Il vertice di Zagabria: problemi di connessione o di comunicazione?

di Letizia Storchi

Il vertice di Zagabria del 6 maggio 2020 è il primo appuntamento ufficiale che ha coinvolto i rappresentanti degli Stati membri dell’UE e i leader dei Paesi balcanici a due anni di distanza dal precedente summit di Sofia del 2018.

Questo vertice, che rappresenta un ulteriore progresso rispetto alle prospettive di allargamento ai Balcani occidentali, è solo l’ultimo di una lunga serie di discussioni più o meno pacifiche tra l’UE e i WB6 (Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia). Infatti, la “nuova prospettiva per i Balcani” lanciata nel 2018 dall’allora presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha subito notevoli trasformazioni, arrivando all’apertura dei negoziati per Albania e Macedonia del Nord soltanto il 26 marzo 2020.

I precedenti contrasti

Nell’ottobre 2019, il veto francese si frappose all’apertura dei negoziati con Albania e Macedonia del Nord, per il timore che le riforme giudiziarie in Albania (e in Bosnia-Erzegovina, nonostante sia ancora un potenziale candidato) non fossero sufficienti a contrastare il terrorismo e la criminalità organizzata.

In risposta a questo rifiuto di avanzamento da parte di Bruxelles e in occasione del Forum della pace del novembre 2019, tre Stati (Serbia, Macedonia del Nord e Albania) promossero l’idea di un accordo di cooperazione regionale con la formazione di una “mini Schengen” economica e commerciale. Mediante questa proposta i tre Paesi volevano dimostrare la loro capacità di promuovere forme di cooperazione pacifica e rimarcare la loro propensione al processo di integrazione europea.

I rapporti si erano incrinati a metà marzo 2020, a seguito della dichiarazione della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, di rimettere ai singoli Stati membri la decisione sull’invio di materiale sanitario nell’area. La diretta conseguenza di questa affermazione è stata il lasciare implicitamente campo libero alla risposta della Russia e della Cina, che hanno prontamente inviato materiale a Serbia e Bosnia-Erzegovina.

Ricordiamo, infatti, che negli ultimi anni anche Cina e Russia hanno fatto capolino nella regione per porsi come alternativa alla potenza economica europea e per espandere i propri interessi commerciali nel Mediterraneo.

Gli obiettivi del vertice di Zagabria

Il vertice di Zagabria, dunque, aveva il duplice scopo di riposizionare la prospettiva di allargamento ai WB6 al centro dell’agenda geopolitica dell’UE e di riaffermarne il ruolo nell’area. A causa dell’emergenza Covid-19, il vertice si è svolto in videoconferenza, ed è stato presieduto dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel e dal Primo ministro croato Andrej Plenkovic. La scelta di Zagabria non è stata casuale né dal punto di vista temporale (sono passati vent’anni esatti dal primo vertice UE-Balcani), né dal punto di vista geografico (la Croazia è stata l’ultimo Paese ad aver aderito all’Unione europea, nel 2013).

La Dichiarazione di Zagabria quale espressione conclusiva del vertice può essere quindi considerata come il nuovo punto di partenza per l’allargamento dell’UE ai Balcani occidentali?

Il Primo ministro croato Andrej Plenkovic sembra sostenere questa ipotesi, affermando che “Il loro obiettivo [dei WB6] è l’Unione europea, e questo summit li sta aiutando ad andare nella giusta direzione”.

Ciò è stato ripreso anche dalla stessa Ursula von der Leyen che, nella conferenza stampa congiunta con il presidente Michel e il premier Plenković a seguito del vertice di Zagabria, ha esordito dicendo: “La politica di allargamento – e di questo ne sono profondamente convinta – è una delle politiche europee di maggior successo. Con essa si sono diffuse pace, sicurezza e prosperità in tutto il continente”.

La dichiarazione di Zagabria: i punti fondamentali

La stessa Dichiarazione, al primo punto, sembra indicare la linea da seguire e il concetto chiave: “L’UE ribadisce ancora una volta il suo sostegno inequivocabile alla prospettiva europea dei Balcani occidentali”.

Tuttavia, proseguendo con l’analisi della Dichiarazione, appare evidente come lo slancio all’unità e al comune interesse riscontrabile nei primi punti si affievolisca nei punti centrali del documento di fronte alle problematiche interne ai WB6 e della stessa UE.

Ai punti 6 e 7, infatti, è possibile trovare chiari riferimenti alla mancata chiusura dei capitoli 23 e 24 dell’acquis communautaire, ovvero quelli riguardanti il rispetto dei diritti umani, la rule of law, il rafforzamento del sistema giudiziario, la lotta alla corruzione e il potenziamento del processo di democratizzazione.

Inoltre, rispetto al precedente summit di Sofia nel 2018, Serbia e Montenegro sono stati declassati da “Stati democratici” a “Stati ibridi” dal rapporto annuale di Freedom House sulla democratizzazione dei Paesi in transizione. Ne deriva che la tendenza a una “stagnazione” democratica impedisce a questi Paesi di avanzare nel programma di riforme dell’UE e, viceversa, aumenta il rischio di un avvicinamento di Russia e Cina in tutta l’area.

Le problematiche interne all’UE, invece, impediscono il formale riconoscimento del Kosovo da parte di cinque Stati membri (Spagna, Grecia, Cipro, Slovacchia e Romania). L’opposizione di questi Stati al riconoscimento, però, se da un lato mira a tenere sotto controllo i movimenti secessionisti interni, dall’altra impedisce qualsiasi possibilità di apertura del processo di allargamento dell’UE al Kosovo.

Gli investimenti economici per i WB6

I punti centrali della Dichiarazione auspicano una maggiore cooperazione tra l’UE e i Paesi dei Balcani occidentali nell’ambito del commercio, della sicurezza, dell’ambiente, della politica estera comune, dell’immigrazione, della lotta al terrorismo e alla corruzione. Ma è il sostegno economico-finanziario con espliciti riferimenti all’emergenza sanitaria a essere ripreso più volte nei punti della Dichiarazione. Infatti, al punto 3 della Dichiarazione e in riferimento alla comunicazione della Commissione europea del 29 aprile, l’UE si impegna a erogare 3.3 miliardi ai Paesi dei WB6 per affrontare la crisi sanitaria e per rafforzare l’economia. Di questi 3,3 miliardi, 1,7 sono stati forniti dalla BEI (la Banca Europea degli Investimenti).

Questa idea è stata condivisa anche da Pierre Mirel, direttore della DG dal 2001 al 2013, che, in una lunga intervista a Nikola Burazer per European Western Balkans, si è detto convinto che il nuovo approccio europeo ai Balcani debba essere sostenuto da ingenti risorse economiche e finanziarie.

Gli ostacoli alle riforme

Tuttavia, oltre a un piano efficace di investimenti nel progresso socio-economico e nell’avvicinamento dei Paesi dei Balcani occidentali agli standard europei in tema di riforme, sembra che vi siano diversi ostacoli di comunicazione tra i due soggetti.

Da un lato, pare che la Commissione europea e il Consiglio europeo siano intransigenti sulle loro richieste di adempimento dei principi di Copenaghen, riservandosi la possibilità di aggiungere ulteriori capitoli al processo di allagamento.

Dall’altra, Stati come la Serbia e la Bosnia-Erzegovina sono inclini ad accettare investimenti esteri da Paesi non propriamente democratici. Questa tendenza è causata soprattutto dall’alto livello di corruzione politica presente nell’amministrazione pubblica e dal carente interesse dei governi centrali nel progresso riformistico. La limitata applicazione delle riforme richieste dall’UE, soprattutto nel campo dei diritti umani e del progresso democratico, è indicativa del timore della classe politica di perdere il controllo sullo status quo locale. Infatti, nel caso in cui si desse inizio a un vero processo riformistico, questo sistema burocratico (corrotto) su cui i governi poggiano le fondamenta del loro potere crollerebbe rapidamente.

Come diretta conseguenza della mancanza di investimenti nelle riforme socio-economiche essenziali, i due Paesi vedono allontanarsi la conclusione del processo di adesione.

Una nuova comunicazione politica?

Per limitare un ulteriore coinvolgimento economico di Russia e Cina nell’area e per rinsaldare il legame politico dei Paesi europei nei confronti dei Balcani occidentali, nel primo punto della Dichiarazione è stato precisato l’impegno da entrambe le parti per “[…] una chiara comunicazione pubblica”.

Al riguardo, il punto 8 fa riferimento a una maggiore cooperazione “[…] per contrastare la disinformazione e altre attività ibride riconducibili, in particolare, ad attori di Paesi terzi che cercano di indebolire la prospettiva europea della regione”. Viene indicato come essenziale anche lo sviluppo di un’adeguata comunicazione strategica. Purtroppo le relative tempistiche e modalità di attuazione di questa forma di comunicazione non sono descritte nel dettaglio. Si rimanda quindi a futuri aggiornamenti.

Al contrario, la cooperazione e la stabilità regionale, i rapporti di buon vicinato e gli sforzi tesi alla riconciliazione sia tra WB6 (come il dialogo tra Serbia e Kosovo) sia tra Paesi dei Balcani occidentali e Stati membri dell’UE (si veda l’Accordo di Prespa tra Macedonia del Nord e Grecia) sono riconosciuti come positivi e se ne sottolinea l’importanza.

Tale impegno da parte sia dell’UE sia degli Stati dei Balcani occidentali risulta fondamentale in un momento storico in cui, oltre a una crisi sanitaria ed economica mondiale, si vive una crisi di comunicazione interna ed esterna all’Unione europea.

 

Fonti e approfondimenti

Burazer Nikola, “[EWB Interview] Mirel: EU needs a strong financial package to push reforms in WB”, European Western Balkans, 04/05/2020

Caratelli Giulio, “Parigi pone il veto ai negoziati di accesso all’Ue di Macedonia del Nord e Albania”, eunews.it, 16/10/2019

Council of the European Union, Press Releases, Zagreb Declaration, 6 May 2020, Bruxelles, 6/05/2020

Csaky Zselyke, “Dropping the Democratic Facade – Nations in transit 2020”, Freedom house, 2020

Emmott Robin, “EU offers more aid, membership to Balkans in riposte to China, Russia”, Reuters, 6/05/2020

European Commission, Press Corner, Statement by President von der Leyen at the joint press conference with President Michel and Andrej Plenković, Prime Minister of Croatia, following the EU-Western Balkans Zagreb Summit, Bruxelles, 6/05/2020

Janjić Dragan, “Serbia: una “mini Schengen” sfruttata a fini di politica interna”, Osservatorio Balcani Caucaso e Transeuropa, 18/11/2019

Vale Giovanni, “Il Covid-19 ha sgretolato la credibilità del Summit di Zagabria?”, Euractiv, 15/05/2020.

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