Chi è Antony Blinken?

Antony Blinken. Fonte: Wikimedia Commons

Lo scorso 24 novembre, Joe Biden, neo presidente degli Stati Uniti, ha ufficializzato la nomina di colui che ricoprirà la carica di Segretario di Stato nella sua futura amministrazione: Antony Blinken. 

Qual è il profilo politico di Blinken e che ruolo avrà nell’orientare le future scelte di politica estera statunitense? Di quanta e quale autonomia godrà rispetto all’indirizzo politico presidenziale?

Una figura centrale nella politica estera USA

Dal 20 gennaio, Antony Blinken prenderà il posto di Mike Pompeo, divenendo così il prossimo Segretario di Stato degli Stati Uniti, carica che ha goduto di molto prestigio e discrezionalità nella storia statunitense e che possiamo equiparare a quelle che sono le funzioni del ministro degli Esteri in Italia.

Sulle foto d’archivio, è facile riconoscere il suo profilo, spesso in secondo piano, dietro Biden, allora vice presidente dell’amministrazione Obama. Antony Blinken è stato per molto tempo uno di quegli uomini discreti che hanno avuto dei ruoli chiave a Washington, ma di cui l’opinione pubblica non ha mai conosciuto il nome. Egli appare ad esempio, nella famosa foto del maggio 2011 nella Situation Room della Casa Bianca dove Obama, Biden, Hillary Clinton e i funzionari della Sicurezza degli Stati Uniti seguivano in diretta l’incursione che avrebbe ucciso Osama bin Laden in Pakistan.

Blinken, nato il 16 aprile 1962, si trasferisce a Parigi nel 1971 con la madre e il suo nuovo marito, Samuel Pisar, famoso avvocato, sopravvissuto ad Auschwitz ed ex consigliere di John Fitzgerald Kennedy. Nella capitale francese, Blinken studiò in uno dei più esclusivi licei bilingue, il Jeannine-Manuel. Egli tornerà poi negli Stati Uniti per i suoi studi universitari, laureandosi prima ad Harvard in studi sociali e poi alla Columbia School of Law. Dal 1988 iniziò a lavorare al fianco del padre Donald, banchiere e poi diplomatico statunitense in Ungheria, nella squadra della campagna elettorale del candidato democratico alla presidenza, Michael Dukakis, battuto poi da George H.W. Bush.

Dal 1994, Blinken iniziò a ricoprire importanti posizioni in politica estera, sia nell’amministrazione Clinton, sia nella successiva di Bush figlio. Fino al 2001 infatti, Blinken fu membro del National Security Council e, fino al 1998, assistente speciale del Presidente Clinton, senior director dello Strategic Planner ed esperto speciale della scrittura dei discorsi presidenziali di politica estera. 

Nel 2002, Antony Blinken entrò a far parte della Commissione per le relazioni estere del Senato, all’epoca presieduta da Joe Biden. È stato in questo periodo e poi durante la campagna elettorale di Biden nel 2008, che la collaborazione e l’amicizia tra i due uomini si è rafforzata.

Il futuro da Segretario di Stato

Dal suo profilo e dalla sua esperienza in politica estera, possiamo intuire che l’approccio di Blinken sarà ben lontano dall’unilateralismo che ha caratterizzato l’amministrazione Trump. Il prossimo Segretario di Stato si definisce infatti, multilateralista e deciso sostenitore del ruolo centrale degli Stati Uniti all’interno delle organizzazioni internazionali. 

In un’intervista rilasciata questa estate all’Hudson Institute, Blinken ha dichiarato: “È di primaria importanza per gli Stati Uniti, rivedere ogni rapporto di alleanza, iniziando dalla NATO e dall’Unione Europea, un partner da considerare vitale per la tenuta dei nostri valori democratici nel mondo”. Secondo Blinken, l’amministrazione Biden dovrà puntare su una ricostruzione delle alleanze anche e soprattutto per superare quella che definisce una “giusta competizione con la Cina”. Egli è molto duro nel giudizio delle relazioni che l’amministrazione Trump ha avuto con la Cina, cancellando del tutto l’impegnativa e capillare strategia del “Pivot to Asia”, portata avanti dall’amministrazione Obama e fortemente voluta, ideata e realizzata dallo stesso Blinken. Solo durante il 2016, infatti, Blinken visitò sei volte la Cina per costruire e rafforzare un sistema di norme giuridiche, regole commerciali, istituzionali, accademiche e culturali, che avrebbe regolato i rapporti tra USA-Pacifico e che costituiva i cinque pilastri su cui si fondava proprio la strategia del “Pivot to Asia”.

Durante i suoi venti anni di esperienza come consigliere di politica estera, Blinken ha quindi avuto un ruolo chiave in quelli che sono stati i cavalli di battaglia dell’amministrazione Obama, la Cina appunto, e dell’amministrazione di George W. Bush, il Medio Oriente. 

Blinken supportò fin da subito, infatti, l’invasione statunitense in Iraq del 2003 e consigliò in questo senso anche Biden, sostenendo il suo discorso a supporto della guerra durante la sua audizione alla Commissione affari esteri del Senato. Nel 2006 inoltre, Blinken lavorò sulla proposta, presentata poi da Biden, di suddividere l’Iraq in tre regioni autonome basata su dei criteri etnici e religiosi. Un piano questo, che fu largamente rifiutato sia in Iraq, sia negli USA.

Antony Blinken era favorevole anche a un intervento statunitense contro il regime di Damasco nel 2013 e per questo ha sempre riconosciuto la poca risolutezza e quindi gli errori commessi sul dossier siriano da parte dell’amministrazione Obama. 

Riguardo ai prossimi quattro anni come Segretario di Stato però, Blinken immagina un ruolo ridimensionato per gli Stati Uniti in Medio Oriente, in cui la parola d’ordine sarà collaborazione, in primo luogo con la Turchia e il presidente Erdogan, con il quale Biden ha un rapporto di lunga data, rinsaldato durante la lotta all’ISIS dei tempi dell’amministrazione Obama.

Il futuro degli accordi internazionali

Se il Medio Oriente non sarà dunque, almeno per ora, una priorità secondo Blinken, gli accordi internazionali saranno una delle prime partite da giocare per Biden.

La priorità in questo senso è rientrare nell’Accordo di Parigi sul Clima, in linea con l’impegno che Biden ha preso anche sul fronte interno. 

Blinken ritiene che anche gli accordi commerciali saranno fondamentali per fare in modo che “nessun’altro occupi il posto che da sempre è degli Stati Uniti”, dice. 

In questo senso, Blinken guarda soprattutto al Sud America, affermando che l’amministrazione Biden ha un profondo interesse in questa regione: “Abbiamo un piano. Biden ha un piano per costruire in modo significativo nell’arco di quattro anni una strategia regionale di quattro miliardi di dollari che richiederebbe ai Paesi di contribuire con le proprie risorse, il proprio impegno a intraprendere riforme concrete che li rendano più attraenti per la propria stessa popolazione”, ha rivelato ancora all’Hudson Institute.

Infine, in tema di trattati internazionali la sfida fondamentale per gli USA è, secondo Blinken, affrontare di nuovo il JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) per contenere il programma nucleare iraniano. Citando Biden, ha affermato: “Se l’Iran torna a rispettare i suoi obblighi, dovremmo farlo anche noi e lo faremmo anche noi”.

Il passato che ritorna

Il lavoro fianco a fianco che attende il presidente Biden e il futuro Segretario di Stato Blinken non rappresenta dunque un territorio inesplorato per i due, vista la duratura conoscenza e collaborazione, soprattutto in materia di politica estera. Proprio in virtù di questo solido e storico rapporto, possiamo ritenere che il Segretario di Stato godrà di ampia autonomia nell’indirizzare la politica estera del Paese, come ha già fatto in passato.

Lo scenario internazionale che Blinken ha davanti e nel quale dovrà intervenire non è certo dei più lineari e, per ironia della sorte, ricorda per certi aspetti uno scenario che egli stesso descrisse nel suo libro: “Ally versus Ally. America, Europe and the Siberian Pipeline crisis”, del 1987.

L’allora crisi dell’oleodotto siberiano fu fonte di un acceso dibattito nelle relazioni tra gli Stati Uniti e l’Europa, che voleva importare gas naturale dai vasti giacimenti di gas siberiani. Per l’Europa, sfruttare questa possibilità era un modo ovvio per diversificare le proprie forniture energetiche. Per Washington, l’oleodotto era uno schema che avrebbe finito per finanziare la macchina militare sovietica. Allora come oggi, le relazioni transatlantiche non godono di una buona solidità e l’espressione usata lo scorso anno da Macron: “La NATO è cerebralmente morta”, ne restituisce un’immagine quantomeno verosimile. Allora come oggi inoltre, l’Occidente teme che il centro di gravità della politica internazionale si stia spostando verso l’Asia. Oggi come allora, gli alleati europei sono divisi sulla strategia da adottare verso la Cina. Gli Stati Uniti e l’Europa hanno ancora prospettive diverse quando si tratta di definire la sfida comune o di elaborare una strategia di risposta verso Pechino.

Se l’analisi di Blinken degli anni Ottanta può essere considerata come una guida però, allora potremo aspettarci un’enfasi minore da parte statunitense sulla pressione degli Alleati e un maggiore ascolto delle loro preoccupazioni. Dopo quattro anni di “America First”, l’Unione europea sarà lieta di ottenere un trattamento più amichevole da un Segretario di Stato che ha scritto un intero libro sull’importanza di essere gentili con gli alleati.

 

Fonti e approfondimenti

Beavers O. e Kelly L., “5 things to know about Antony Blinken, Biden’s pick for State”, The Hill, 27/11/2020

Deputy Secretary Blinken testimony on “US – China relations: strategic challenges and oppotunities”, Senate Foreign Relations Committee, 27/04/2016

Herszenhorn D. M. e Momtaz R., “9 things to know about Antony Blinken, the nest US segretary of state“, Politico, 23/11/2020

Kebbi J., “Comment Antony Blinken voit le Moyen Orient”, L’Orient – le Jour, 25/11/2020

Mathevon F., “États-Unis: Antony Blinken, un ami de l’Europe parfaitement francophone au département de l’État“, France Inter, 23/11/2020

Mead W. R., “Dialogues on AMerican Foreign Policy and World Affairs: a conversation with former Deputy Secretary of State Antony Blinken”, trascrizione dell’intervista all’Hudson Institute, 09/07/2020

Miller C., “The ghost of Blinken past“, Foreign Policy, 03/12/2020

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

 

 

 

 

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