Refurtiva culturale: il traffico illeciti di manufatti latinoamericani

@Marsupium - Wikimedia Commons CC 1.0 Public Domain

Nei primi mesi del 2022, l’attivista messicano Xokonoschtletl Gómora ha voluto attirare l’attenzione sull’urgenza di riportare in Messico il Penacho de Moctezuma, un prezioso reperto azteco conservato nel museo etnografico di Vienna.

Per raggiungere l’obiettivo, Gómora ha introdotto nel museo delle audioguide manipolate, in cui raccontava la storia del Penacho dalla prospettiva del popolo azteca. «Per noi discendenti degli aztechi questa corona conserva la forza, il potere e la saggezza del sovrano Moctezuma. Per questo lo vogliamo indietro» ha spiegato «Devo dimostrare che si può fare e ottenere dignità e orgoglio per il mio popolo, ma soprattutto giustizia».

L’iniziativa di Gómora si inserisce nel recente dibattito sulla necessità di restituire ai Paesi d’origine le opere d’arte trafugate dalle grandi potenze occidentali. 

Un discorso che in America latina è particolarmente delicato, perché il problema del saccheggio di opere d’arte e reperti archeologici e della loro restituzione non appartiene al passato, ma è un tema con cui la regione si confronta nell’attualità.

L’Interpol stima che siano almeno 4.907.000 i beni culturali rubati nella regione per essere venduti illecitamente.

Questa cifra comprende opere di varie epoche e correnti artistiche: dalla cosiddetta “arte precolombiana” (termine ombrello che identifica tanto reperti archeologici, quanto opere d’arte prodotte dalle popolazioni originarie), a pezzi d’arte di epoca coloniale, fino a includere opere create dalle comunità afrodiscendenti, con influenze dell’arte africana.

Le origini del traffico illecito

Secondo Donna Yates, professoressa associata nel dipartimento di diritto penale e criminologia presso l’università di Maastricht, i primi episodi documentati di contrabbando di beni culturali in America latina risalgono a inizio Novecento e riguardano reperti archeologici. Questi oggetti antichi, trafugati dai siti d’origine, venivano venduti nei mercati locali e in alcuni casi erano acquistati da diplomatici o imprenditori stranieri.

Per contrastare il fenomeno, nella prima metà del Novecento Bolivia, Perù, El Salvador e Guatemala adottarono normative a tutela dei beni culturali. Stabilirono che lo Stato fosse il proprietario dei reperti archeologici rinvenuti nel suo territorio e che il trasferimento di questi oltre i confini nazionali dovesse essere vincolato al rilascio di appositi permessi. 

Queste leggi, pur non avendo fermato il traffico illecito di beni culturali, hanno un valore importante. Yates, infatti, sottolinea che il mercato dei reperti antichi si è ingrandito e consolidato a livello internazionale solo dopo l’entrata in vigore del divieto di esportazione dei reperti. 

Tutti i successivi trasferimenti di reperti precolombiani, quindi, vanno considerati con sospetto. Si può presumere infatti che ciascun bene, soprattutto se portato fuori dal Paese d’origine senza che esso abbia rilasciato i permessi previsti, sia stato esportato in modo illecito. 

Questo, secondo Yates, getta un’ombra sulla legittimità della provenienza della maggioranza dei reperti precolombiani conservati in musei e collezioni di tutto il mondo.

Il percorso delle opere rubate

Il traffico illecito di beni culturali, il terzo al mondo per dimensioni dopo quello di armi e droga, si colloca in una zona grigia: il percorso delle opere rubate inizia in un contesto criminale, per poi concludersi in musei o case d’asta, ambienti frequentati da soggetti prestigiosi e con una reputazione impeccabile.

Sempre Yates, nei suoi studi, ha proposto una dettagliata ricostruzione delle tappe di questo particolare viaggio.

Punto di partenza sono i siti archeologici in cui i reperti vengono rinvenuti o i luoghi in cui le opere d’arte sono conservate (ad esempio chiese locali), dai quali i beni vengono sottratti da gruppi di tombaroli o da membri della popolazione locale.

Jeff Morgan, fondatore dell’organizzazione Global Heritage Fund, ha evidenziato che spesso le comunità rurali non vengono sensibilizzate sul valore culturale e storico del patrimonio artistico nazionale e non partecipano dei profitti del turismo, motivi che non favoriscono, nel loro sistema di valori, la tutela dei beni culturali. 

Le opere trafugate vengono poi vendute a un in-country-intermediary (intermediario interno), un individuo con esperienza del settore del commercio illecito di opere d’arte, che si occupa del loro trasferimento fuori dal Paese d’origine, corrompendo le autorità doganali e le forze dell’ordine. 

Nella fase finale, i beni rubati arrivano a un soggetto denominato out-of-country-intermediary (intermediario esterno). Egli è il responsabile della vendita delle opere trafugate, delle quali deve occultare la provenienza illecita, procurando documentazione falsa che giustifichi la loro presenza fuori dal Paese d’origine. 

È un’operazione essenziale, poiché la destinazione finale dei beni rubati è essere esposti al pubblico in un museo o una collezione privata.

Punti di forza del mercato illecito

Il proliferare del mercato illecito di opere d’arte è favorito da alcuni fattori.

L’instabilità della regione, dovuta ai fenomeni di corruzione, narcotraffico e deforestazione illegale, determina forti difficoltà nel garantire il controllo del territorio necessario a contrastare efficacemente il contrabbando. 

Il coinvolgimento di una pluralità di individui in ogni fase del traffico di opere d’arte, inoltre, ostacola l’identificazione e la sanzione dei responsabili.

Più in generale, viene denunciato il generale disinteresse della comunità accademica per il tema e la cronica carenza di fondi dei dipartimenti specializzati della polizia.

Con riferimento a queste criticità, il giornalista David Hidalgo ha affermato che «in America Latina è più facile arrestare un narcotrafficante che un presunto trafficante d’arte».

A ciò si aggiunge l’elevata domanda di beni precolombiani da parte del mercato delle opere d’arte. Secondo l’archeologo Riccardo Elia, «i collezionisti sono i veri saccheggiatori», per la mancanza di sensibilità, da parte di acquirenti ed estimatori di opere d’arte, verso le modalità problematiche con cui queste vengono messe a loro disposizione. 

Lo storico e archeologo Daniel Salinas Córdova critica, in particolare, le case d’asta, responsabili della commercializzazione di beni precolombiani, che «promuove la… privatizzazione del patrimonio culturale, e impedisce lo studio, il godimento e la diffusione di informazioni sulle opere».

Anche gli enti preposti al monitoraggio internazionale dimostrano una scarsa attenzione per le opere d’arte e dei reperti sudamericani. Pochi di questi, infatti, sono presenti negli elenchi internazionali di opere d’arte rubate compilati dall’Interpol o nella International Council Of Museums Red List (ICOM Red List).

L’esempio messicano

Negli ultimi anni, la politica e la diplomazia hanno iniziato a impegnarsi per recuperare il patrimonio culturale rubato. Ne è un esempio il Messico.

Dal 2018, anno di inizio del mandato del presidente Andrés Manuel López Obrador, il Paese ha ottenuto la restituzione di circa 5.800 reperti

Il raggiungimento di questo obiettivo è stato possibile grazie alla cooperazione tra Stati, disciplinata dalla Convenzione UNESCO del 1972, ma anche ai numerosi reclami presentati dalla ministra della Cultura, Alejandra Frausto Guerrero, in occasione di aste organizzate a Roma, New York, Monaco e Parigi.

Di fronte a un reclamo, le case d’asta cercano di sostenere la legittimità della provenienza dei pezzi presenti nei loro cataloghi e impongono agli stati reclamanti di provare che i beni sono stati trafugati illecitamente. Questa resistenza non stupisce, considerando che, secondo le stime di Sotheby’s, i manufatti di provenienza latinoamericana garantiscono un giro d’affari pari a quarantacinque milioni di dollari.

Pur non riuscendo sempre a impedire le vendite di manufatti artistici, i reclami ottengono comunque il risultato di generare cattiva pubblicità per le aste di opere d’arte.

A novembre 2021, ad esempio, la casa d’aste Christie’s ha ricevuto una comunicazione ufficiale con la quale i rappresentanti di alcuni Paesi centroamericani, tra cui il Messico, chiedevano di cancellare un’asta di reperti precolombiani e Taino. Il messaggio esprimeva «preoccupazione per la commercializzazione dei beni culturali…la devastazione della storia e dell’identità delle popolazioni colpite dal traffico illecito». 

Dopo che il comunicato è stato reso pubblico, si è tenuta una manifestazione di piazza ed una petizione per bloccare la vendita ha raggiunto 57.691 firme

L’asta si è tenuta ugualmente, ma circa un terzo dei pezzi è rimasto invenduto.

Questo episodio mostra come la sensibilizzazione del pubblico dei potenziali acquirenti a non acquistare beni di dubbia provenienza sia un ulteriore strumento per ostacolare il traffico internazionale di opere d’arte. 

Il progetto Memoria Robada

Per contrastare la scarsa attenzione dedicata al contrabbando di opere latinoamericane e sensibilizzare nei confronti del tema del traffico di opere d’arte in America latina, nel 2016 la testata giornalistica peruviana OjoPúblico ha lanciato, in collaborazione con i media Plaza Pública, La Nación, Animal Político e Chequeado, il progetto Memoria Robada.

Esso raccoglie un ciclo di inchieste sul traffico illecito di reperti centro e sudamericani, realizzate in collaborazione con giornalisti provenienti da Perù, Costa Rica, Guatemala, Messico e Argentina. Attraverso queste si intende presentare il fenomeno dal punto di vista di Paesi diversi perché, secondo David Hidalgo, direttore di OjoPúblico, «Il traffico di beni culturali può essere compreso solo attraverso una prospettiva globale» .

Oltre a questo, il progetto comprende un database diretto a censire tutti i reperti rubati in America latina, nel quale sono già stati registrati oltre due milioni di pezzi. Qualsiasi utente può aggiungere informazioni all’elenco, che è tenuto in lingua spagnola. Questo elemento è fondamentale, perché la maggior parte degli enti dediti al contrasto del contrabbando di opere d’arte usa come lingua veicolare l’inglese, mantenendo una barriera linguistica che ostacola la circolazione di notizie nei Paesi di lingua spagnola.

Questa iniziativa di raccolta e diffusione di dati è pioniera nel suo genere proprio per essere partita “dal basso”, ciononostante dovrà essere seguita da azioni concrete, per contrastare veramente un fenomeno tanto radicato e sofisticato.

 

Fonti e approfondimenti

AFP e Simon Cherner, L’Allemagne restitue une collection d’antiquités précolombiennes au Mexique et au Guatemala, Le Figaro, 08 novembre 2021 

Amah-Rose Abrams, Mexico Is Ramping Up Its Efforts to Repatriate Its Lost Pre-Columbian Heritage—Spelling Trouble for the Market and Museums, Artnet news, 07 febbraio 2022

Costanza Lambertucci, Confusión en el Museo Etnográfico de Viena: así se infiltraron audioguías con la otra historia del Penacho de Moctezuma, El País, 03 marzo 2022

David Hidalgo, Las historias ocultas del saqueo cultural de América Latina, Memoria Robada – OjoPúblico

Donna Yates,Illicit Cultural Property from Latin America: Looting, Trafficking, and Sale, in F. Desmarais ed. Countering Illicit Traffic in Cultural Goods: The Global Challenge of Protecting the World’s Heritage (Paris: ICOM), 2015

Donna Yates, Investigating Antiquities Trafficking, Global Investigative Journalism Network, 20 settembre 2021

Infobae, Con AMLO, México ha recuperado 5 mil 744 piezas arqueológicas del extranjero, 15 gennaio 2022

John F. Scott, Latin American art, Encyclopedia Britannica, 29 agosto 2018

OjoPúblico, Memoria Robada 

Paola Nalvarte, Latin America: Tracking Illegal Trade in Artifacts, Global Investigative Journalism Network, 04 novembre 2016

Simon Cherner e AFP, Chemin de croix pour la restitution du patrimoine mésoaméricain, Le Figaro, 23 dicembre 2021 

Trafficking Culture, https://traffickingculture.org/

 

Editing a cura di Elena Noventa

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