Oltre l’ortodossia: l’Islam in Russia

Siamo abituati a pensare alla religiosità russa in termini di sfarzose cattedrali ortodosse e stretti legami fra Cremlino e patriarchi. Questa è, però, un’immagine riduttiva: nel Paese convivono importanti minoranze, musulmane, ebraiche e buddhiste. Nel primo di questo nuovo ciclo di articoli, approfondiremo la storia della seconda religione più professata sul territorio russo, ossia l’Islam.

Nella Federazione, sono nove le Repubbliche a maggioranza musulmana: Tatarstan e Baschiria nella regione del Volga e degli Urali; Cecenia, Adygeya, Inguscezia, Ossezia del Nord, Cabardino-Balcaria e Karačaj-Circassia nel Caucaso settentrionale. L’Islam in Russia è molto eterogeneo, con pratiche, culture e livello di convivenza pacifica con altre fedi che variano molto di luogo in luogo. Generalmente, Cecenia e Dagestan appartengono alla corrente mistico-nazionalista sufista, mentre nelle altre regioni è praticata la confessione sunnita.

Le origini dell’Islam in Russia

Le radici islamiche della Russia risalgono al VII secolo d.C., quando l’Islam penetrò nel Caucaso con le conquiste dei persiani e vi si radicò grazie alla dominazione persiana e ottomana durante i secoli successivi. Nel X secolo d.C. anche la regione dell’attuale Tatarstan era già di confessione musulmana. Gli scontri fra russi e tartari, e gli scambi commerciali fra tartari e impero ottomano, andarono avanti fino al XVIII secolo, mantenendo viva la presenza della fede musulmana nella Russia meridionale.

Il periodo che va dalla conquista di Kazan’ da parte dello zar Ivan il Terribile, nel 1552, fino all’Impero di Caterina II, nel tardo XVIII secolo, fu caratterizzato da continui scontri con la popolazione musulmana. Tuttavia, le politiche imperiali iniziarono gradualmente a tendere verso nuove strategie di integrazione, come l’arruolamento di soldati musulmani nell’esercito imperiale. D’altro canto, simili provvedimenti avevano anche il duplice scopo di disperderne la comunità: trasferendo i soldati musulmani in località remote, l’autorità centrale cercava di evitare che le comunità islamiche diventassero abbastanza consistenti da minare la sicurezza dell’egemonia ortodossa e imperiale.

L’Islam durante l’Unione Sovietica

La violenta secolarizzazione portata avanti del regime sovietico in Russia non lasciò scampo nemmeno ai musulmani. Sebbene le comunità islamiche furono trattate con minore severità rispetto alle comunità ortodosse, esse finirono comunque nel mirino del regime: la grande maggioranza delle moschee fu chiusa o distrutta e moltissimi muezzin furono privati del diritto di esercitare la loro professione. Inoltre, molti gruppi islamici che inizialmente erano stati tutelati durante i primi anni del regime bolscevico – come segno di ulteriore distacco ideologico dal regime zarista, tendenzialmente anti-musulmano – vennero, nei decenni a seguire, coinvolti in repressioni e purghe.

L’Islam fu mantenuto, sebbene strettamente limitato e sorvegliato, nelle sei Repubbliche Sovietiche a maggioranza musulmana: Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, e Uzbekistan. Anche qui, tuttavia, il numero delle moschee diminuì drasticamente: negli anni Settanta ne rimasero circa cinquecento, e solo nelle città principali.

In tutta l’URSS le pratiche islamiche erano proibite in tutti i luoghi pubblici. Inoltre, durante gli anni più duri del regime stalinista, in concomitanza con la Seconda Guerra Mondiale, le deportazioni e le pulizie etniche di vari gruppi presenti sul territorio sovietico ridimensionarono sensibilmente la popolazione di religione musulmana, specialmente i tartari.

Man mano che il regime sovietico allentava la presa e la Russia andava verso un periodo di stagnazione, la fede musulmana ritornò gradualmente, in modo capillare, nelle vite dei cittadini. Specialmente nelle regioni sufiste del Caucaso settentrionale, ove si irrobustirono i sentimenti anti-comunisti e anti-russi, che infuocarono le guerre civili in Cecenia a fine anni Novanta. Un ruolo importante fu giocato anche dall’invasione dell’Afghanistan da parte dell’URSS, negli anni Ottanta, che rivoltò ancora di più i cittadini sovietici di fede musulmana contro la propria patria.

Al contrario, le regioni centrali di Baschiria e Tatarstan non furono protagoniste del revival dell’Islam. La confessione sunnita, infatti, mancava dell’elemento unificatore nazionalista. Inoltre, queste zone avevano in larga parte ceduto ai processi di urbanizzazione e le pratiche musulmane furono principalmente limitate alle piccole comunità rurali rimaste.

[/media-credit] La moschea del Cremlino di Kazan’.

Dagli anni Novanta ad oggi

Dopo il crollo dell’URSS, la liberalizzazione repentina e la perdita di controllo sul territorio da parte del potere centrale lasciarono ampio spazio di manovra alle comunità islamiche della neonata Federazione Russa.

Sin dai primissimi anni Novanta lo Stato si fece molto più accomodante, con un nuovo quadro legislativo, basato sulla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che venne poi ribadito nella Costituzione del 1993. I leader delle comunità musulmane di Dagestan e Cecenia penetrarono in maniera sempre più capillare all’interno delle istituzioni regionali. Parallelamente, le correnti islamiche radicali si rinforzarono in maniera crescente.

I violenti conflitti in Cecenia, tuttavia, segnarono il punto di svolta. Nel 1997, infatti, fu redatta una legge sulla libertà di coscienza e sull’associazionismo religioso che riconobbe il Cristianesimo ortodosso, l’Islam, l’Ebraismo e il Buddhismo come parti integranti dell’eredità dei popoli russi e, dunque, garantì loro maggiori diritti rispetto alle altre religioni. Ciononostante, questa legge introdusse anche nuove forme di controllo e limitazioni alle loro attività. Fra queste, la registrazione di tutti i gruppi religiosi e l’aderenza ai parametri contemplati dallo Stato, che esigevano rapporti di subalternità rispetto al potere federale.

Dal Duemila in poi, con l’ascesa di Vladimir Putin, l’approccio dello Stato all’Islam si è fatto sempre più interventista. È nata una forte volontà di regolare la questione religiosa “dall’alto”, di contenerla e controllarla. Si tratta, però, di una questione molto delicata: la popolazione musulmana è indigena, quindi è parte integrante del patrimonio storico, nazionale e culturale della Russia – come Putin stesso ha più volte sottolineato in occasioni pubbliche.

Le nuove politiche introdotte da Putin sono sempre state  di stampo fortemente conservatore. L’opinione condivisa era che una “mano invisibile” che lasciasse totale libertà alla “competizione confessionale” avrebbe portato “seri problemi”. Pertanto, l’atteggiamento della Russia contemporanea nei confronti dell’Islam è paradossale. Da un lato, la lista di gruppi musulmani repressi si è significativamente allungata e si sono intensificate le misure di controllo. Dall’altro, consapevole del ruolo chiave dell’Islam in molte frange della società russa, il Cremlino ha investito molte risorse per rendere questa fede un pilastro dello Stato, nonché uno strumento di aggregazione della popolazione attorno alla causa nazionalista.

La retorica che è andata rafforzandosi negli ultimi vent’anni è quella di una netta separazione fra Islam “tradizionale” e Islam “non tradizionale”. Questi sono concetti tuttora molto vaghi, non riconducibili a correnti precise. Chiaramente, i gruppi di matrice anti-russa, o – secondo le autorità – “eccessivamente in contatto” con la comunità islamica internazionale, sono catalogati fra i “non tradizionali” e, di conseguenza, fortemente ostacolati nelle loro attività.

Memore dell’esperienza cecena e turbato dai gruppi terroristici internazionali, il governo teme che le comunità islamiche russe possano andare a costituire una minaccia per l’ordine pubblico e che, in generale, possano ulteriormente minare la difficile coesione delle etnie russe in un’unica identità nazionale. È chiaro dunque come la distinzione fra Islam “tradizionale” e “non tradizionale” non si rifaccia ai contenuti della confessione, ma piuttosto rimandi alla lealtà o meno verso il Cremlino.

Conclusioni

Da tempi antichissimi, l’Islam è parte integrante della realtà multietnica e multiculturale russa. Costituendo però una minoranza, si è spesso trovato a scontrarsi con il potere – zarista, sovietico o federale che fosse.

Negli ultimi vent’anni, Putin ha consolidato le relazioni con le autorità islamiche delle varie Repubbliche e ha più volte ribadito l’importanza della religione musulmana come fattore identitario del popolo russo. Gli sforzi del Cremlino sono stati progressivamente incanalati nel rendere l’Islam un ulteriore collante in senso nazionalista, e quindi un utile strumento per tenere legate al potere centrale delle consistenti minoranze.

Fonti e approfondimenti

Kaarina Aitamurto (2019): Discussions about indigenous, national and transnational Islam in Russia, Religion, State & Society

Kristina Kovalskaya (2017) Nationalism and Religion in the Discourse of Russia’s ‘Critical Experts of Islam’, Islam and Christian–Muslim Relations, 28:2

Bulat Akhmetkarimov (2019) Islamic practice and state policies towards religion in post-Soviet Russia, Religion, State & Society, 47:2, 180-197

A Patriotic Islam: Russia’s muslims under Putin

The Moscow Times, Putin calls for revival of Islamic education in Russia

In copertina: Pixabay 

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