pubblico è salito dal 57,1% all’86,3%, il tasso di povertà è cresciuto dal 30% del 2015 di quasi cinque punti percentuali, così come  il tasso di indigenti, passato dal 4,5% del 2015 all’8% attuale. Altro indicatore economico da tenere in considerazione è sicuramente quello dell’inflazione, raddoppiata rispetto al 27% degli anni di governo kirchnerista. C’è poi la questione del debito contratto con l’FMI, il più grande della storia: 57,1 miliardi di dollari non ancora entrati totalmente nelle casse argentine, ma già minaccia incombente per il prossimo governo di Buenos Aires. Tutto ciò senza nemmeno poter giovare degli investimenti esteri che il governo Macri era convinto di attrarre grazie alla sottomissione alle regole del Fondo Monetario. Il governo Macri ha fallito in quello che doveva essere il suo più grande punto di forza, arrivando a consegnare l’Argentina nelle mani del FMI: un errore strategico fondamentale se si guarda alla storia dell’America latina e alla percezione popolare, più che fondata, di essere il patio trasero – il giardino di casa – degli Stati Uniti.

Tutto questo, e molto altro, ha portato la popolazione argentina a rivivere incubi che sembravano lontani, come quelli della crisi del 2001. Crisi che, per quanto fosse più grave, aveva dalla sua parte un’inflazione drasticamente più bassa e un PIL in caduta libera negli anni precedenti: condizioni che la rendevano più gestibile.

Il contesto sociale e dei diritti umani

La crisi economica ha inevitabilmente riacutizzato anche la crisi sociale. Molte persone si sono ritrovate senza lavoro o sono state costrette a chiudere la propria attività economica (più di 23 mila aziende negli ultimi 4 anni), mentre per molte altre già potersi garantire tre pasti al giorno è un lusso. Il forte malcontento ha portato le classi medio-basse, le più colpite dalla crisi, a riorganizzarsi e a occupare a lungo le piazze argentine, per chiedere il riconoscimento dei diritti più basilari, come l’accesso all’educazione e quello alla salute; diritto, quest’ultimo, smantellato dal governo Macri che ha addirittura retrocesso il ministero a una semplice segreteria.

Anche dal punto di vista dei diritti umani la situazione è peggiorata. Se Macri era salito al potere sostenendo che avrebbe messo fine al “business dei diritti umani“,  la realtà è stata ancora peggiore. In un’intervista del 2016, ad esempio, a una domanda sul numero dei desaparecidos, l’attuale presidente rispondeva di non essere sicuro se questi fossero 30 mila – il numero ufficiale – o 9 mila secondo quanto riportato da storici revisionisti. Sempre a proposito degli anni bui della dittatura, il governo ha avallato il rallentamento nei processi contro gli autori di torture e omicidi (riaperti grazie alle politiche di Nestor Kirchner) e tentato di riabilitare la legge del Dos por Uno a favore degli stessi criminali, attraverso la scelta di Carlos Rosenkrantz come giudice della Corte Suprema.  Ancora, il taglio ai fondi destinati ai diritti umani e il caso Santiago Maldonado – giovane argentino ucciso durante una protesta in favore della popolazione Mapuche, sul quale omicidio non è ancora stata fatta chiarezza – hanno messo in allarme numerosissime associazioni che lavorano in questo settore.

Conclusioni

A tutti questi elementi va aggiunto che, dalle elezioni di agosto, la credibilità e la forza del presidente Mauricio Macri sono drasticamente scese. Gli ultimi mesi hanno evidenziato che Macri non è più considerato come l’interlocutore del governo argentino, nemmeno dal Fondo Monetario Internazionale – che ha infatti già avuto un incontro preliminare con Alberto Fernández. Questo ha portato l’inquilino della Casa Rosada a provare ogni misura, compreso il blocco dei prezzi su alcuni prodotti alimentari fino alle fine dell’anno, pur di recuperare il terreno perso. Tuttavia, il comportamento degli attori in gioco ha minato ancor di più la posizione di Macri, contribuendo a farlo apparire, ormai, senza potere.

I fattori fino a qui esaminati portano a conclusioni immediate nel breve termine. Alberto Fernández, molto probabilmente, sarà già da stasera il nuovo presidente dell’Argentina e, se ciò non dovesse giungere oggi, sarà comunque soltanto rimandato al ballottaggio di novembre. Difficilmente, infatti, l’appoggio delle altre forze politiche più affini all’oficialismo potranno aiutarlo a recuperare il terreno perso. Questo non significa che Alberto Fernández potrà godere di un percorso facile da presidente: i tanti nodi da sciogliere all’interno della coalizione del Frente de Todos, la contrattazione obbligatoria con l’FMI e il difficile contesto regionale – con le mobilitazioni in Ecuador e Cile – sono sfide che il nuovo governo non potrà fare a meno di affrontare.

Fonti e approfondimenti:

Francesco Betrò, Argentina: i Fernández uniti contro Macri, divisi dalla storia, Affarinternazionali, 21/08/2019

Francesco Betrò, Argentina, l’aborto legale è sacrificabile per vincere le elezioni, Lo Spiegone, 15/07/2019

Francesco Betrò, L’Altra America: Argentina, Lo Spiegone, 27/07/2019

Francesco Betrò, Verso le elezioni argentine: i numeri dell’economia di Macri, Lo Spiegone 10/09/2019

Francesco Betrò, Verso le elezioni argentine: intervista a Nicolás Cherny, Lo Spiegone, 24/10/2019

 

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