Dark Money e finanziamenti nel sistema partitico australiano

Finanziamenti ai partiti in Australia
@G20 Argentina - Wikimedia Commons - CC BY 2.0

È famosa la citazione di Mark Twain, che alla domanda di un giornalista sulla sua soddisfazione verso il governo americano affermò “Abbiamo il governo migliore, che il denaro può comprare”.

Il tema dei finanziamenti ai partiti da parte dei privati è da sempre centrale nella valutazione del grado di benessere e di funzionamento di un sistema democratico.

Da una parte vi è chi sostiene che contenere eccessivamente le donazioni dei privati, intesi come singoli o come organizzazioni, rappresenti in molti casi una limitazione eccessiva di attori che, essendo parte integrante della società, devono poter favorire la causa che preferiscono. Proprio questo argomento è stato spesso usato davanti alle Corti Supreme di tutto il mondo, per affossare leggi volte a limitare i finanziamenti privati alla politica.

Dall’altra parte vi sono coloro che sostengono che il finanziamento dei privati sia in realtà una forma, legalizzata, di corruzione. Volta non tanto a favorire una determinata parte politica, quanto a garantirsene i favori: per avere accesso alle stanze del potere, ai documenti riservati e, magari, anche potere di influenza sulle decisioni dei politici.

L’Australia è uno dei Paesi in cui è più chiaro questo vulnus. La regolamentazione rispetto al tema dei finanziamenti è piuttosto indulgente, tanto da portare negli anni a numerosi scandali, testimoniati anche dai diretti interessati. Come ha affermato nel 2016 uno dei principali donatori delle passate campagne, Luca Belgiorno Nettis, direttore della Transfield Holdings: “Doni per ricevere qualcosa in cambio”.

La regolamentazione dei finanziamenti privati in Australia

L’evoluzione della normativa in materia ha alternato momenti di maggiore sensibilità a momenti di minore attenzione, culminando nell’attuale assenza di regolamentazioni de facto.

A partire dal 1983, si sono susseguite numerose iniziative con l’obiettivo di legiferare in quest’ambito. La prima in tal senso è stata la composizione di un comitato elettorale indipendente che valutasse i finanziamenti, con l’obbligo di non divulgazione della fonte per cifre superiori a una determinata soglia. Proprio su questo aspetto si sono aperte le battaglie politiche più accese.

Infatti, se la cifra era stata decisa in modo da far emergere i grandi donatori, la soglia è stata progressivamente portata sempre più in basso, sotto la spinta in particolare dei governi conservatori. Finché, negli ultimi anni, si è tornati alla somma di 14.300 dollari australiani. 

In primo luogo, la strategia è stata quella di perdere le grandi donazioni nel mucchio, magari organizzando pacchetti di donazioni multiple, per poi rialzare la cifra in modo da creare un tale caos regolamentare da mettere in difficoltà qualsiasi database e trend storico. Un’attività di regolamentazione messa ancora più in crisi dalle narrazioni costruite su di essa e dai sistemi per nascondere i nomi dietro le donazioni, attraverso interminabili passaggi e inutili organismi.

La narrativa dello straniero

Un esempio chiaro del tentativo di favorire una nebbia informativa intorno a questo tema è la campagna che negli ultimi 3 anni ha alimentato la paura dei finanziamenti esteri.

A partire da alcune affermazioni da parte dei membri del governo conservatore, è iniziato un bombardamento mediatico relativo al timore che alcuni politici potessero ricevere dei fondi da Paesi nemici, con chiaro riferimento alla minaccia cinese.

Un sospetto che ha riempito le pagine dei i giornali e sparso il dubbio che, soprattutto tra le file dell’opposizione laburista, si potessero annidare dei politici al soldo della Repubblica popolare, che rappresenta uno dei principali nemici strategici di Canberra. Tanto da arrivare nel 2020 a sancire il divieto di donazioni da Paesi stranieri, con tanto di annuncio in pompa magna del Primo ministro Morrison.

Gli attori e i major donors

Mentre ci si impegnava a combattere i flussi di denaro inesistenti che dall’estero comprerebbero i politici australiani, il vero problema era in realtà in casa. Uno studio del Centre for Public Integrity, rilasciato nel 2021, ha registrato che il 25% delle donazioni fatte ai partiti dal 1999 è venuto da soli 5 donatori, con il 35% dei contributi – circa 1 miliardo di dollari americani – che proviene invece da fonti non rintracciabili, perché sotto il requisito di disclosure precedentemente citato.

Quali sono i cinque principali donatori? Al primo posto vi è Clive Palmer’s Mineralogy, la più grande azienda australiana di estrazione di minerali e risorse dal sottosuolo, che ha donato più 100 milioni di dollari, in particolare nelle elezioni del 2019; alla luce della proposta, avanzata dal Labour, di regolamentare il settore estrattivo, fatto poi chiaramente non avvenuto sotto il governo Morrison.

Al secondo posto si attesta la Cormack Foundation – un ente conservatore volto a riunire sotto un unico nome compagini reazionarie differenti – che nel tempo ha registrato 60 milioni di finanziamenti, in larga parte destinati ai Liberali, ma anche ad altri partiti di destra, come quelli pro-life. Al terzo e quarto posto si trovano invece le fondazioni di finanziamento dei laburisti, entità che mettono assieme i grandi sindacati e le aziende storicamente alleate del partito., Nell’ultima posizione si posiziona l’associazione degli imprenditori australiani.

Alla luce di questi dati è possibile capire come nel tempo siano cambiati gli attori del finanziamento ai partiti e le modalità utilizzate. Come descrivono Ratcliff e Halpin nel loro lavoro sull’opacità del sistema di contribuzione australiano, è chiaro che la tendenza va verso il modello statunitense, con la creazione di un infinito numero di corpi intermedi che hanno l’obiettivo di far  perdere le tracce del flusso dei soldi.

È questa infatti la finalità di fondazioni altrimenti inutili: raccogliere donazioni e creare lungaggini nella ricezione di documenti e spiegazioni, scoraggiando il cittadino medio dal capire da dove provengano i fondi e rendendo impossibile un tracciamento completo. Una strategia usata anche nello spostamento di denaro, al punto che molti studi su questo tema non riescono neanche a mettersi d’accordo su quali movimenti debbano essere presi in considerazione. Esistono infatti  le donazioni, i prestiti, i corrispettivi, false e vere fatturazioni e infiniti altri metodi, che i finanziatori australiani utilizzano per garantire le entrate ai partiti.

Donazioni ai partiti: un problema ideologico?

Interessante la prospettiva assunta dagli studi che cercano di tracciare i finanziamenti su base ideologica, come ha tentato di fare McMenanim, il quale ha indagato se le donazioni fossero frutto di visioni conservatrici o progressiste delle aziende o fossero invece mere formule per la creazione di rapporti futuri con il politico di turno. Si è dimostrato che le aziende hanno una preferenza verso il centro-destra, il quale è da sempre più attento alle loro esigenze, ma nessun dato è risultato statisticamente rilevante. Infatti, tutto dipende dalla situazione politica del momento.

Per esempio, nel 2013, quando il partito laburista era in carica, le donazioni delle stesse aziende che prima avevano finanziato il centro-destra furono direzionate su Kevin Rudd, allora Primo ministro. Questo dimostra ulteriormente come il sistema australiano sia inficiato nel profondo dai proprio donatori, con conseguenze dirette sui politici che siedono in parlamento e sulle politiche promulgate da Canberra.

Esempi lampanti sono la sostituzione di McCormack da leader del National Party nel 2021, per via delle sue posizioni moderate  sull’utilizzo del carbone, ma anche le ostinate scelte di Scott Morrison in campo ambientale, che rimangono inflessibili nonostante tutto; anche davanti alle forti pressioni provenienti dall’amministrazione Biden, che passano comunque in secondo piano rispetto alla volontà dei suoi finanziatori.

Il voto di sabato 21 maggio si avvicina, ma dovremo ancora aspettare a lungo prima di capire quali sono stati i finanziatori principali di queste elezioni. Infatti, se i singoli Stati australiani hanno regolamentazioni più stringenti in quanto a trasparenza dei finanziamenti, il governo federale resta più che fumoso a riguardo, fornendo dati anche ad anni di distanza, impedendo nei fatti ai cittadini di capire da dove arrivano i fondi ai partiti ed eliminando, dunque, dalla campagna elettorale il tema. 

Così, il sospetto che in Australia abbia ragione Mark Twain resta. 



Fonti e approfondimenti

Center for Public Integrity. 2022. Money in politics.

Knaus, Christopher, “Australia’s weak donation laws allowed $1bn in dark money to go to political parties over two decades”, The Guardian, 31/01/2021.

Knaus, Christopher, “More than $100m donated to political parties from hidden sources in election year”, The Guardian, 11/02/2021.

McMenamin, Iain. 2008. Business, Politics and Money in Australia: Testing Economic, Political and Ideological Explanations. Australian Journal of Political Science, 43 (3): 377–393.

Ratcliff, Shaun & Halpin, Darren. 2021. Dark money and opaque politics: making sense of contributions to Australian political parties. Australian Journal of Political Science.

 

Editing a cura di Emanuele Monterotti

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