Alle origini del rapporto fra Russia e Israele: l’età della reazione e il contributo russo alla nascita del sionismo

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di Valentina Gilardoni

Secondo il Central Bureau of Statistics israeliano, il 73,8% degli immigrati stabilitisi in Israele nel 2019 proviene dall’ex URSS, specialmente da Russia e Ucraina. Un dato che non deve stupire, se si considera che circa un sesto della popolazione israeliana attuale è costituito da russofoni di religione ebraica e non: la più grande comunità stabilmente residente al di fuori dell’ex Unione Sovietica. La lingua russa, sebbene non ufficiale, è la terza più parlata, dopo l’ebraico e l’arabo. 

Le origini di questa presenza così imponente risalgono a tempi antichi. Gran parte dei rusim (“russi”, in ebraico, a indicare il gruppo culturale-linguistico degli ebrei russofoni) odierni è giunta in Israele in seguito alle migrazioni dall’ex URSS degli anni ‘80 del secolo scorso. Il legame con gli ebrei slavi risale tuttavia almeno al XIX secolo, ancora prima della nascita del movimento sionista, spesso considerato fenomeno della parte occidentale del continente ma che trae ispirazione e slancio dalle ideologie politiche sviluppatesi in Europa orientale

Comunità ebraiche di varie confessioni erano presenti nell’Impero già in tempi antichi. La loro accettazione in epoca zarista fu controversa: si tradusse in più casi in confinamenti nelle “zone di residenza”, o in repressioni (pogrom) e conseguente esodo verso Stati Uniti, Europa e Palestina ottomana, specialmente tra XIX e inizio XX secolo.

Nondimeno, la Russia dell’Ottocento rappresentò anche un vero e proprio contenitore di ideologie e dottrine politiche che ebbero forte ascendente sullo sviluppo del sionismo già prima delle repressioni di fine secolo. 

L’Impero russo nell’epoca delle ideologie politiche 

L’incontro-scontro con la modernità della società europea in occasione delle guerre napoleoniche aveva fatto apparire l’Impero come arretrato e dispotico agli occhi della sua stessa classe nobiliare, e aveva agitato una società notevolmente disomogenea. In Russia vigevano infatti due modelli di vita e produzione: uno aristocratico, l’altro popolare, costituito da contadini e servi della gleba che non si vedevano riconoscere libertà fondamentali nonostante varie promesse di riforma.

Il moderno sentimento patriottico influenzato dall’Illuminismo occidentale si affiancò a una trasformazione di pensiero, condotta e azione politica, che risultò nelle dottrine del liberalismo, socialismo e populismo, e portò l’intelligentsja a dividersi nel dibattito tra slavofili e occidentalisti, nel desiderio di una riforma proletaria che modernizzasse il Paese.

I narodniki (populisti), spinti da intellettuali come Herzen e Bakunin, dal 1870 “andarono al popolo” per comprenderne le condizioni e istruirlo riguardo alla necessità di mutamento della società e delle istituzioni in Russia. Essi costituirono una novità politica rilevante: concepivano la comunità rurale come base per un possibile collettivismo socialista fondato sulla dignità del lavoro, e puntavano a mobilitare le masse contadine verso un fine d’azione comune.

La situazione ebraica in Russia alla fine del XIX secolo

In questo contesto, le riforme di Alessandro II (1855-1881), comprendenti la fine della servitù della gleba nel 1861 e la riorganizzazione delle campagne in comuni di lavoro, tesero ad agevolare l’assimilazione degli ebrei per placare il fermento rivoluzionario del periodo. Ciò rese possibile un miglioramento della condizione sociale soprattutto della borghesia ebraica, che poté partecipare più attivamente alla vita pubblica. La nuova realtà ebbe breve durata, poiché il regno di Alessandro III (1881-1894) riportò in auge antisemitismo, oppressione e pogrom

L’emigrazione fu la soluzione per gran parte della popolazione ebraica. L’entusiasmo causato dall’esodo di massa che si stava preparando significò, specie per la gioventù studentesca influenzata dai precetti del populismo rivoluzionario russo, rivalutare la propria condizione di narod, popolo diverso e sofferente, in cerca di salvezza oltreconfine. La ricerca di una terra sicura accompagnava lo stesso sentimento che aveva infiammato i giovani russi solo un decennio prima, quando erano partiti alla volta dei villaggi rurali per organizzare la rivoluzione: liberazione attraverso l’identità nazionale. 

Risale al 1881 la prima aliyah, l’ondata di immigrazione (prevalentemente dall’Impero russo in questo caso) verso la Palestina ottomana che durò fino al 1903 e raddoppiò la comunità ebraica (Yishuv) preesistente. Buona parte degli immigrati si stabilì nelle città, ma molti costituirono nuove colonie e tenute agricole sulla scorta dell’obščina russa (comunità rurale fondata sul lavoro collettivo).

La nascita del sionismo politico e il contributo dei sionisti russi

La fondazione dell’Organizzazione sionista a opera di Theodor Herzl durante il Congresso di Basilea del 1897 è considerata l’inizio del movimento attivo orientato alla costituzione di uno Stato ebraico. Il processo era però già in atto da tempo sia in Europa occidentale che orientale.

Nel 1860 era sorta a Parigi l’Alleanza Israelitica Universale, prima organizzazione ebraica transnazionale volta a tutelare gli ebrei diasporici e finanziare progetti educativi e filantropici. Oltre alla necessità di fuga da regimi politici ostili, il risveglio del sentimento nazionale in tutta Europa nel XIX secolo aveva contribuito a dare nuova linfa all’aspirazione ebraica a una patria: la coscienza nazionale dei ghetti venne sollecitata da intellettuali come Moses Hess, che prevedeva l’unione degli ebrei come nazione, con diritti territoriali, già nel 1862. 

Dal 1882, in seguito alla prima aliyah, prese definitivamente piede la concezione che gli ebrei avrebbero dovuto elaborare una politica autonoma. Lev Pinsker col suo pamphlet Autoemancipazione: appello di un ebreo russo ai suoi fratelli fece breccia nella popolazione soprattutto dell’est Europa: l’adattamento non era più possibile, occorreva creare un ambiente radicalmente nuovo.

Il primo a utilizzare il termine “sionismo” fu nel 1890 lo scrittore Nathan Birnbaum, fondatore della rivista Selbstemanzipation. Con questo termine egli definiva quel nazionalismo ebraico che veniva rafforzandosi a causa delle persecuzioni fisiche e psicologiche in atto in Europa. Il fervore nazionalista, infatti, costituiva un problema per gli ebrei identificandoli come minoranza non riconosciuta, ma suggeriva la soluzione dell’autodeterminazione in un proprio Stato che fornisse cittadinanza giuridica.

All’epoca del Congresso di Basilea, il censimento dell’Impero russo contava cinque milioni e duecentomila ebrei, di cui quattro milioni nella zona di residenza tra Lettonia, Lituania, Polonia, Bielorussia, Ucraina. Sin dall’inizio il gruppo russo apparve come una forza centrale nel movimento sionista mondiale, tanto da influenzare in seguito la definizione delle istituzioni dello Stato ebraico sulla base di quelle dell’Europa dell’Est. I suoi membri, appartenenti a tutte le principali correnti del sionismo, costituivano circa la metà dei delegati del Congresso ed erano i più attivi, comprendendo, tra coloro che avevano preso parte alla prima aliyah, figure culturali come Ahad Ha’am ed Eliezer Ben Yehuda, religiose come i primi rabbini che legittimarono il sionismo e politiche come Chaim Weizmann, futuro primo presidente dello Stato d’Israele. 

In antitesi all’Organizzazione, nel 1897 nasceva il Bund: Unione generale dei lavoratori di Lituania, Polonia e Russia, movimento socialista ebraico il cui obiettivo era l’unificazione e l’emancipazione dei lavoratori ebrei dell’Impero zarista sotto un unico partito socialista, laico e democratico, che garantisse loro riconoscimento giuridico come minoranza nazionale, senza rivendicazioni territoriali. Perse progressivamente seguito, fino a diventare parte della federazione creata dai menscevichi nel 1912.

La questione dello Stato

Tutte le correnti trovavano rappresentanza all’interno dell’Organizzazione sionista. La ricchezza di posizioni differenti fu però causa di scontri soprattutto in merito al luogo e al modo in cui insediare lo Stato ebraico. 

Il sionismo occidentale, guidato da Herzl, insistendo per la rapida creazione di uno Stato laico come soluzione all’antisemitismo dilagante in tutta Europa in seguito all’Affare Dreyfus (1894-1906), era inizialmente disposto ad accettare compromessi quali aree poco popolate dell’Argentina o dell’Uganda, suggerite dalla Gran Bretagna. Il sionismo russo, guidato da Weizmann, si scoprì invece più nazionalista e orientato al ritorno a Sion, una patria legittimata da ideali storici e religiosi, oggetto di continuo flusso migratorio nei secoli come meta di pellegrinaggio e ricongiungimento familiare.

Quest’ultima fu la linea vincente. Filantropi ebrei sostennero finanziariamente il movimento, mentre, soprattutto nell’Est Europa, furono approntati programmi per il ritorno in Medio Oriente. I rappresentanti inviati a verificare la fattibilità del trasferimento in Palestina riferirono della “sparsa” presenza araba nella regione. Nonostante l’azione diplomatica iniziata da Herzl stesso, l’Impero ottomano non accordò il suo sostegno ufficiale per l’istituzione di uno Stato ebraico in Palestina. Pertanto, fino al 1917, l’Organizzazione sionista mise in pratica una strategia di immigrazione continua ma su piccola scala. 

Tra il 1904 e il 1914 giunsero in Palestina circa 30 mila persone in fuga dalla Russia (seconda aliyah) in seguito alla pubblicazione dei Protocolli dei Savi di Sion, documento che alimentò ideali antisemiti e nuove violenze.

Risale a questo periodo la creazione dei primi kibbutz, comunità agricole organizzate secondo criteri collettivisti e comunistici. Le terre su cui sorgevano venivano acquistate con fondi sionisti, e da esse era esclusa la manodopera indigena: i nuovi kibbutz gettavano le basi per un Yishuv indipendente in Palestina, basato sugli stessi ideali di identificazione attraverso la terra e il lavoro che erano stati propri della Russia di fine XIX secolo. 

Già prima della dichiarazione Balfour del 1917, dunque, l’insediamento sionista in Palestina cominciava a diventare una realtà civile, sociale, economica e politica. La forte comunità russofona e nostalgicamente legata alla madrepatria avrebbe poi accolto, in seguito alla nascita dello Stato di Israele e dagli anni ’80 in poi, le centinaia di migliaia di esuli dall’ex URSS che costituiscono, ancora oggi, una valida motivazione per mantenere ben saldi i legami tra Russia e Israele.

 

Fonti e approfondimenti

Cremonesi Lorenzo, Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920), Giuntina, Firenze 1985

Frankel Jonathan, Gli ebrei russi. Tra socialismo e nazionalismo (1862-1917), Einaudi, Torino 1990

Herzl Theodor, Lo Stato Ebraico: tentativo di una soluzione moderna del problema ebraico, Carabba Editore, Lanciano 1918

Pinsker Leon, Auto-Emancipazione. Appello di un ebreo russo ai suoi fratelli, Il Melangolo, Genova 2004

Riasanovsky Nicholas V., Storia della Russia. Dalle origini ai giorni nostri, Bompiani, Milano 2010

Saunders David, La Russia nell’età della reazione e delle riforme: 1801-1881, Il Mulino, Bologna 1998

Seton-Watson Hugh, Storia dell’impero russo (1801-1917), Einaudi, Torino 1971

Vercelli Claudio, Israele. Storia dello Stato. Dal sogno alla realtà (1881-2007), Giuntina, Firenze 2007

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