Il ritorno dell’inflazione in Europa e negli USA

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di Antonio De Salvo

Dopo anni di inflazione pressoché nulla o addirittura negativa – definita deflazione -, la recente risalita dei prezzi, con tassi di inflazione che non si vedevano da decenni, ha ridestato le preoccupazioni di banchieri centrali ed economisti rispetto a un mostro sopito da tempo.

I costi dell’inflazione

L’inflazione viene definita come un aumento continuo del livello generale dei prezzi e rappresenta una delle principali patologie del sistema economico, se non viene contenuta in livelli considerati “desiderabili”, – la BCE ad esempio considera il 2% nel medio termine. Per misurare l’inflazione, istituti statistici come l’Istat fanno riferimento a diversi indici, tra cui: l’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), l’indice dei prezzi al consumo di famiglie e operai (FOI) e, a livello europeo, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (HICP), usato da Eurostat.

Benché l’inflazione sia generalmente abbinata a momenti di crescita economica, gran parte degli economisti concordano sugli effetti nocivi provocati da un aumento incontrollato dei prezzi sull’economia.

Le ragioni per temere l’inflazione sono molteplici. In primo luogo, un aumento generalizzato e costante dei prezzi impedisce alla moneta di assolvere le sue tre funzioni tradizionali. L’aumento dei prezzi rende difficoltoso valutare i prezzi relativi di beni e servizi, intaccando la tradizionale funzione di unità di conto svolta dalla moneta. Inoltre, l’inflazione riduce il valore reale di una valuta, compromettendone il compito di riserva di valore. Infine, l’inflazione tradisce la ragione principale della moneta, ovvero quella di fungere da mezzo di scambio

Tra i costi che l’inflazione comporta, bisogna poi includere l’aumento dell’incertezza degli operatori economici. Come è noto, nelle loro considerazioni economiche, gli individui tendono a privilegiare le grandezze nominali rispetto a quelle reali. Di conseguenza, l’inflazione, alimentando l’instabilità delle grandezze nominali di un’economia, può spingere famiglie e imprese verso scelte irrazionali. Un esempio, in tal senso, è il fenomeno dell’illusione monetaria. Supponiamo che un rinnovo contrattuale comporti un aumento del salario dei lavoratori di un’impresa: se l’aumento dei prezzi a fine mese si rivela maggiore dell’aumento salariale, i lavoratori, sebbene convinti di avere aumentato il proprio potere d’acquisto, vedranno quest’ultimo ridursi.

Un altro esempio di distorsione fiscale provocata dall’inflazione è il fenomeno del fiscal drag (drenaggio fiscale), vale a dire la traslazione dei redditi nominali verso scaglioni di reddito più alti, e quindi maggiormente tassati. Più in generale, l’inflazione minaccia la stabilità finanziaria di un Paese e del sistema economico internazionale.

Inflazione e politiche fiscali in Europa e negli Stati Uniti

Come già accennato, dopo anni di bassa inflazione, la pandemia di Covid-19 ha recentemente contribuito alla risalita dei prezzi. Tra i Paesi dell’Eurozona, l’Indice armonizzato dei prezzi al consumo utilizzato dall’Eurostat ha registrato, a marzo 2022, un tasso d’inflazione del 7,5%, mentre negli Stati Uniti, l’Indice dei prezzi al consumo ha rilevato, nello stesso periodo, un tasso dell’8,5%. In entrambi i casi,  si tratta di aumenti dei prezzi che non si vedevano dagli anni Ottanta.

L’attuale dinamica è dovuta a una serie di forze concorrenti che è tuttavia possibile ricondurre a due principali direttrici. La prima componente dell’inflazione è da imputare agli effetti che la pandemia di Covid-19 ha avuto sul lato dell’offerta. Dall’automotive, all’elettronica, passando per l’edilizia, la chiusura di impianti produttivi su scala globale ha inceppato le catene del valore – ovvero i processi del ciclo produttivo – provocando carenza di beni intermedi, come i semiconduttori. Questi colli di bottiglia, rallentando la produzione di diversi settori industriali, hanno impedito all’offerta di incontrare la domanda e si sono riflessi in un aumento generale dei prezzi. Sempre sul lato dell’offerta, l’altro elemento da considerare è il forte rimbalzo dei prezzi dell’energia, e del gas in particolare, che costituiscono una delle voci più significative dell’attuale inflazione. 

La seconda leva che sta spingendo in alto i prezzi è l’aumento della domanda di beni e servizi. Le politiche fiscali espansive attuate dai governi a sostegno di famiglie e imprese messe in difficoltà dal Covid-19, declinate tramite crediti d’imposta, bonus e altre forme di trasferimenti, hanno fortemente stimolato i consumi. Il calibro di questi interventi è risultato pressoché ovunque estremamente significativo, superando spesso il 10% del PIL. 

Negli Stati Uniti, ad esempio, l’amministrazione Trump, prima, e quella Biden, poi, hanno fornito aiuti ai cittadini e alle imprese americane per oltre 5 trilioni di dollari. Tali aiuti, sommati alle restrizioni imposte dalla pandemia, hanno contribuito a creare un doppio meccanismo. Da un lato, milioni di cittadini, costretti a casa, non potendo andare per negozi a spendere i loro guadagni, hanno accumulato maggiori risparmi. Dall’altro lato, lo Stato, tramite bonus o accrediti diretti ai cittadini, ha ulteriormente aumentato il “reddito disponibile” dei consumatori. Così, quando i contagi si sono lentamente placati e i negozi hanno progressivamente riaperto, i consumatori si sono ritrovati in mano i soldi risparmiati durante i lockdown e quelli ricevuti dallo Stato. Le imprese invece avevano perso il passo, a causa dei colli di bottiglia sparsi lungo le catene di produzione. Per questo, all’aumento repentino della domanda non è seguita un’offerta adeguata. Questo divario, per la legge della domanda e dell’offerta, si è tradotto in un aumento dei prezzi.

Banche centrali e controllo dell’inflazione

Le banche centrali sono tradizionalmente le autorità di politica economica deputate al controllo dei prezzi. Sebbene il loro principale obiettivo sia il controllo dell’inflazione, l’enfasi posta sul tema varia a seconda della tradizione. La Banca Centrale Europea (Bce) è una delle più conservatrici sotto questo profilo: il mantenimento della stabilità dei prezzi, sancito nel suo statuto, è l’obiettivo primario del suo mandato. Anche la Federal Reserve (Fed) punta a mantenere l’inflazione al 2%, ma nel suo statuto, tra gli obiettivi, viene menzionato anche il massimo impiego.

Ma quali sono gli strumenti a disposizione delle banche centrali per combattere l’inflazione? 

In situazioni come quella attuale, quando un’economia “surriscaldata” rischia di produrre un’inflazione fuori controllo, la principale strategia adottata dalle banche centrali per contenere i prezzi è quella di realizzare una politica monetaria restrittiva. In genere, esse aumentano i tassi d’interesse sulle operazioni di rifinanziamento principale e marginale, ovvero i tassi applicati ai prestiti offerti alle banche private con scadenza settimanale e giornaliera. Questo aumento si traduce in un maggiore costo del credito per le banche e quindi per famiglie e imprese: se i prestiti diventano più costosi, diventerà più complicato ottenere un finanziamento per comprare l’auto nuova o i mobili e, soprattutto, per fare nuovi investimenti. Al tempo stesso, tassi di interesse più alti rendono i titoli obbligazionari più redditizi, scoraggiando i consumi a favore dell’acquisto di bond. Tutto ciò, rallentando l’economia, frena la domanda e contiene l’aumento dei prezzi. Tuttavia, anche se le banche riescono a centrare questo obiettivo, i rischi per il sistema economico non sono finiti…

In prima battuta, un aumento dei tassi d’interesse, in questa fase, potrebbe compromettere la ripresa economica, provocando una nuova recessione. A sua volta, un calo della produzione spinge le imprese a licenziare, aggravando così la situazione del mercato del lavoro.

Inoltre, l’aumento dei tassi di interesse minaccia la sostenibilità dei debiti accumulati dagli Stati. Difatti, per finanziare le politiche fiscali messe in atto per fronteggiare la crisi scaturita dalla pandemia, i governi si sono fortemente indebitati. All’interno dell’Eurozona, con la sospensione delle regole previste dal Patto di Stabilità e Crescita, i tassi di deficit sono lievitati, peggiorando le condizioni delle finanze pubbliche di molti Paesi. In Italia, ad esempio, il debito pubblico ha superato il 150% del PIL. L’inflazione, spingendo le banche centrali ad aumentare i tassi di interesse, aumenta il costo di finanziamento del debito e rende più difficoltoso per uno Stato ripagare i propri creditori, esponendolo a possibili attacchi speculativi e quindi al rischio di default.

Previsioni future

Dopo le politiche monetarie espansive poste in essere dallo scoppio della pandemia, con l’abbassamento dei tassi d’interesse, accompagnato dall’acquisto di titoli obbligazionari di Stati e imprese, le banche centrali stanno iniziando a valutare un cambio di rotta. Benché generalmente la Fed e la Bce tendano ad allineare le proprie politiche monetarie, le scelte delle due banche centrali potrebbero non essere le stesse.

La situazione statunitense sembra diversa da quella europea. Negli Stati Uniti l’ammontare degli aiuti è stato di gran lunga più significativo, così come i tassi d’inflazione sono oggi più alti di quelli europei. Mentre la Bce potrebbe non alzare i tassi d’interesse per tutto il 2022, la Fed ha già mutato la sua politica monetaria decidendo, durante il Federal Open Market Meeting di marzo, il primo aumento dei tassi d’interesse dal 2018. 

Se il cambio di rotta della politica monetaria della Fed era già stato annunciato, l’orientamento della Bce potrebbe subire il colpo della guerra in Ucraina.

Fino alla vigilia del conflitto, secondo le previsioni del Consiglio Direttivo della Bce, l’attuale inflazione, definita temporanea, era destinata a persistere durante tutto il 2022, per poi scendere repentinamente tornando a valori inferiori al 2% nel 2023 e nel 2024. L’aumento dei prezzi si sarebbe placato una volta eliminati gli attuali colli di bottiglia e con la diminuzione dei prezzi dell’energia. Date queste previsioni, quindi, la Bce sembrava intenzionata a mantenere una politica monetaria morbida, in modo da non frenare la ripresa europea. 

Ma la guerra in Ucraina ha costretto la Bce a cambiare i suoi piani. Il persistente aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime scaturito dal conflitto rischia di rendere duratura l’inflazione. Le sanzioni imposte alla Russia possono inoltre compromettere ulteriormente le catene del valore già colpite dal Covid-19. Complessivamente, la guerra e l’incertezza che questa produce hanno complicato il quadro macroeconomico europeo, alimentando le aspettative di una più alta inflazione e una crescita più timida. 

Durante l’incontro del Consiglio Direttivo della Bce di marzo, Christine Lagarde ha annunciato la progressiva riduzione del programma di acquisto di titoli obbligazionari (APP), fino alla sua possibile estinzione nel terzo trimestre del 2022. La governatrice della Bce ha altresì annunciato che un eventuale aumento dei tassi d’interesse avverrà solo dopo la fine del programma e in maniera graduale. 

In conclusione, l’inflazione che l’economia statunitense ed europea stanno sperimentando è figlia della pandemia e delle cure messe in atto per contrastare la recessione provocata dal Covid-19. Se la Fed ha già inaugurato l’inizio di una stretta monetaria, la Bce potrebbe presto seguirla per contenere gli effetti inflattivi del conflitto in Ucraina. 

 

Fonti e approfondimenti

European Central Bank, “Macroeconomic Projections“.

European Central Bank, “Combined monetary policy decisions and statement“, 03/02/2022.

European Central Bank, “Combined monetary policy decisions and statement, 10/03/2022.

Federal Reserve System, “ Federal Reserve issues FOMC statement“,  26/01/2022.

Federal Reserve System, “Federeal Reserve issues FOMC statement“, 16/03/2022. 

Mallaby, Sebastian, “The Age of Magic Money“, Foreign Affairs, luglio/agosto 2020. 

The Economist, “Will Joe Biden’s fiscal stimulus overheat the American economy?“, 19/01/2022.

The Economist, “American inflation: global phenomenon or homegrown headache?“, 25/11/2021.

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

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