L’Ilva di Taranto: ancora troppe ombre

di Chiara Scissa

Con la sentenza Cordella e altri c. Italia del 24 gennaio 2019, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Corte EDU) si è pronunciata sul noto caso dell’Ilva di Taranto, condannando l’Italia per violazione degli articoli 8 e 13 della Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo – rispettivamente il diritto alla vita privata e quello al ricorso effettivo – a danno di oltre centosessanta abitanti delle zone limitrofe agli stabilimenti dell’acciaieria.

La sentenza della Corte EDU si inscrive in quella che è stata definita una “evoluzione in senso “green” dei diritti fondamentali sanciti nella Convenzione”, una trasformazione che promuove un’attenzione maggiore per la protezione dell’ambiente in connessione al diritto alla salute delle persone che vi vivono. Se nel caso della Corte di Strasburgo si tratta ancora di una inclinazione verso una maggiore tutela ambientale, è importante ricordare che, tramite la sentenza sul caso Urgenda, la Corte Suprema olandese si è completamente sbilanciata in tal senso, riconoscendo che la responsabilità statale alla tutela dei diritti umani dei propri cittadini si espleta anche tramite la riduzione delle emissioni di gas serra, che mettono a repentaglio il diritto alla vita e alla salute della propria popolazione.

Questo contributo vuole presentarne l’intricato percorso politico e giudiziario, iniziato venticinque anni fa, come uno spettacolo teatrale, in cui non ci sono vincitori, ma solo vinti.

Setting the scene: le circostanze della vicenda

Il primo stabilimento Ilva nacque a Genova agli inizi del secolo scorso e solamente nel 1965 si aprì una seconda sede in Puglia, precisamente a Taranto. Trent’anni dopo, nel 1995, l’azienda fu privatizzata dal gruppo Riva e posta in regime di amministrazione straordinaria per il suo stato di insolvenza. Nel 2002 iniziarono le battaglie legali per la chiusura dello stabilimento di Genova (Cornigliano), a causa dei gravi effetti che le emissioni stavano producendo sull’ambiente e sulla salute degli abitanti locali. Come si legge nella sentenza della Corte EDU, alcuni studi epidemiologici avevano infatti dimostrato la diretta causalità tra l’inquinamento emesso dallo stabilimento e l’incremento del tasso di mortalità della popolazione. Ciò significa che, venticinque anni fa, vi erano già tutti gli elementi per decretare la conclusione della vicenda. Eppure così non avvenne.

L’area di Cornigliano fu chiusa, ma la produzione venne trasferita a Taranto, che, con le premesse già critiche evidenziate dagli studi, divenne il complesso industriale più grande d’Europa, esteso per 15 milioni di m² e con un totale di 11 mila dipendenti. Gli effetti non tardarono a manifestarsi.

Nel 2011, un progetto europeo pose lo stabilimento al quarto posto nella infelice classifica europea dei massimi produttori di emissioni gas serra, con una dispersione di 10.1 milioni di tonnellate di CO2 nell’atmosfera. Il rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, dello stesso anno, lo inserì al secondo posto per attività produttiva più inquinante d’Europa. Le emissioni di diossina, benzopirene e altre sostanze chimiche avvelenarono le acque e i terreni agricoli per migliaia di chilometri, con gravi danni all’attività agricola e all’allevamento. Ad esempio, la coltivazione di cozze nella Baia del Mar Piccolo di Taranto venne proibita nel 2011 a causa dell’inquinamento da diossina.

Scienza e popolazione: Le voci inascoltate

Nel 1990, il Consiglio dei Ministri aveva incluso i comuni limitrofi all’acciaieria nella lista delle zone a elevato rischio di crisi ambientale, proprio a causa dell’inquinamento causato dall’Ilva nel periodo 1980-1987. Nel 1997, la lista venne comprovata dalla relazione resa pubblica dal Centro europeo ambiente e salute, organismo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Nel 2002 vennero pubblicati altri due rapporti, rispettivamente del Centro europeo e ARPA, che dimostravano entrambi l’aumento del 10% del tasso di mortalità tumorale nella zona di Taranto in confronto alla regione Puglia.

Un ulteriore studio del 2009 confermò l’incremento di tumori negli apparati respiratori nella provincia di Taranto. Nella sentenza del 2019  si legge, inoltre, di un rapporto ARPA del 2010 in cui si riscontrò la contaminazione da diossina nel bestiame, con la conseguenza che le autorità regionali ordinarono “l’abbattimento di quasi 2 mila capi di bestiame, vietarono il pascolo e ordinarono la distruzione del fegato delle pecore e delle capre in un raggio di 20 km intorno alla fabbrica”. Come se ciò non bastasse nel 2012, e ancora nel 2014, l’Istituto Superiore di Sanità dichiarò l’esistenza di un vero e proprio nesso causale tra le emissioni cancerogene dell’Ilva e lo sviluppo di tumori e patologie cardiocircolatorie nelle aree interessate.

Due perizie, rispettivamente chimica ed epidemiologica, commissionate nel 2012 dalla Procura di Taranto, rivelarono che nel solo 2010 “l’Ilva ha emesso oltre 4 mila tonnellate di polveri, 11 mila tonnellate di diossido di azoto e 11.300 tonnellate di anidride solforosa, 52 grammi di benzo(a)pirene, 14,9 grammi di benzodiossine e PCDD/F”. Tali emissioni causarono drastici effetti sulla salute dei lavoratori, tra cui: “+107% tumore dello stomaco, + 71% tumore della pleura, +50% tumore della prostata, + 69% tumore della vescica”.

I rapporti del Registro Tumori di Taranto (2014 e 2016), lo studio coorte interregionale (2016) e i rapporti ARPA (2016 e 2017) avvaloravano tutti tale correlazione.

E lo Stato?

Tanto rumore per nulla

Nel caso Ilva, lo Stato sembra aver giocato due ruoli: da un lato, non si può dire che non abbia adottato provvedimenti in merito; dall’altro, lo stabilimento di Taranto ha continuato a operare, nonostante le numerose misure amministrative e legislative, più o meno indisturbato per decenni.

ilva-taranto
Ilva di Taranto (Fonte: Flickr)

Dopo vari decreti ministeriali, nel 1998, l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro approvò un piano di risanamento per l’intera area pugliese decretata ad alto rischio ambientale. Agli inizi degli anni 2000, le autorità pubbliche locali firmarono diversi accordi con la società al fine di ridurre l’inquinamento ambientale. Con il Decreto Legislativo n. 131 del 13 agosto 2010, si diede tempo all’Ilva fino a fine dicembre 2012 per riportarne i livelli entro i limiti consentiti. Nel 2011, una legge regionale affermò che, se la scadenza non fosse stata rispettata, i limiti sarebbero dovuti essere raggiunti comunque al più presto possibile, senza alcuna sanzione o provvedimento aggiuntivo.

Nel 2011 e nel 2012, il Ministero dell’ambiente concesse all’Ilva di continuare la sua attività a patto che adottasse adeguate misure di contenimento delle emissioni nocive.

Dalla fine del 2012, il governo entrò ufficialmente in scena e con numerosi decreti-legge ‘Salva-Ilva’ prorogò di anno in anno la chiusura dello stabilimento, che nel frattempo continuò a produrre, a inquinare e, quindi, a porre a serio rischio la vita degli abitanti della zona. Ecco cosa accadde in sintesi:

Il Decreto-Legge 3 dicembre 2012, n.207 concesse all’Ilva di proseguire la sua produzione per non oltre tre anni dall’entrata in vigore del decreto, ergo fino a fine 2015. Nel giugno dello stesso anno, un altoforno dell’acciaieria venne sequestrato dopo la morte di un operaio a causa di una colata di materiale rovente. Il Decreto-Legge 4 luglio 2015, n.92  autorizzò comunque la continuazione della produzione e prorogò il termine a fine 2016. Tale decreto decadde per sentenza della Corte costituzionale, che giudicò illegittimo il tentativo di privilegiare la società a danno della salute e della vita delle persone.

Ciò nonostante, con la L. 13/2016 si posticipò il termine per l’attuazione del piano ambientale a giugno 2017, permettendo così all’Ilva di continuare la sua attività oltre il termine precedentemente fissato a fine 2015.

Il D.p.c.m. 27 settembre 2017 rinviò l’esecuzione del piano ambientale ad agosto 2023. Questo decreto è attualmente pendente al TAR della Puglia per ricorso di annullamento.

Ultimo atto: Il caso Ilva un anno dopo

Dure sono state le condanne inflitte allo Stato italiano, sia dalla Corte di giustizia europea nel 2011 sia dalla Corte EDU nel 2019, rispettivamente per inadempienza al diritto comunitario in materia ambientale e per violazione dei diritti umani. Contemporaneamente, numerosi sono stati i procedimenti penali a carico dei dirigenti dell’Ilva, accusati di disastro ecologico, inquinamento ambientale e dell’aria, contaminazione dell’acqua. Tali capi di accusa ci ricordano i danni causati da crimini ambientali.

Nonostante il lungo dibattito tra le varie parti politiche, ancora non si è trovato un accordo per un piano ambientale e di assistenza sanitaria alle zone e popolazioni coinvolte.

Si cala il sipario dopo venticinque anni di battaglie legali, senza che un reale cambiamento di politica ambientale e di tutela della salute della popolazione sia avvenuto. Lo dimostra il fatto che il Centro europeo ambiente e salute abbia chiuso i battenti nel 2011 per mancanza di fondi statali.

Fonti e approfondimenti

ARPA, Relazione sui dati ambientali dell’area di Taranto, 2010 – 2016

Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, Cordella e altri c. Italia, Prima Sezione, Strasburgo, 24 gennaio 2019, traduzione da parte del Ministero della Giustizia

Corte di Giustizia dell’Unione Europea, causa C-50/10, sentenza del 31 marzo 2011

DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 23 aprile 1998 Approvazione del piano di disinquinamento per il risanamento del territorio della provincia di Taranto.(GU Serie Generale n.280 del 30-11-1998 – Suppl. Ordinario n. 196).

DECRETO LEGISLATIVO 13 agosto 2010, n. 131 Modifiche al decreto legislativo 10 febbraio 2005, n. 30, recante il codice della proprieta’ industriale, ai sensi dell’articolo 19 della legge 23 luglio 2009, n. 99. (10G0160) (GU Serie Generale n.192 del 18-08-2010 – Suppl. Ordinario n. 195).

DECRETO-LEGGE 3 dicembre 2012, n. 207 Disposizioni urgenti a tutela della salute, dell’ambiente e dei livelli di occupazione, in caso di crisi di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale. (12G0234) (GU Serie Generale n.282 del 03-12-2012).

DECRETO-LEGGE 4 luglio 2015, n. 92 Misure urgenti in materia di rifiuti e di autorizzazione integrata ambientale, nonche’ per l’esercizio dell’attivita’ d’impresa di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale. (15G00115) (GU Serie Generale n.153 del 04-07-2015).

DECRETO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 29 settembre 2017 Approvazione delle modifiche al Piano delle misure e delle attivita’ di tutela ambientale e sanitaria di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 14 marzo 2014, a norma dell’articolo 1, comma 8.1., del decreto-legge 4 dicembre 2015, n. 191, convertito, con modificazioni, dalla legge 1º febbraio 2016, n. 13. (17A06690) (GU Serie Generale n.229 del 30-09-2017).

EFFACE, Environmental crime and corporate miscompliance: case study on the ILVA steel plant in Italy, February 2015.

International Federation for Human Rights, Il disastro ambientale dell’ILVA di Taranto e la violazione dei Diritti Umani, Aprile 2018.

LEGGE 1 febbraio 2016, n. 13 Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 4 dicembre 2015, n. 191, recante disposizioni urgenti per la cessione a terzi dei complessi aziendali del Gruppo ILVA. (16G00019) (GU Serie Generale n.26 del 02-02-2016).

Organizzazione mondiale della sanità, Centro europeo ambiente e salute, divisione di Roma. Le aree ad elevato rischio di crisi ambientale. In: Bertollini R, Faberi M, Di Tanno N (eds). Ambiente e salute in Italia. Roma, Il Pensiero Scientifico editore, 1997.

Scissa Chiara, Crimini ambientali: Un business da 259 milioni di dollari l’anno, Lo Spiegone, 29 marzo 2020.

Urgenda Foundation v. The Netherlands [2015] HAZA C/09/00456689 (June 24, 2015); aff’d (Oct. 9, 2018) (District Court of the Hague, and The Hague Court of Appeal (on appeal))

Zirulia Stefano, Ambiente e diritti umani nella sentenza della Corte di Strasburgo sul caso Ilva in Diritto Penale Contemporaneo, Fascicolo 3/2019.

Rispondi