Quando il gioco si fa duro e i giocatori troppo piccoli: vulnerabilità climatica e socioeconomica nelle SIDS

Natalie Parham - Unsplash License

di Cecilia Nardi

Mari e oceani occupano circa il 70% della superficie terrestre e sono costellati di isole, isolette e atolli che trovano nell’acqua la loro pgrande risorsa e il motore delle loro attività economiche. 

Negli ultimi decenni, con l’innalzarsi dei livelli del mare a causa del cambiamento climatico, le stesse isole che vedevano nel mare la loro salvezza, si trovano a doversene difendere. Tra le realtà più minacciate vi è quella dei SIDS (Small Island Developing States), dove gli effetti del cambiamento climatico si intrecciano a importanti mutamenti di ordine socio-economico.

Quanto siamo vulnerabili?

L’Intergovernamental Panel for Climate Change (IPCC), principale osservatorio internazionale sull’andamento del cambiamento climatico, ha definito la vulnerabilità climatica come la condizione in cui un sistema – in questo caso la Terra – risulta permanentemente danneggiato qualora non si dimostri in grado di resistere a determinati fattori, come appunto il mutamento delle condizioni climatiche. Sono proprio l’elevata sensibilità alla potenziale fonte del danno e la bassa capacità di adattarsi ai cambiamenti che rendono alcune regioni più vulnerabili di altre. 

Inoltre, chi si occupa di vulnerabilità climatica distingue due tipologie di effetti del cambiamento climatico e, quindi, due diversi gradi di vulnerabilità: gli effetti  a breve termine (sudden onset events), come i  disastri naturali causati da eventi atmosferici, e quelli a lungo termine (slow onset events), come l’aumento delle temperature o l’innalzamento del livello dei mari. Per stabilire quanto una regione sia esposta agli effetti negativi del cambiamento climatico è stato creato il Global Climate Risk Index. Partendo dai più recenti dati a disposizione – dal 1999 al 2018 circa – questa misura dà una fotografia generale della vulnerabilità climatica nel mondo. 

L’ultimo aggiornamento del Global Climate Risk ha messo in evidenza che i Paesi meno sviluppati sono generalmente più vulnerabili di quelli industrializzati. Tuttavia, anche le regioni del mondo più ricche e sviluppate stanno diventando, in maniera del tutto inattesa, sempre più sensibili ai mutamenti climatici. Secondo l’ultimo rapporto del Copernicus Climate Change Service (C3S), istituito dalla Commissione europea, il 2020 è stato l’anno con la temperatura media più alta mai registrata in Europa (almeno 0,4°C sopra la media dei 5 anni più caldi) e, per alcune regioni in particolare, anche con livelli mai accertati di piovosità nella stagione autunnale. 

Inoltre, l’inquinamento atmosferico – nonostante l’imperversare della pandemia da Covid-19 – resta la principale minaccia ambientale per la salute in Europa, dove  causa 400.000 morti premature ogni anno insieme all’inquinamento acustico (12.000 morti premature l’anno) e le ondate di calore dovute al cambiamento climatico.

Un circolo vizioso

Ciò che distingue però i territori sviluppati da quelli in via di sviluppo è la loro capacità di adattarsi, rispondere e, talvolta, addirittura prevenire gli effetti del cambiamento climatico. Infatti, i Paesi in via di sviluppo spesso non riescono a mettere in atto queste strategie a causa delle loro condizioni economiche precarie e della forte presenza di disuguaglianze sociali.

La sovrapposizione tra la vulnerabilità climatica e quella socioeconomica fa sì che proprio coloro che in condizioni ordinarie soffrono la mancanza dei mezzi minimi di sopravvivenza si trovino a sostenere, in maniera sproporzionata rispetto a Paesi più sviluppati, i costi di adattamento ai mutamenti del clima.

Il cerchio si chiude se si pensa che questi Paesi sono anche quelli che riescono a contribuire di meno alle azioni internazionali di mitigazione del cambiamento climatico, che indeboliscono loro malgrado lo sforzo collettivo di prevenzione di quei fenomeni climatici di cui sono il principale bersaglio.

Small Islands Developing States

Con l’acronimo SIDS si definisce un insieme di 58 isole e atolli collocati tra Caraibi, Oceano Pacifico e Atlantico, Oceano Indiano e Mare Cinese Meridionale.

Nonostante le piccole isole siano la casa di solamente l’1% della popolazione mondiale, questi territori sono stati considerati meritevoli di attenzione per le loro caratteristiche ambientali e socioeconomiche fin dalla conferenza ONU di Rio de Janeiro (1992). A causa della loro posizione geografica e della loro scarsità di risorse naturali, essi fanno affidamento sull’oceano come unico canale di comunicazione con il mondo esterno e come principale risorsa economica.

Se da una parte, infatti, la biodiversità delle loro coste è un’attrattiva irresistibile per i turisti, dall’altra – anche a causa della loro collocazione geografica sfavorevole – i costi per le attività di import ed export sono nettamente superiori a quelli sostenuti da altri Paesi con le loro stesse potenzialità economiche. UNWTO (United Nation World Tourism Organization), in questo senso, sottolinea come il numero di turisti internazionali nelle SIDS è aumentato dai 28 milioni del 2000 ai 41 milioni del 2013 e come ciò abbia indotto un aumento delle attività di export, che, in questo stesso periodo, sono passate dai 26 a 53 miliardi di dollari.

Le sfide del cambiamento climatico

Nelle SIDS il cambiamento climatico ha un impatto più che tangibile. Nel 2017, ad esempio, si è registrata la sequenza di cicloni tropicali più devastanti di sempre, che ha interrotto le comunicazioni, le forniture di energia e ha distrutto scuole e ospedali. Gli uragani Harvey, Irma, Maria e Nate hanno provocato danni per più del 225% del PIL in Dominica, mentre i cicloni Pam e Winston hanno sgretolato il PIL delle Fiji di più del 64%, costringendo allo sfollamento oltre 130.000 persone.

Tuttavia, non sono più solo gli uragani a spaventare. L’innalzamento del livello del mare e l’erosione costiera, provocando un sensibile aumento di frequenza delle inondazioni, sono minacce sempre più concrete non solo alla biodiversità della fauna marina e costiera ma anche all’attività dell’uomo. I rischi economici legati al cambiamento climatico per le SIDS sono molto più alti rispetto ad altri Paesi, con una previsione di perdita media annua di PIL tra 0,75% e 6,5% entro il 2030, contro quella mondiale dello 0,5%.

L’impatto negativo del cambiamento climatico interesserà l’economia delle SIDS anche dal punto di vista della perdita di valore di quelle proprietà private e statali che si trovano proprio lungo le coste, quindi esposte maggiormente. Oltre al settore turistico, dal cui indotto dipendono la maggior parte delle economie SIDS, a subire i danni maggiori sarà anche quello agricolo, poiché la capacità di approvvigionamento idrico delle SIDS risulta sempre più compromessa.

Una limitata capacità istituzionale

Sfide come quella dell’innalzamento del livello dei mari o dell’erosione costiera richiedono l’attivazione immediata di importanti misure di adattamento, come l’adozione di politiche per contrastare il calo della produzione agricola, o la ricollocazione di intere comunità da un territorio più esposto a un altro, come già sperimentato nelle isole Solomon. Nel villaggio di Nuatambu, dopo che circa il 50% delle abitazioni è stato spazzato via dall’azione combinata dell’innalzamento del livello del mare e dell’erosione costiera, la maggior parte delle famiglie è stata ricollocata nell’adiacente isola vulcanica di Choiseul, lamentando non pochi disagi economici nel dover ricostruire temporaneamente le proprie abitazioni. 

La capacità istituzionale delle SIDS a livello nazionale, però, non è per nulla in grado di affrontare questo tipo di sfide, anche a causa della scarsità di risorse finanziarie. Per interrompere il circolo vizioso con cui vulnerabilità climatica e socioeconomica si alimentano a vicenda, spesso sono necessari interventi dall’esterno, come quello messo in atto dalle grandi organizzazioni internazionali, con il rischio di aumentare esponenzialmente il grado di dipendenza di questi territori, limitandone la capacità di autodeterminazione.

Insieme alle tradizionali (e pur sempre necessarie) misure di adattamento, organizzazioni come ONU e UNDP stanno proponendo con sempre maggiore frequenza alcuni progetti interregionali per promuovere la cooperazione tra realtà economiche simili e vicine (South-South cooperation). Oltre a fronteggiare il cambiamento climatico, è necessario che questi interventi siano altrettanto efficaci nel combattere le profonde condizioni socioeconomiche che rendono le SIDS e tanti altri Paesi ancora troppo vulnerabili.

 

Fonti e approfondimenti

Albert, Simon, et al. 2016. “Interactions between sea-level rise and wave exposure on reef island dynamics in the Solomon Islands“. Environmental Research Letters.

Copernicus Climate Change Service. 2021. European State of the Climate 2020.

Eckstein, David, et al. 2019. Global climate risk index 2020.

EEA. 2020. Healthy environment, healthy lives: how the environment influences health and well-being in Europe.

Thomas, Adelle, et al. 2020. Climate change and small island developing states. Annual Review of Environment and Resources. 1-27.

UNDP. 2010. Responding to Climate Change in Small Island Developing States.

UN-OHRLLS. 2020. Small Island Developing States National Focal Points Network.

UNTWO. 2020. Tourism in Small Island Developing States (SIDS).

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

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