La Turchia in bilico fra crisi economica e sfide politiche interne: intervista a Filippo Cicciù

Intervista
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Filippo Cicciù è un giornalista pubblicista che vive e lavora a Istanbul. Dal 2015 è collaboratore della Radiotelevisione Svizzera Italiana – RSI dalla Turchia. Ha scritto per Limes, Il Manifesto, Osservatorio Balcani e Caucaso, IL – Idee e Lifestyle del Sole 24 ORE, the Wire, Reset – Dialogues on Civilization e Rockit.

Lo scorso ottobre, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan aveva minacciato di espulsione dieci ambasciatori occidentali per aver firmato un appello per la liberazione del filantropo Osman Kavala, in carcere dal 2017 con l’accusa di aver finanziato le proteste di Gezi Park nel 2013 e di aver partecipato al fallito golpe del 2016. Secondo Kemal Kılıçdaroğlu, leader del Partito Popolare Repubblicano (Cumhuriyet Halk Partisi, CHP – formazione laica e socialdemocratica, a inizio ‘900 la più vicina alle posizioni riformiste e moderniste del presidente ed eroe nazionale turco Mustafa “Ataturk” Kemal) e principale forza di opposizione del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi, AKP), la ragione dietro la decisione di Erdoğan non è proteggere gli interessi nazionali, ma sviare dalla rovinosa situazione in cui si trova l’economia turca. È d’accordo?

In parte sì e in parte no. Le dichiarazioni di Erdoğan su Kavala sono note: il presidente turco lo accusa di essere il “Soros” della Turchia, alludendo a delle possibili trame del magnate ungherese nel Paese. 

In questo caso, Erdoğan ha espresso un giudizio molto duro contro alcuni Paesi occidentali  e per il pubblico interno allude a una sorta di complotto volto a colpire la Turchia. In altre occasioni, il leader turco aveva detto che la Turchia era stata colpita dal mondo della finanza o da forze esterne. Ad oggi, la percezione della popolazione è che l’economia abbia dei gravi problemi. La svalutazione della lira turca (ormai assestata su di un tasso di cambio di 11 unità di valuta turca per 1 dollaro statunitense) è un dato di fatto, come l’innalzamento dell’inflazione (all’incirca al 20%). 

La critica di Kılıçdaroğlu non costituisce una parola a favore di Kavala o del suo specifico caso, ma è solo una critica diretta a Erdoğan per come sta gestendo la situazione economica. Non penso che quella del presidente turco sia stata una mossa calcolata.

Lo ha fatto per reagire a una posizione forte espressa da parte degli ambasciatori stranieri che hanno in qualche modo cercato una reazione. Sono vere entrambe le cose. Erdoğan agisce in questo modo per ottenere il favore della sua base elettorale ma, al contempo, le sue dichiarazioni hanno contribuito ad aggravare la svalutazione della lira turca. Per questa ragione principalmente è stato poi costretto a ritirarle. In Turchia, i media hanno dichiarato che i dieci ambasciatori hanno fatto un passo indietro, rifacendosi all’articolo 41 della Convenzione di Vienna, in cui si sancisce che i corpi diplomatici devono fare a meno di interferire negli affari interni dei Paesi in cui prestano servizio. 

Nel 2023 si terranno le elezioni parlamentari e presidenziali. Ad oggi, qual è il clima politico che si respira nel Paese?

Proprio oggi (17 Novembre, ndr) su Twitter sono state di tendenza le parole “elezioni anticipate”. Erdoğan ha infatti incontrato Devlet Bahçeli, il leader del Partito del Movimento Nazionalista (Milliyetçi Hareket Partisi, MHP), alleato dell’AKP nel Parlamento turco. Per Erdoğan l’appoggio di questo partito è fondamentale. Benché non siano insieme al governo, l’MHP sostiene tutte le politiche governative proposte dall’AKP. 

Già da qualche mese, Bahçeli aveva manifestato la necessità di abbassare la soglia di sbarramento per entrare nel Parlamento turco. Lo ha dichiarato probabilmente perché il suo partito nei sondaggi è caduto ben sotto l’attuale soglia del 10% per entrare nell’Assemblea parlamentare. In realtà, questa sua richiesta è caduta nel vuoto. Tuttavia, pochi giorni fa, Erdoğan e l’AKP hanno dichiarato che non è necessario il 50% + 1 per diventare presidente. 

L’incontro tra Erdoğan e Bahçeli è stato molto commentato. La percezione, a livello di massa, è che possano essere indette elezioni anticipate. Secondo recenti sondaggi, il 60% della popolazione vorrebbe andare al voto per varie ragioni, ma principalmente per via della crisi economica. 

Erdoğan, come presidente, talvolta cala nei sondaggi, ma di fatto mantiene sempre la stragrande maggioranza del sostegno. Al contrario, l’AKP è caduto moltissimo, arrivando quasi ai livelli del maggior partito di opposizione, il CHP. Considerando questi fattori, sembra che i partiti di opposizione vogliano elezioni anticipate, anche se non è ancora stato chiarito chi potrebbe essere scelto in qualità di candidato comune

Pare potrebbero formarsi delle alleanze fra i diversi partiti di opposizione, anche se è difficile capire come, dato che si tratta di due partiti nazionalisti, uno di destra e uno di sinistra, e un partito filo-curdo di sinistra, ossia il Partito Democratico dei Popoli (Halkların Demokratik Partisi, HDP), che potrebbe avere problemi ad allearsi con gli altri due vista la storia politica diversa, e soprattutto, date le loro posizioni nazionaliste che difficilmente si conciliano con un partito che si propone di difendere gli interessi della popolazione curda di Turchia. 

Oggi, si registra comunque un clima teso. Sembra di essere già in piena campagna elettorale. Anche le provocazioni di Erdoğan contro gli ambasciatori occidentali mi hanno ricordato alcune frasi del presidente turco, utilizzate per polarizzare o mobilitare i suoi elettori a ridosso del periodo elettorale. In realtà, già l’anno scorso si parlava di elezioni anticipate. In generale, se ne discute molto: vi sono numerosi elementi di crisi ed è possibile che accada. A Erdoğan forse converrebbe non indirle data l’instabilità all’interno del suo stesso partito

Secondo i sondaggi più recenti solo un terzo degli elettori, se si andasse al voto oggi, sosterrebbe il partito di Erdoğan: un netto calo rispetto al 42% del 2018. Secondo lei la disaffezione della base elettorale fedele al presidente turco ha a che fare con il costante deterioramento degli standard di vita, soprattutto dei redditi medio-bassi, o vi sono altre ragioni?  

Credo ci siano altre ragioni, soprattutto l’alleanza che è stata sancita tra l’AKP e l’MHP, il partito ultra-nazionalista di destra. Ovviamente se ci sono difficoltà economiche anche i sostenitori le percepiscono e, conseguentemente, possono essere meno propensi a rieleggerlo. Penso che l’alleanza con l’MHP, un partito con una storia diversa rispetto a quella dell’Islam politico del partito del presidente turco, sia uno fra i motivi che potrebbe spingere molti elettori a non volerlo più sostenere. 

I partiti di opposizione si stanno compattando? Lo stesso Kılıçdaroğlu del CHP potrebbe essere uno dei possibili aspiranti alla guida del Paese?

Non credo che Kılıçdaroğlu possa candidarsi dato che all’interno del suo stesso partito non è da tutti benvoluto e, inoltre, è il Segretario di una formazione politica con una linea molto chiara, con delle posizioni nette e se l’opposizione si unisse ritengo si cercherebbe una figura più trasversale. Sono corse voci sulla possibilità di candidatura di Meral Akşener, leader del “Buon Partito” (İYİ Parti, sigla İYİ) formazione nazionalista, kemalista (definibile nei parametri occidentali come repubblican-populista) e secolarista. Akşener è una figura nota all’interno del panorama politico turco. In passato, è stata anche ministra dell’Interno negli anni ’90 e Segretaria del partito di Bahçeli, l’MHP. 

Quattro anni fa, Akşener ha fondato l’İYİ, un partito che per ideologia si oppone totalmente all’AKP di Erdoğan (sempre di centro destra ma decisamente più laicista e meno nazionalista, soprattutto per quanto riguarda la politica estera). Akşener si era opposta soprattutto alla riforma presidenziale che fu approvata con il referendum del 2017 ed è stata in grado di far crescere dal nulla una forza di opposizione politica rilevante. C’erano state delle voci, appunto, se lei potesse essere la candidata. Tuttavia, per ora queste indiscrezioni non hanno trovato conferma. 

Una donna alla guida al Paese potrebbe certamente governare così come una figura esterna alle opposizioni. D’altronde, è difficile che con le persone che ci sono adesso possa nascere una coalizione. In questi giorni, Kılıçdaroğlu sta preparando il terreno per possibili elezioni anticipate e  ha utilizzato il concetto di “helalleşmek”, ossia la volontà di ammettere i propri errori del passato come la marginalizzazione della parte più religiosa della società, tipica del Partito Popolare Repubblicano. Vi sono sicuramente dei tentativi, tuttavia ritengo che lo stesso Kılıçdaroğlu rappresenti una figura divisiva. 

Una fetta consistente dell’elettorato di Erdoğan è rappresentata dai curdi conservatori. Quali sono le motivazioni dietro questo sostegno apparentemente impensabile?

Questo è un aspetto molto importante che spesso non viene analizzato. La parte conservatrice della società curda ha sempre sostenuto Erdoğan da quando si è presentato con l’AKP nel 2002. Il leader turco non ha una storia politica esplicitamente anti-curda, come invece gli altri partiti turchi nazionalisti. D’altronde, Erdoğan non ha fondato o militato all’interno di un partito ultra-nazionalista, sebbene oggi l’AKP sia alleato in Parlamento con l’MHP. Il presidente turco, tra le altre cose, non ha mai negato l’esistenza dei curdi o della lingua curda. 

Ad esempio con i governi precedenti, quando Erdoğan ricopriva la carica di Primo ministro, è stato aperto un canale della tv pubblica in lingua curda ed è stata permessa l’istruzione in curdo. Erdoğan ha promosso una serie di riforme a favore dei curdi, instaurando anche un processo di pace con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Partîya Karkerén Kurdîstan, PKK), pur condannando le azioni intraprese dal PKK e considerandolo un’organizzazione terroristica. 

La società curda più conservatrice che aderisce ai valori conservatori come quelli propugnati dall’AKP, non ha mai visto in Erdoğan lo spettro dei partiti nazionalisti del passato che hanno sempre negato l’esistenza della popolazione curda. Per questa ragione, Erdoğan ha sempre avuto il loro sostegno. Tra l’altro, molti curdi conservatori non sostengono il PKK e non condannano le offensive militari che il governo turco intraprende contro l’organizzazione.

Dal 2018, il numero dei parlamentari del Partito Democratico dei Popoli (Halkların Demokratik Partisi, HDP) la terza forza politica più rappresentata in Parlamento, si è ridotto e decine di amministratori locali sono stati rimossi dai loro incarichi con l’accusa di propaganda terroristica o sostegno al terrorismo. In questo clima politico, resta pendente il procedimento dinanzi alla Corte costituzionale turca che chiede lo scioglimento dell’HDP e l’interdizione dei suoi 687 membri dalla politica, depositato dalla Procura della Corte di Cassazione il 18 marzo 2021. Lo scorso 21 giugno, il tribunale ha accolto l’imputazione. Tra l’altro, la richiesta di chiudere l’HDP non rappresenta un caso isolato nella storia turca. Nell’eventualità in cui la Costituzione decidesse per la messa al bando dell’HDP, quali saranno le future mosse del partito?

L’HDP è stato recentemente sottoposto a una pressione politica intensificata, con l’AKP che ne ha chiesto la messa al bando per presunti legami con il PKK. In questi giorni, l’HDP ha presentato alla Corte costituzionale la sua difesa contro l’accusa che è stata accettata lo scorso giugno. La Corte costituzionale sta attualmente valutando il dossier. 

Recentemente c’erano state delle dichiarazioni per cui i membri del partito sarebbero confluiti in altri quattro partiti minori o curdi o di sinistra già esistenti per cercare di avere un posto nella politica per elezioni o appuntamenti di questo tipo. Questa è una soluzione che era stata proposta all’interno dell’HDP anche se era appunto un’idea. Se il partito venisse davvero sciolto, le tensioni crescerebbero a dismisura. Il clima politico è già molto teso, dato anche l’arresto del leader del partito, Selahattin Demirtaş, attualmente detenuto in una prigione di massima sicurezza vicino al confine turco-bulgaro dal 2016, con l’accusa di propaganda terroristica a favore del PKK

Dal 2018, sono stati rimossi quasi tutti i sindaci eletti nelle municipalità del sud-est della Turchia, che aveva vinto l’HDP, e che sono stati sostituiti con amministratori fiduciari di nomina governativa per la seconda volta, perché in alcuni casi si era già verificato con le elezioni locali degli anni precedenti. Le più importanti figure del partito sono state arrestate e alcuni sono ancora in carcere, come appunto Demirtaş. 

Il contesto è molto drammatico. La popolazione che sostiene l’HDP ha ottenuto più di 6 milioni di voti alle scorse elezioni e potrebbe fortemente risentirsi di questa decisione. L’altra conseguenza che potrebbe interessare l’AKP ed Erdoğan stesso è che la mossa non venga vista bene da tutta la sua base elettorale. L’AKP è il partito che fin dalla sua fondazione ha promesso che avrebbe cancellato la storia politica precedente del Paese, forgiando una “nuova Turchia” che non avrebbe avuto più nulla a che fare con quella del passato: un periodo storico in cui i militari e lo Stato mettevano al bando i partiti politici. 

Anche tra i suoi elettori potrebbe esserci disappunto o una possibile disaffezione vedendo un’azione del genere. D’altronde, l’HDP è un partito che da quando è sceso in campo ha avuto un crescente successo e una durissima opposizione a tutti i livelli, soprattutto criminale. È doveroso ricordare gli omicidi mirati durante i comizi dell’HDP prima delle elezioni del 2015, l’anno in cui il partito si presentava per la prima volta nella più grande città a maggioranza curda nel sud-est del Paese, Diyarbakır. In quell’occasione due ordigni esplosero tra la folla mentre parlava Selahattin Demirtaş e morirono cinque persone. Il clima è notoriamente teso come dimostrano alcuni avvenimenti recenti. Ad esempio, lo scorso giugno Onur Gencer (un giovane paramilitare che ha preso parte all’occupazione della Siria del nord-est) è entrato in una sede dell’HDP a Smirne e ha ucciso una dipendente del partito, Denyz Poyraz. 

Riguardo alle opposizioni, che fine hanno fatto i movimenti costituitisi a seguito delle manifestazioni di Gezi Park nel 2013? Le proteste di piazza sono ormai un lontano ricordo, ma negli ultimi anni i cittadini hanno dato vita a numerosi “forum aperti”, a Istanbul e nel resto del Paese, dove la popolazione discute elaborando assieme proposte concrete per determinare le scelte politiche a livello sia locale che nazionale. La costituzione di questi “forum” potrebbe portare alla rinascita di un nuovo movimento di opposizione “dal basso”, o non vi sono più le condizioni politiche? 

Credo che ci siano meno manifestazioni di protesta perché la repressione che è stata messa in campo, a partire dal 2013 proprio con Gezi Park, ha raggiunto livelli altissimi. È sempre più difficile manifestare. A volte le manifestazioni non vengono neanche autorizzate e, se permesse, sono duramente represse. Durante le proteste di Gezi, erano nati dei gruppi spontanei che però non sono mai diventati dei movimenti o dei partiti. Vi sono stati numerosi tentativi, ma nessuno di questi è andato realmente in porto

Credo che lo spirito delle rivolte di Gezi Park si possa ritrovare nelle manifestazioni che hanno indetto gli studenti dell’Università Boğaziçi. Questi si sono opposti alla nomina a rettore della prestigiosa Università del Bosforo di un accademico, Melih Bulu, esponente dell’AKP. Sia gli studenti che i professori ne hanno chiesto le dimissioni sin dal primo giorno della sua nomina, avvenuta con decreto presidenziale il primo gennaio 2021. Nonostante una durissima repressione, gli studenti continuano a protestare in modo pacifico e non violento, sia sui social media sia sul campo

Ad oggi, molte proteste sono pacifiche e si esprimono attraverso forme artistiche. Non è scomparsa la volontà di scendere in piazza. Le persone sono consapevoli che farlo li metterebbe di fronte a una violenza con gravi ripercussioni. In questo senso, anche la nascita di nuovi movimenti mi sembra difficile. 

La Turchia si trova di fronte alla preoccupazione di possibili nuovi flussi di profughi provenienti dall’Afghanistan, a seguito della presa del potere del movimento dei talebani lo scorso agosto. Per frenare una nuova ondata, il governo ha deciso di prolungare di 242 km il muro tra la Turchia e l’Iran nella provincia orientale di Iğdır, la cui costruzione era iniziata nel 2017. Quali altre manovre sono state messe in campo dal governo turco? 

Recentemente la Turchia si sta organizzando, perché nonostante Erdoğan abbia sempre favorito una politica dell’accoglienza, ha sottolineato il fatto che il Paese ha bisogno di sostegno e che non può ospitare più migranti. Lo ha dichiarato in un contesto dove, a livello popolare, la percezione dei rifugiati è sempre peggiore. 

La percezione dei migranti da parte della popolazione è molto negativa quest’anno e forse più diffusa, a causa principalmente della crisi economica che sta vivendo il Paese. Il governo ha messo in pratica numerose politiche, una fra queste è come dicevamo prima, la costruzione del muro al confine con l’Iran. Recentemente il ministro degli Interni turco, Süleyman Soylu, si è recato a Teheran in visita all’omologo iraniano. Durante l’incontro, le parti hanno siglato una serie di memorandum d’intesa volti a combattere l’immigrazione clandestina, che in quella zona della Turchia è un fenomeno all’ordine del giorno. 

In un Suo articolo dello scorso agosto, ha parlato delle recenti violenze nei confronti di siriani nel quartiere di Altındağ, in provincia di Ankara. La frustrazione nei confronti della popolazione siriana è ampiamente diffusa nel Paese, ma interessa solo l’ala nazionalista o anche la sinistra progressista?

Ci sono stati degli episodi di violenza non solo ad Ankara, ma anche a Smirne. I siriani costituiscono la maggior parte dei migranti all’interno del Paese. Erdoğan ha dichiarato che quasi ci sono quasi 5 milioni di rifugiati in Turchia. Secondo i numeri ufficiali del Dipartimento della migrazione turco, ci sono oltre 3,7 milioni migranti provenienti dalla Siria e circa 300.000 afghani

Riguardo l’aspetto politico, gli elettori più tolleranti verso i migranti erano quelli dell’AKP e a scendere le altre formazioni politiche. Nel maggior partito di opposizione, il CHP, non vi è un atteggiamento di apertura verso i migranti in generale. C’è sempre una sorta di rispetto nei confronti di queste persone nei discorsi dei leader politici, tuttavia Kılıçdaroğlu, quando oggi parla di possibili vittorie alle prossime elezioni, promette già che rimanderà in Siria tutti i rifugiati

Un sindaco, eletto all’interno del suo partito nella città turca di Bolu, ha messo in campo delle politiche municipali anti-migranti, alzando le tasse per sposarsi e aveva annunciato che avrebbe alzato il costo delle bollette per gli stranieri. 

Nello specifico, il CHP non è un partito che possiamo definire di sinistra progressista, è un partito di centro-sinistra, al cui interno confluiscono diversi orientamenti. 

In più di un’occasione istituzionale, Erdoğan ha affermato che «La Turchia non ha l’obbligo di essere il deposito dell’Europa per i rifugiati». Che rapporti intercorrono tra l’Unione europea e la Turchia oggi?

Tra il 2013 e il 2016 si sono consumate delle rotture sulla questione dei migranti, dei diritti umani e degli standard democratici tra Unione europea e Turchia. Negli ultimi anni, la situazione si è attestata su un rapporto da mantenere con la Turchia da parte dell’UE, sebbene l’obiettivo dell’adesione verso quest’ultima sia ancora definito “strategico” da Ankara. Su questo aspetto, la Turchia punta a ottenere altri risultati. Ad esempio, Ankara vuole ottenere la liberalizzazione dei visti e l’aggiornamento dell’unione doganale con l’UE. Ma quest’ultima continua a dire che questi obiettivi saranno raggiunti solo se ci saranno dei cambiamenti da parte del governo turco sulla legislazione del terrorismo

 L’UE vorrebbe che la Turchia approvasse leggi diverse e più in linea con i suoi standard anche per quanto riguarda la lotta al terrorismo. A questo riguardo, Erdoğan risponde dichiarando che il Paese è «minacciato dal terrore» e che quindi le leggi non verranno modificate. Ad oggi, fra questi due attori c’è l’intenzione di mantenere dei rapporti, ma l’obiettivo dell’adesione è sempre più lontano.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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