Islam Insight: sciismo e ismailismo

di Viola Pacini 

L’ismailismo rappresenta il secondo ramo più importante dello sciismo dopo quello duodecimano. Tra X e XIII secolo d.C. gli ismailiti vennero considerati una minaccia dal califfato abbaside, dai selgiuchidi e dai crociati. Questa ostilità ha alimentato la diffusione di falsi miti che dipingevano l’ismailismo come un’eresia o una sorta di società segreta di fanatici. Tuttavia, negli ultimi decenni un maggiore accesso alle fonti primarie e la riscoperta della ricca letteratura ismailita hanno permesso una comprensione più accurata della dottrina.

La dottrina ismailita: zahir e batin

La peculiarità dell’ismailismo è la sua forte connotazione esoterica: la conoscenza religiosa si dividerebbe infatti in zahir (esteriore) e batin (interiore). La prima consiste nella rivelazione dei profeti, accessibile a tutti i fedeli. Tuttavia, il Corano e la Sunna hanno un significato occulto, il sapere batin. Questo tipo di conoscenza esoterica è stata concessa agli imam in quanto leader infallibili discendenti dal Profeta.

Questo dualismo conoscitivo è alla base del ta’wil, l’interpretazione allegorica delle Scritture. L’obiettivo è la comprensione dei segreti della Rivelazione. Il batin non deve però contraddire quanto espresso dallo zahir. Pertanto, i fondamenti religiosi dello sciismo sono seguiti anche dagli ismailiti. L’accento posto sull’intelletto umano implica la responsabilità individuale dei fedeli: l’ismailita deve usare responsabilmente la propria ragione e la propria conoscenza a servizio della fede.

La prima dottrina ismailita affermava il carattere ciclico della storia. Dio ha inviato sei profeti “parlanti”, i natiq – ovvero Adamo, Noè, Abramo, Mosè, Gesù e Maometto – portatori di una rivelazione zahir. A ciascun natiq succedeva un profeta “silente”, il samit, incaricato di svelare il sapere batin. Questa figura veniva seguita da sette imam, dopo i quali tornava un nuovo natiq, dando inizio a un nuovo ciclo. Nel caso di Abramo, il samit fu il figlio Isacco, per Mosè il fratello Aronne, per Gesù l’apostolo Simon Pietro. Il samit di Maometto è stato Ali bin Abi Talib; il settimo imam dopo di lui sarebbe stato il mahdi, destinato a tornare alla fine dei tempi come settimo e ultimo natiq, portando la rivelazione finale.

La dimensione esoterica dell’ismailismo ha avuto due importanti risvolti. Da un lato, ha reso difficile ottenere informazioni su questa dottrina. Tale mancanza è stata spesso sopperita con fonti coeve ostili, alimentando false credenze sia nel mondo musulmano sia in Occidente. D’altro canto, l’esistenza di una conoscenza accessibile a pochi ha permesso ai daʽi, i leader politico-religiosi ismailiti, di rielaborare e adattare la dottrina alle necessità di epoche diverse.

 Lo scisma ismailita

 La storia di questa dottrina inizia in epoca abbaside. L’ismailismo si separò dallo sciismo duodecimano nel 765 d.C. a seguito della disputa sulla successione al sesto imam, che nello sciismo è designato per via ereditaria. Alla morte di Jafar al-Sadiq, il figlio minore, Musa al-Kazim, venne nominato suo erede. Tuttavia, una parte della comunità sciita contestò questa decisione: a loro parere, il settimo imam legittimo era il figlio maggiore di Jafar, Ismail, dal quale la nuova setta prese il nome. Secondo la tradizione duodecimana, questi sarebbe morto prima di al-Sadiq. I sostenitori di Ismail affermarono invece che egli fosse sopravvissuto al padre e avesse avuto un figlio, Mohammad. Essendo il settimo imam dopo il samit Ali, Mohammad ibn Ismail incarnerebbe il mahdi e l’ultimo natiq.

Contrariamente ai più quietisti duodecimani, gli ismailiti si distinsero per la loro energica militanza. Dopo anni passati a organizzarsi nell’ombra per paura delle possibili persecuzioni, a metà del IX sec, emersero come un movimento organizzato, chiamato da’wa, contro il governo abbaside. Questo era ritenuto colpevole di aver usurpato il diritto degli sciiti a guidare la comunità musulmana. In breve tempo, grazie ai daʽi, la nuova dottrina si diffuse in Iraq, Iran, Yemen e Africa settentrionale.

I qarmati e il Califfato fatimide

La comunità ismailita si divise nell’899, quando il daʽi Ubayd Allah si autoproclamò legittimo imam e fondò la dinastia fatimide. Il nome sottolinea la discendenza da Fatima, figlia di Maometto e moglie di Ali. Tuttavia, un altro daʽi, Hamdan Qarmat, rifiutò le modifiche apportate da Ubayd Allah alla dottrina e, con i suoi seguaci, i qarmati, si stanziò in Bahrein. Tuttavia, i fedeli della setta si convertirono gradualmente allo sciismo duodecimano, che ancora oggi è la religione maggioritaria nell’arcipelago.

Nel 969 i fatimidi conquistarono l’Egitto e fondarono una nuova capitale, Il Cairo. L’imam assunse così il titolo di califfo. All’apice della sua potenza, il Califfato ismailita arrivò a comprendere Africa Settentrionale, Sicilia, Palestina e Hijaz (la regione sulle coste del Mar Rosso dell’odierna Arabia Saudita). La sfida dei fatimidi al Califfato abbaside di Baghdad si concretizzò non solo in termini di espansione territoriale, ma anche di legittimità. Al contrario degli abbasidi, che provenivano da un ramo collaterale della famiglia di Maometto, i fatimidi erano eredi diretti del Profeta.

La presa del Cairo nel 1171 per mano di Saladino segnò la fine del Califfato ismailita e la scomparsa dello sciismo dall’Egitto. Un ramo minoritario dell’ismailismo fatimide continuò però a esistere in Yemen e India.

Tuttavia, prima della caduta del Califfato si distaccarono dall’ismailismo due importanti sette, sopravvissute fino a oggi: i drusi e i nizariti. I primi si distanziarono dall’Islam, i secondi divennero invece la principale comunità ismailita.

I nizariti, Alamut e la leggenda degli Assassini

I nizariti si separarono dai correligionari nel 1094 con la morte del califfo e imam fatimide Mustansir. Nei territori dell’attuale Iran e Siria, gli ismailiti dichiararono lealtà al figlio maggiore, Nizar. In Egitto, Yemen e nel Sind (una delle province dell’odierno Pakistan), prevalse invece il figlio minore, al-Musta’li, tramite il quale continuò, per breve tempo, la dinastia dei califfi fatimidi.

I nizariti fondarono uno Stato sotto la guida del da’i Hassan-i Sabbah, di cui la fortezza di Alamut (“Nido dell’aquila”), a Sud del Mar Caspio, divenne il centro. Hasan-i Sabbah non si designò mai come imam, ma si autoproclamò hujja, “rappresentante dell’imam assente”. Tuttavia, a partire dal 1166, i leader di Alamut dichiararono di essere i legittimi imam, discendenti da un nipote di Nizar fuggito segretamente dall’Egitto.

La setta divenne particolarmente temuta per l’uso dell’assassinio come strumento politico. A perpetrare gli omicidi erano i fedayyin – “pronti al sacrifico” – individui appositamente addestrati infiltrati nelle principali città. Per questa loro pratica, i nizariti divennero noti in Occidente come “setta degli Assassini”. I crociati furono i primi a dipingere i seguaci dell’imam di Alamut come un ordine di fanatici dediti al consumo di hashish, fatto su cui tuttavia non esistono prove certe.

Alamut e le altre fortezze nizarite minori rimasero inespugnabili fino al 1256, quando caddero a seguito delle invasioni mongole. I nizariti sopravvissero in piccole comunità indipendenti nell’attuale Siria, Iran e Asia centromeridionale e fecero spesso ricorso alla taqiyya, la dissimulazione della propria fede in situazioni di pericolo, fingendosi duodecimani o sufi.

Quando nel 1794 la dinastia Qajar salì al potere in Persia, gli ismailiti trovarono nella casa regnante una fonte di protezione. L’imam acquisì il titolo onorifico di Aga Khan, che venne ereditato dai suoi successori. Il nuovo prestigio e la presunta discendenza diretta da Maometto permisero agli Aga Khan di farsi rappresentanti di tutti gli ismailiti, riunificando la comunità.

Gli ismailiti in età contemporanea

Oggi l’ismailismo rappresenta la seconda comunità sciita più importante dopo quella duodecimana, con circa 15 milioni di fedeli. Gli ismailiti sono sparsi in circa trentacinque Paesi tra Medio Oriente, Asia centro-orientale, Europa, America settentrionale e Africa orientale. Si tratta di una comunità transnazionale, geograficamente ed etnicamente diversificata.

Grazie al ta’wil, gli ismailiti hanno adattato l’etica coranica all’epoca contemporanea. L’approccio al mondo è pluralista e progressista. La fede non deve in alcun modo inficiare diritti e doveri temporali dei fedeli. Sembra che gli ismailiti abbiano, rispetto ai Paesi nei quali risiedono, un forte senso di identità nazionale. L’imam continua a detenere l’autorità assoluta in materia di etica e religione; d’altro canto, egli è responsabile del benessere spirituale e materiale della propria comunità.

Nel 2015, tramite un accordo con il governo portoghese, la sede dell’Imamato ismailita è stata stabilita a Lisbona. L’attuale imam è Prince Karim Aga Khan IV, nato a Ginevra nel 1936 e succeduto al nonno nel 1957. Egli è il creatore dell’Aga Khan Development Network. Questa rete istituzionale ha lo scopo di implementare progetti per lo sviluppo economico, sociale, culturale e ambientale in circa trenta Paesi. La fondazione riprende i principi ismailiti contemporanei di fratellanza con gli altri musulmani e rispetto per la dignità umana. Il fine ultimo del Development Network è creare un ponte tra Oriente e Occidente e tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo.

 

Fonti e approfondimenti

Berkey, The Formation of Islam: Religion and Society in the Near and Middle East, 600-1800, Cambridge University Press

Daftary, Ismaili History and Intellectual Traditions, Routledge, 2018

Daftary, The Isma’ilis: Their History and Doctrines, Cambridge University Press, 1990

Daftary (ed), A Modern History of the Ismailis: Continuity and Change in a Muslim Community, I.B. Tauris&Co, 2011

Daftary, The “Order of the Assassins:” J. von Hammer and the Orientalist Misrepresentations of the Nizari Ismailis, in Iranian Studies, vol XXXIX, pp. 71-81, 2006

R. Davis, The Shia Imami Ismaili Muslims: A Short Introduction, Lulu, 2007

A. Lakhani, Faith and Ethics: The Vision of the Ismaili Imamat, I.B. Tauris&Co, 2018

McHugo, A Concise History of Sunni and Shi’s, Georgetown University Press, 2018

N. Miraly, Faith and World: Contemporary Ismaili Social and Political Thought, iUniverse, 2016

F. Tucker, Mahdis and Millenarian: Shiite Extremists in Early Muslim Iraq, Cambridge University Press, 2008

The Institute of Ismaili Studies

 

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