Leggere tra le righe: “Il Dottor Živago”, il libro che non doveva uscire

Simone D'Ercole | Instagram: @Side_Book

“I ragazzi sparano”, pensava Lara. E non pensava solo a Nika, o a Patulja, ma a tutta la città dove si stava sparando. “Bravi ragazzi, onesti, – pensava. – Bravi. Ecco perché sparano”

Russia, primi anni del XX secolo. La storia inizia con il racconto di due giovani, Jurij Andreevic Živago e Tonja Gromeko, che presto diventeranno marito e moglie: sullo sfondo c’è la prima rivoluzione russa, quella del 1905. Jurij studia medicina e allo scoppio della Prima guerra mondiale viene arruolato come dottore dall’esercito dell’impero zarista, ma nel 1917 la Rivoluzione d’Ottobre arriverà a sconvolgere non solo il mondo, ma anche la vita del Dottor Živago. L’esercito russo si dissolve e Živago decide così di scappare con moglie e figlio in un paesino degli Urali. Qui incontra Larisa Antipova, crocerossina conosciuta al fronte, con la quale inizia una storia d’amore. Živago è travolto dal senso di colpa e decide di confessare tutto a Tonja, ma prima che riesca a farlo viene aggregato da un gruppo di partigiani rossi, capitanato proprio dal marito di Larisa, fino a quel momento considerato disperso. Dopo qualche mese Živago è libero di tornare a casa, ma nel frattempo la moglie è stata espulsa in quanto oppositrice della Rivoluzione ed è emigrata a Parigi. Prima che riesca a tornare in patria, il Dottor Živago avrà già trovato la morte.

Amore e rivoluzione si intrecciano alla perfezione ne “Il Dottor Živago”, il capolavoro del poeta e scrittore russo Boris Pasternak. Concluso nel 1955, il romanzo dovrà affrontare mille peripezie prima di vedere la luce. Pasternak ne invia alcune copie alla casa editrice sovietica Goslitizdat. Ma prima di essere pubblicate, in Unione Sovietica le opere dovevano passare dei controlli molto severi da parte dello Stato e il Dottor Živago aveva creato più di un grattacapo alle autorità di Mosca. La questione non era letteraria, bensì politica. Sullo sfondo del romanzo si parlava di rapporti diretti tra intellighenzia e rivoluzione, una cosa inaccettabile per l’Urss perché ne inquinava l’origine proletaria. Per questa ragione, il lavoro di Pasternak continuava a non essere pubblicato.

L’intervento di Giangiacomo Feltrinelli

A causa della non adesione dell’Urss alla Convenzione di Berna del 1886, se un editore straniero pubblicava un libro nei trenta giorni successivi all’uscita dello stesso in Unione Sovietica, ne guadagnava l’esclusiva per il mercato occidentale: bastava un solo giorno oltre i trenta e l’opera poteva essere stampata da tutti, senza esclusiva o obbligo di royalties. Giangiacomo Feltrinelli – miliardario, rivoluzionario e fondatore dell’omonima casa editrice – era venuto a conoscenza del manoscritto grazie al suo talent scout Sergio D’Angelo, già direttore della libreria del Pci a Roma e conoscitore del mondo e della letteratura sovietica. L’opera, con il consenso dell’autore, fu consegnata a Feltrinelli nell’estate del 1956 a Berlino. Tornato a Milano, lo inviò subito al suo slavista di fiducia, Pietro Zveteremich che, dopo averlo letto, concluse: “Non pubblicare un romanzo come questo costituisce un crimine contro la cultura”.

A testimoniare l’importanza del gesto, D’Angelo ricorda che durante il primo incontro Pasternak lo salutò dicendogli: “Siete invitati fin d’ora alla mia fucilazione”. Per uno scrittore sovietico era vietato prendere contatti con editori stranieri senza la previa autorizzazione delle autorità letterarie censorie del proprio Paese. Ma nonostante le paure, ciò che premeva di più a Pasternak era la pubblicazione della sua opera.

Anche Feltrinelli rischiava molto, cosciente che la pubblicazione del romanzo avrebbe provocato, vista l’ortodossia politica e culturale del Pci, uno strappo violentissimo: non dimentichiamoci che rimase iscritto al Partito fino alla fine del 1957. La preoccupazione di scontrarsi con il Pci e con le autorità accademiche e politiche russe andava di pari passo con quella per le sorti del suo autore. Feltrinelli e Pasternak non si incontrarono mai nel corso della loro vita, ma mantennero contatti frequenti nonostante le infinite difficoltà imposte dal controllo sovietico.

La pubblicazione del Dottor Živago

Le autorità sovietiche vennero subito a conoscenza della trattativa in corso per la pubblicazione del libro in occidente. Forse dalla stessa Olga Ivinskaya, donna con cui Pasternak aveva una relazione d’amore nonostante fosse sposato. Tramite pressioni su di lei, il Pcus cercò di farsi riconsegnare il manoscritto. Niente da fare. Anche il tentativo d’intercessione del Pc si dimostrò vano: le autorità sovietiche investirono direttamente del problema i dirigenti del Partito comunista italiano, convinti che un loro intervento, essendo Feltrinelli ancora iscritto, avrebbe impedito l’uscita del romanzo. Non riuscendo a ottenere la restituzione del Dottor Živago, le autorità sovietiche chiesero a Feltrinelli di ritardarne l’uscita così da permetterne la pubblicazione, in anteprima, nell’Urss. In realtà il loro era un semplice tentativo di prendere tempo per evitare che il romanzo uscisse, da qualsiasi parte. Feltrinelli comunque accettò e il termine posto fu settembre 1957.

Le pressioni per avere indietro il romanzo, pervenute direttamente dal Pcus o con il tramite di lettere apocrife firmate da Pasternak, continuarono incessanti. Nel luglio del ’57 una delegazione del Pci si recò a Mosca per il festival mondiale della gioventù. Tra loro Mario Alicata, Velio Spano e Luigi Longo. La discussione, come prevedibile, si focalizzò sul caso Pasternak. Una volta rientrati, Spano  portò con sé una lettera autografa (e apocrifa) in cui lo scrittore diffidava Feltrinelli dal pubblicare l’opera a causa dell’incompiutezza della stessa. Alicata fu incaricato di portarla a Milano per mostrarla all’editore italiano. Fu l’ennesimo buco nell’acqua. Anche Togliatti manifestò il suo disappunto, senza però avanzare richieste dirette.

Si giunse così alla scadenza data dalle autorità sovietiche. Il romanzo, nel frattempo, era stato tradotto in italiano ed era pronto per la pubblicazione. Feltrinelli inviò a Mosca il suo traduttore, Zvetermich, per far rispettare l’accordo. Fu tutto inutile. Giangiacomo capì che il libro non sarebbe mai stato pubblicato.

“Živago”, disse Feltrinelli “richiese una decisione difficile e solitaria. Chi avrebbe potuto, infatti, consigliarmi in quel frangente? Insomma non fu, come è quasi sempre per i best seller, un colpo di fortuna, ma una decisione che coinvolgeva passato, presente e avvenire”.

La spinta definitiva gli arrivò probabilmente dal colloquio con l’ormai ex moglie Bianca Dalle Nogare, che gli fece notare come Pasternak sarebbe finito sotto gli occhi di tutta l’opinione pubblica mondiale, una volta pubblicato il libro. E ciò lo rendeva intoccabile.

Il 22 novembre 1957 Il dottor Živago uscì per la prima volta in libreria e il successo fu straordinario. Nell’arco di due o tre giorni vennero vendute seimila copie e la tiratura dovette essere aumentata. Il primo best seller era nelle librerie italiane.

Reazioni internazionali

Con il successo editoriale arrivarono anche reazioni durissime. Per Feltrinelli, da parte del Pci. Per Pasternak, nell’Urss. Il primo si vide precipitare addosso una montagna di critiche. I vertici del Partito non avevano digerito la sequenza di avvenimenti legati alla pubblicazione del libro. La Segreteria del Pci impose un incontro chiarificatore che avvenne il 7 dicembre: alle quattro del pomeriggio, Feltrinelli entrava in via delle Botteghe Oscure. Davanti a lui Luigi Longo, Enrico Bonazzi e Mario Alicata. Anche a causa dello scontro, l’editore abbandonerà il Pci alla fine dell’anno.

Va peggio all’autore di Zivago. Il 23 ottobre del 1958 arrivò un telegramma dall’Accademia svedese con il quale gli comunicavano di volergli conferire il Nobel per la letteratura. La consegna avrebbe dovuto tenersi il 10 dicembre, a Stoccolma, davanti all’Accademia e al re. Dai quotidiani sovietici arrivò una valanga di infamanti accuse. Nella stampa si attivò la macchina del fango. L’Unione degli scrittori russi lo espulse e fece pressione affinché, nel caso Pasternak avesse accettato il premio, fosse privato della cittadinanza e relegato al confino. In Occidente l’opinione pubblica si mobilitò in suo favore, ma questo non bastò. Pasternak si trovò costretto a rifiutare il premio Nobel. Fu, probabilmente, il colpo finale per un uomo già provatissimo. Pochi mesi dopo, il 30 maggio 1960, morì nella sua casa al Pederelkino.

 

Fonti e approfondimenti:

Aldo Grandi, Giangiacomo Feltrinelli. La dinastia, il rivoluzionario, Baldini&Castoldi edizione 2000.

Boris Pasternak, Il Dottor Zivago, Feltrinelli, Milano, edizione 2020.

Carlo Fitzgerald Feltrinelli, Senior Service, Feltrinelli, Milano, 2014.

Convenzione di Berna, 1886.

 

Editing a cura di Elena Noventa

Copertina a cura di Simone d’Ercole

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Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
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