L’Argentina chiede ancora memoria, verità e giustizia

Il 24 marzo, in Argentina, è il giorno più importante del calendario. Un’intera generazione, in questa data del 1976, fu testimone dell’inizio di uno dei regimi più feroci della storia latinoamericana. Oggi, il 24 marzo è il giorno della Memoria, Verdad y Justicia con cui una popolazione ricorda i suoi 30 mila desaparecidos e le altre atrocità commesse dalla dittatura civico-militare. “Si se olvida se repite” (“Se si dimentica, succederà ancora”) ammoniva l’attivista argentina Estela de Carlotto in occasione della marcia del 24 marzo 2019. A causa delle misure straordinarie prese dal governo di Alberto Fernández per contrastare il coronavirus, la marcia che storicamente inonda le strade di Buenos Aires quest’anno non si svolgerà. Ciò non fermerà il ricordo né tantomeno la lotta per una giustizia ancora lontana dall’essere compiuta. 

Prima della dittatura

Nel 1973, dopo la fine della dittatura autodenominata Revolución Argentina (1966-1973), si tornò a libere elezioni. Nonostante si chiedesse a gran voce il ritorno di Juan Domingo Perón, l’esclusione dell’ex generale e presidente era la condicio sine qua non per tornare alla competizione elettorale democratica. Al suo posto, per il Partido Justicialista, si candidò Hector Cámpora. Dopo nemmeno due mesi dalla sua elezione, Cámpora si dimise per far sì che Perón potesse nuovamente candidarsi alla presidenza. Le elezioni si tennero a settembre dello stesso anno e videro l’ex presidente trionfare con il 62% delle preferenze con la nuova moglie, Isabel Martínez de Perón  (per tutti Isabelita), come vice nella formula Perón-Perón.

Le condizioni di salute dell’ex generale, però, peggiorarono di lì a poco portandolo alla morte il 1 luglio del 1974. Il governo, preso in mano da Isabelita, dovette affrontare lo scontro interno tra le due anime del peronismo: la prima, con una visione di destra e guidata dal ministro López Rega, e la seconda collegata alle organizzazioni armate di sinistra, tra le più attive nel riportare Perón al potere. La faida interna al peronismo e l’incapacità politica di Isabelita offrirono il fianco al ritorno dei militari. Ritorno visto positivamente anche dagli Stati Uniti, che miravano a espandere la politica liberista già avviata in collaborazione con le altre dittature latinoamericane del tempo. 

Breve storia della dittatura

Il 24 marzo 1976 finiva il governo di Isabelita e iniziava la dittatura più sanguinaria della storia argentina, sotto il nome di Proceso de Reorganización Nacional (Processo di riorganizzazione nazionale). La giunta militare nominò presidente Jorge Rafael Videla – già capo delle Forze Armate nell’ultimo governo democratico – anch’egli militare e in prima linea nel colpo di stato. Nella sua persona confluirono il potere esecutivo e quello legislativo. Con il modello politico cambiò anche quello economico: la parola d’ordine fu l’apertura del mercato e l’aumento delle importazioni a svantaggio della produzione nazionale.

Con l’affermarsi della dittatura, la repressione degli oppositori – e anche solo dei presunti tali – fu brutale. Militanti politici, sindacalisti o semplicemente persone che gravitavano intorno a loro cominciarono semplicemente a sparire. Quando qualcuno reclamava per avere notizie, la risposta dello Stato era sempre la stessa: non ne sappiamo nulla. Fu così che le madri e le nonne dei desaparecidos (gli “spariti”) cominciarono a ritrovarsi in Plaza de Mayo, davanti alla Casa Rosada, per chiedere verità sulla sorte dei propri cari. E continuarono, anche dopo il decreto che impediva gli assembramenti, dando vita alle rondas, i giri in circolo che permettevano di aggirare la legge  e che si ripetono, da quel momento, ogni giovedì pomeriggio nella città di Buenos Aires.  

Le persone che sparivano venivano portate nei centros clandestinos de detención, creati all’interno di scuole, commissariati, fabbriche e di qualsiasi altro spazio potesse contenere un numero elevato di prigionieri. Tra questi, il più conosciuto è l’ESMA (Escuela de Mecánica de la Armada), la scuola dove avveniva la formazione degli ufficiali della marina. In uno dei tanti edifici della struttura, vicino alle aule dove si insegnava, i reclusi venivano torturati per ricevere informazioni. La loro permanenza lì dentro, però, era breve: dopo poco tempo venivano “dimessi”, ovvero fatti sparire. Uno dei metodi più comuni era quello dei cosiddetti “vuelos de la muerte“, voli che transitavano sul Rio de Plata durante i quali gli oppositori venivano letteralmente scaricati nel fiume sottostante. Alle volte già morti, molto spesso ancora vivi.

Tra gli altri abomini commessi dalla dittatura non si può non parlare dell’appropriazione dei neonati. Circa cinquecento tra bambine e bambini furono prelevati dai propri genitori appena nati per essere assegnati ad altre famiglie, spesso proprio quelle dei carnefici. Molti di loro sono venuti a conoscenza di questo solo una volta cresciuti. Molti altri ne sono tutt’oggi inconsapevoli.

Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza la censura della stampa e la connivenza di una parte della Chiesa cattolica, della società civile e, ovviamente, degli imprenditori. Ruolo fondamentale ebbero le case automobilistiche come Ford, Mercedes e la nostrana Fiat. Oltre a rendersi disponibili per la creazione di centri clandestini, queste compagnie risolvevano il problema degli scioperi e delle agitazioni sindacali collaborando con il regime, denunciando i propri operai e facilitando la loro persecuzione. Eliminavano, così, il problema alla radice.

I presidenti cambiarono, ma queste pratiche vennero mantenute per tutto l’arco della dittatura, anche grazie al silenzio dell’opinione pubblica internazionale. Pensiamo solo al fatto che, nel 1978, in Argentina si giocarono i mondiali di calcio e che l’ESMA si trovava a due passi dallo stadio del River Plate, uno dei più importanti del Paese.

Costretto a rinunciare Videla, la Junta Militar nel 1981 mise alla presidenza Roberto Viola che, però, durò meno di un anno. Dopo di lui venne scelto Leopoldo Galtieri. Vale la pena soffermarsi su Galtieri perché fu sotto il suo mandato che l’Argentina si imbarcò verso la guerra suicida delle Malvinas, nel 1982. La dittatura aveva perso anche quel poco appoggio popolare che aveva, l’economia era in una condizione tragica e, finalmente, l’opinione pubblica internazionale aveva cominciato a comprendere il dramma argentino. Per provare a dare un ultimo colpo di coda al regime, Galtieri promosse la riappropriazione dell’arcipelago nel sud dell’Oceano Atlantico, consapevole dell’importanza che questo aveva – e ha – per gli argentini. La guerra venne persa nel giro di poco tempo e Galtieri fu costretto a dimettersi. Al suo posto, il 1 luglio 1982, venne nominato Reynaldo Bignone. Bignone cercò di riportare in auge la Junta militar ma, non riuscendoci, fu costretto a far transitare il Paese verso la democrazia. La dittatura terminò, ma le ripercussioni di questi anni continuano ancora oggi.

Non punire per dimenticare

Finita la dittatura fu necessario fare i conti con i protagonisti del regime. Il difficile compito spettò a Raúl Alfonsín, eletto presidente tra le fila dell’Unión Cívica Radical (UCR). Il neo presidente applicò quella che viene definita “teoria dei due demoni”: con il decreto 157/83 mirava a processare i dirigenti delle guerriglie, specie quelli dell’Ejército Revolucionario del Pueblo (ERP) e dei Montoneros; con il decreto 158/83, invece, venivano accusati i dirigenti delle Juntas militares, ma fino alla Guerra delle Malvinas. Insieme ai decreti venne creata la Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas (CONADEP), la commissione incaricata di raccogliere la documentazione e le prove delle molteplici violazioni dei diritti umani.

Il primo processo portò alla condanna all’ergastolo di  Videla ed Eduardo Massera, a 17 anni per Roberto Viola, 8 per Armando Lambruschini a 4 per Orlando Ramón Agosti. Essi vennero giudicati solo per 280 delle quasi novemila denunce presentate alla CONADEP. Molti, però, non avevano denunciato la sparizione dei propri familiari o le torture subite durante la dittatura. I casi, dunque, erano potenzialmente centinaia di migliaia in più. Per chiudere il processo contro gli aguzzini, il 5 dicembre del 1986 Alfonsín annunciò un progetto di legge che prevedeva un massimo di 30 giorni per presentare nuove denunce. La legge, conosciuta come Ley de Punto Final, fu ratificata dal Congreso e annunciata il 24 dicembre 1986. Inutile dire che non tutte le denunce furono presentate entro questa data e che, grazie a ciò, molti militari poterono uscirne indenni. Ancora di più rimasero impunti quei militari che godettero di un’altra legge promulgata il 4 giugno 1987. Si tratta della Ley de Obediencia Debida, una legge che decretava l’estinzione dei reati per quei militari che avevano agito “compiendo gli ordini” dei superiori. Queste leggi furono la conseguenza della sollevazione di reparti dell’esercito che non avevano visto di buon occhio la possibilità di essere processati. Alfonsín, per paura di un nuovo golpe o di far cadere l’Argentina in una guerra civile – ampli settori dei sindacati protestarono contro le le leggi promulgate e occuparono le strade per richiedere pene superiori -, cancellò con un colpo di spugna la possibilità di avere giustizia. 

Ma ancora peggio fece il peronista Carlos Menem, entrato in carica come presidente nel luglio del 1989. Tre mesi dopo essere entrato alla Casa Rosada, Menem annunciò la firma di quattro decreti che, in buona sostanza, portavano all’indulto non solo delle persone che avevano goduto della Ley de Punto Final e della Ley de Obediencia Debida, ma anche di tutti coloro che ne erano rimasti fuori e, per questo, erano stati condannati. Il fondamento di questa decisione, nelle parole del decreto, era la ricerca di “riconciliazione, mutuo perdono e unione nazionale”. Il mutuo perdono si rifaceva soprattutto al fatto che, grazie all’indulto, uscirono di prigione anche i guerriglieri condannati alla fine della dittatura. Per veder ripartire i processi contro i militari bisognerà aspettare ancora molto.  

Nestor Kirchner e il percorso verso la giustizia

Oltre a essere considerato come colui che ha trascinato l’Argentina fuori dalla crisi economica del 2001, Néstor Kirchner ha anche il merito di aver contribuito in modo determinante alla riapertura dei processi verso gli aguzzini della dittatura civico-militare. Nel 2003, infatti, il Parlamento argentino dichiarò nulle le leggi applicate sotto Alfonsín. Oltre a ciò, molti giudici cominciarono a condurre mozioni di incostituzionalità nei confronti dei decreti applicati da Menem che avevano portato all’indulto, in quanto inapplicabili per i reati di lesa umanità. Il riconoscimento di tali vertenze avvenne, nel 2006, alla Cámara de Casación Penal e, nel 2010, finalmente anche alla Corte Suprema de Justicia

Oltre a ciò, Nestor Kirchner verrà ricordato anche per un gesto rimasto nella storia del Paese. Nessun argentino, infatti, dimenticherà mai il momento in cui, il 24 marzo 2004, l’allora presidente ordinò di togliere i quadri di  Jorge Rafael Videla e di Reynaldo Bignone dal Colegio Militar de la Nación, istituzione responsabile della formazione degli ufficiali dell’esercito argentino. Le sue parole rimangono una pietra miliare nel vissuto dell’Argentina: “Il ritiro dei quadri segna definitivamente la chiara posizione di tutto il Paese, delle nostre Forze Armate, del nostro Esercito e di chi vi parla come presidente e Comandante in capo delle Forze Armate, di chiudere con questa triste tappa della nostra storia. Definitivamente, in tutti i luoghi della Patria e delle nostre istituzioni militari, abbiamo consolidato il sistema di vita democratico, eliminato il terrorismo di Stato e stiamo mirando alla costruzione di un nuovo Paese“.  

24 marzo ogni giorno

Nelle aule dei tribunali in cui continuano a svolgersi i processi, un grido risuona ogni volta: “30 mil compañeras y compañeros desaparecidos, presentes!, ahora y siempre!”. Molte vertenze rimangono ancora aperte: tra tutte, il problema del negazionismo sui numeri delle vittime e il tentativo, da parte degli avvocati degli aguzzini, di far scontare le pene ai propri assistiti nelle loro dimore e non nelle carceri.

La strada che porta alla giustizia per i 30 mila desaparecidos è ancora lunga, ma grazie allo sforzo di ogni persona che in questi anni non ha mai smesso di lottare per la verità, questa strada oggi sembra meno in salita. 

Fonti e approfondimenti

Francesco Betrò, Con Alberto Fernández il peronismo torna ufficialmente alla Casa RosadaLo Spiegone, 12/12/2019

Francesco Betrò, L’Altra America: Argentina, Lo Spiegone, 27/07/2019

Francesco Betrò, Perché le Malvinas sono così importanti per l’Argentina, Lo Spiegone, 19/02/2020

Loris Zanatta, Storia dell’America Latina contemporanea, Editori Laterza, 2010

Tulio Halperín Donghi, Historia contemporánea de América Latina, Alianza Editorial, 2013

Rosa D’Alesio, Los indultos que decretó Menem, La Izquierda Diario, 29/12/2015

 

Rispondi