Oltre l’emergenza: il completamento dell’edificio economico-politico europeo. Intervista a Gianluca Toschi

Dopo aver analizzato le risposte messe in campo dalle istituzioni europee per far fronte al rallentamento dell’economia, apriamo una riflessione più ampia sull’andamento del dibattito politico, sulla natura della crisi che viviamo e sui limiti della struttura istituzionale ed economica dell’UE. Per rispondere a queste domande abbiamo intervistato Gianluca Toschi, professore a contratto di economia internazionale presso l’Università di Padova, ricercatore senior presso la Fondazione Nord-Est e Incaricato di ricerca presso IRCRES CNR.

Professore, al centro del dibattito ci sono nuovi strumenti da adottare per far fronte alla crisi economica (pensiamo al Recovery Fund e agli Eurobonds), così come una rimodulazione di meccanismi esistenti alla situazione di emergenza (penso in primis al MES, al bilancio e al quadro finanziario pluriennale). L’apparato economico-istituzionale europeo si è presentato pronto alla crisi o necessita di importanti aggiustamenti? A quale cambio di prospettiva potremmo assistere?

Vorrei partire da un’immagine che Paul De Grauwe (economista tra i massimi esperti di integrazione monetaria) usò qualche anno fa. L’area euro è come una bellissima villa, che però ha un problema: ci si è dimenticati di costruire il tetto. Quindi cosa succede? Nelle giornate di bel tempo tutti vogliono esserci, ma nel momento in cui comincia a piovere nessuno vuole starci dentro.

Perché De Grauwe usa questa immagine? Sostanzialmente la costruzione dell’Unione monetaria è ancora incompleta e manca il tetto, che sarebbe l’Unione politica. Cosa vuol dire? Vuol dire che, rimanendo nel metaforico, mancano dei materiali come le tegole (ad esempio il completamento dell’Unione bancaria o l’Unione fiscale). In più, bisogna finanziare la costruzione del tetto, e qual è il costo? Il costo per i Paesi che aderiscono a un‘Unione monetaria è un’ulteriore cessione di sovranità.

Allora, il dibattito attuale si inquadra in questa grande questione; anche i fatti delle scorse settimane come il MES, il Recovery Fund o la sentenza della Corte costituzionale tedesca. Teniamo sempre a mente l’immagine del tetto mancante. Per capire cosa vuol dire l’incompletezza della costruzione europea, forse vale la pena richiamare alcuni principi della teoria delle Optimum Currency Areas, la quale spiega i meccanismi che favoriscono la creazione di un’area valutaria funzionante e ci aiuta a inquadrare tali questioni e a capire cosa significhi la mancanza di un tetto e quali siano i costi da affrontare.

La faccio semplice. Costruire un’Unione monetaria comporta dei benefici: si riducono i costi di transazione e l’incertezza, si aumenta la trasparenza nei prezzi e – per i Paesi molto indebitati come l’Italia – significa un risparmio consistente nella spesa per interessi sul debito pubblico. Ma ci sono anche dei costi: il principale è che si perde la politica monetaria, ovvero una delle due leve (insieme a quella fiscale) con cui nella politica economica si muove uno Stato. 

Ma è così importante perdere questo strumento?

La teoria ci dice che se ci troviamo di fronte a uno shock asimmetrico (uno shock che colpisce solo una parte di un’unione), non avere la possibilità di utilizzare la politica monetaria potrebbe essere un problema, allungando e aggravando i costi di aggiustamento. Ma è così probabile che avvengano degli shock asimmetrici? Perché se fossero un evento poco probabile si potrebbe accettare il costo di limitare la politica monetaria. Tuttavia, gli shock asimmetrici avvengono e un caso recente è quello finlandese.

Il Paese, molto dipendente dai settori della carta e dell’elettronica, qualche anno fa assistette a un crollo dei prezzi mondiali della carta. Allo stesso tempo Nokia si trovò a non capire bene cosa stesse succedendo nel suo comparto e intraprese scelte tecnologiche sbagliate. Questo è un chiaro esempio di shock asimmetrico. Dunque gli shock asimmetrici esistono ed essere in un’Unione monetaria in tale circostanza può rivelarsi problematico.

Come si esce da questa situazione (senza uscire dall’Unione monetaria)?

Tendenzialmente attraverso un meccanismo di trasferimenti: uno spostamento di fondi verso i Paesi colpiti da parte dei Paesi non intaccati dallo shock. È un meccanismo che a livello nazionale esiste già, con trasferimenti di risorse dalle regioni più ricche a quelle più povere. Qui c’è un elemento da sottolineare: questi trasferimenti non vanno a beneficio solo del ricevente ma sono nell’interesse anche di chi li eroga. Perché è nell’interesse di tutti l’uscita dalla crisi di un Paese colpito da uno shock. Ahimè, di questo punto non si tiene sempre conto nel dibattito politico a livello europeo.

In termini generali la costruzione di un’Unione politica ha a che fare con il problema del destino comune e con la prevalenza della solidarietà sui nazionalismi. Un meccanismo di trasferimenti sarebbe un passo verso questa idea. Tuttavia negli ultimi anni sembra che l’idea del destino comune sia stata messa da parte rispetto ad altre istanze più di carattere nazionale.

Questo è il quadro generale, ma cosa sta succedendo in queste settimane?

Per tornare all’immagine di De Grauwe, ci sono stati tre grossi temporali negli ultimi anni: il primo nel 2008 con lo scoppio della crisi, il secondo tra 2012 e 2013 con la questione dei debiti sovrani e il terzo è la pandemia che stiamo vivendo. E’ un tipo di crisi molto diverso rispetto alle altre due. Gli economisti lo descriverebbero come shock esogeno, non generato all’interno del sistema economico e soprattutto è uno shock simmetrico che colpisce tutti i Paesi, anche se con intensità diverse.

Il MES è proprio una delle risposte alle crisi del 2008 e 2012/2013, un fondo in aiuto ai Paesi colpiti da shock asimmetrici, dunque in situazioni diverse rispetto a quelle di oggi, ma tutto sommato tale aspetto è superabile. Perché è visto in maniera negativa? Perché prevede condizionalità per l’accesso ai fondi, in sostanza aggiustamenti macroeconomici che evitino in futuro il riproporsi di difficoltà. In termini politici questo è un meccanismo che rende accettabile lo spostamento di risorse dei contribuenti di uno Stato verso altri Paesi. Abbiamo, infatti, una contrapposizione tra Paesi del Nord, schiacciati da pressioni interne e istanze nazionaliste, che vorrebbero rafforzare le condizionalità e che temono la costituzione di un quadro di trasferimenti perenni, e Paesi del Sud Europa che vorrebbero, invece, eliminarle.

Nel negoziato si è arrivati a una sostanziale riduzione di condizioni (spese sanitarie ndr), in ogni caso dubito che si possano eliminarle completamente. A questo punto bisognerà capire se gli Stati ne faranno richiesta. Tanto per capire, per l’Italia le risorse disponibili, pari al 2% del PIL, ammonterebbero a circa 35 miliardi a un tasso di interesse agevolato. Il problema è che un Paese che accede a questo meccanismo potrebbe segnalare ai mercati una situazione di difficoltà. Qualcuno dice che accedere al MES renderebbe più alti i rendimenti che i mercati chiederebbero per finanziare il debito.

Discorso diverso è quello degli Eurobonds. Lì saremmo di fronte a una condivisione del debito, pertanto questioni circa i metodi decisionali, i meccanismi di controllo e l’uso delle risorse risulterebbero centrali. Alcuni problemi dunque si ripropongono anche in questo caso. Infine, c’è stata la sentenza della Corte costituzionale tedesca. Ora da un punto di vista sostanziale potrebbe aprire un momento importante. Questa sentenza riconosce che la BCE si sta aggravando di un fardello oneroso: la gestione della crisi. Il solo strumento della politica monetaria non è sufficiente, quindi bisogna fare dei passi in avanti in termini di integrazione delle politiche fiscali (torniamo alle tegole della villa di De Grauwe).

Riassumendo, ci troviamo di fronte a due problemi: uno politico e uno economico. Mi soffermerei sul primo e aggiungerei un punto ulteriore. Il MES rimane uno strumento intergovernativo, il discorso sugli Eurobonds andrebbe, invece, a svilupparsi in un quadro istituzionale comunitario maggiormente trasparente e democratico, coinvolgendo il Parlamento europeo.

È assolutamente vero e bisogna sottolineare la natura intergovernativa del MES, che in più è osteggiato da parte di alcune istituzioni comunitarie proprio perché si situa al di fuori del controllo dell’Unione. Io ho trovato molto interessante la lettera che Manfred Weber (capogruppo del PPE, ndr) ha inviato alla Commissione, reclamando un ruolo centrale del Parlamento nell’ambito del Recovery Fund. A seconda di come si deciderà di organizzare tale piano di ripresa, il Parlamento potrà avere un ruolo marginale o centrale. Potrebbe avviarsi una logica di maggior condivisione politica di queste questioni e un riavvicinamento dei cittadini, attraverso il Parlamento, a questioni che li toccano direttamente.

Che tipo di crisi si prospetta ai Paesi europei questa volta rispetto ai casi che ha citato? E soprattutto come questa crisi impatterà sul tessuto produttivo europeo?

È una crisi a due fasi, molto più ravvicinate rispetto ai casi precedenti. La prima parte della crisi è dovuta al rallentamento dell’economia cinese, tanto di produrre quanto di consumare. L’effetto sul nostro mercato è quello di una crisi di domanda. Questa fase ha colpito – tanto per fare un esempio – le industrie della moda italiane che già a inizio anno iniziavano a sentire la mancanza di buyer fondamentali come quelli asiatici. La seconda fase è invece quella derivante dalle misure di lockdown in Italia ed Europa, che ha comportato lo stop delle attività produttive e una crisi di offerta. Ora, dal 4 maggio, tutte le imprese manifatturiere riaprono, ma bisognerà tornare a vedere cosa succede dal lato della domanda. Il rallentamento dei consumi è stato molto pesante: stando ai dati da poco emersi settori come l‘automotive, il tessile e l’abbigliamento vivono dinamiche preoccupanti.

Cosa inciderà sull’andamento della crisi? Gli esperti oggi sono alla ricerca di risposte ad alcune questioni. In primis, se il cambiamento nell’atteggiamento dei consumatori è momentaneo o diverrà strutturale. L’altra grande questione riguarda gli investimenti. È chiaro che in una situazione in cui le imprese sono impegnate a rimanere a galla, gli investimenti sono l’ultimo dei problemi. Ci sarà un crollo degli investimenti. Ma attenzione, perché l’Italia viveva già una contrazione degli investimenti sin dal 2008. Gli investimenti erano crollati quasi di 30 punti percentuali e, seppure lentamente stessero aumentando, non eravamo tornati ancora a livelli pre-crisi.

Perché sono così importanti gli investimenti? Da una parte ci raccontano dello sforzo di ammodernamento del sistema produttivo di un’economia. Dall’altra parte perché siamo in presenza di un grande cambiamento tecnologico legato alla digitalizzazione dei processi, questa ha bisogno di investimenti rilevanti in capitale fisico e umano. Una situazione come quella odierna potrebbe comportare una gelata degli investimenti e quindi propagarsi nei prossimi anni.

Questo è il timore più rilevante: come sarà la forma della crisi? Con una grossa caduta iniziale ma una ripresa veloce, a forma di “V”? Oppure di “U” con una caduta, una depressione e poi una ripresa? Oppure la situazione in cui nessuno vorrebbe finire con una forma a “L” e una grossa caduta con un lentissimo processo di recupero? Tutto ciò avrebbe grandissime conseguenze su aspetti sociali come occupazione e mancato accesso al mercato del lavoro.

 

 

 

 

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