Durante la Guerra Fredda anche l’arte è stata spesso fonte di tensioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Attori, registi, sceneggiatori come Charlie Chaplin, Orson Welles, Dalton Trumbo ad esempio, furono messi sulla lista nera dagli Stati Uniti per legami con il comunismo. La danza ha costituito un’eccezione in questo senso: danzatori e coreografi ebbero spesso l’incarico, dai loro stessi governi, di esibirsi anche in territorio nemico.
Sebbene la danza, tra le arti, non sia tipicamente associata alla diplomazia, il suo utilizzo come strumento diplomatico ha una lunga storia, tutt’altro che originale nel contesto della Guerra Fredda. A partire dal XVII secolo infatti, il balletto classico costituì un riflesso del potere, ma anche un modo per contestarlo indirettamente. Un esempio in questo senso è il can can, balletto tipico francese caratteristico durante la Belle époque (1871-1914), in cui le figure rappresentate durante le coreografie costituivano una critica e una presa in giro delle figure allora al potere: politici repubblicani o monarchici, clero e militari.
Nel periodo della Guerra Fredda, la danza classica dei teatri d’opera cristallizzò le tensioni e divenne un tema di diplomazia culturale su larga scala. Il motivo era semplice: non c’era bisogno della conoscenza di un’altra lingua per capire la danza. Questa appariva infatti come uno spettacolo dal vivo che non necessitava di traduzione, quasi come una forma d’arte “internazionale”. Anche se le spese delle tournée erano molto elevate, dato che bisognava trasportare decine di ballerini, scenografie, costumi e tecnici, la conquista del pubblico era quasi garantita e i biglietti per gli spettacoli terminavano molto rapidamente. Il costo di questi scambi inoltre fu minimo se paragonato alle spese per la difesa e l’intelligence sostenute da URSS e Stati Uniti nello stesso periodo.
La danza nelle due superpotenze
La danza nei due Paesi si era sviluppata in modo del tutto diverso e durante gli anni della Guerra Fredda venne a crearsi uno scontro tra due stili: uno statunitense, neoclassico e moderno, basato sull’idea di un “mondo libero” da promuovere. L’altro, quello sovietico invece, teso a privilegiare una visione tradizionale, basata sull’enfasi di un corpo virile, in linea con una tradizione di danza classica in gran parte stabilita dal ballerino e coreografo Marius Petipa nel XIX secolo. Il repertorio era classico, composto da brani come Romeo e Giulietta, Giselle, Il lago dei cigni con musiche di Tchaikovsky.
Sul versante statunitense, la danza neoclassica del coreografo e danzatore russo Balanchine si allontanò dai diktat della coreografia sovietica e europea: il lavoro sulle punte divenne diverso e la coreografia fu interamente basata sul ritmo. Nel New York City Ballet di Balanchine, la narrazione passava in secondo piano rispetto alla tecnica e il balletto diventava quasi un'”arte astratta”. Al teatro Bolshoi di Mosca invece, la storia del balletto giocava un ruolo fondamentale: tutto accadeva come se gli spettatori stessero assistendo a un quadro vivente sul palco.
Nel 1941, il governo statunitense si rese conto dell’importanza di portare in tournée la loro danza con l’American Ballet Caravan, che girò il Sud America per sei mesi. I temi erano basati su un passato americano mitico, con danze che avevano per protagonisti cowboy, indiani e la conquista del West. I balletti Billy the Kid, Appalachian Spring e Rodeo sono esempi ben noti del repertorio americano. A differenza dell’Unione Sovietica, le istituzioni di danza statali negli USA erano rare, poiché la cultura non era regolamentata dal governo centrale e quindi negli anni Cinquanta erano le compagnie private come il New York City Ballet a incarnare le tendenze maggioritarie del balletto americano -neo-classico.
I sovietici non portarono in tournée le loro due principali compagnie di danza fino al 1953, anno della morte di Stalin, che condusse a un certo disgelo delle relazioni culturali e alla consapevolezza della necessità di mostrare le loro migliori risorse, in particolare in Europa, ma anche negli Stati Uniti. Già nel maggio 1954, Parigi fu scelta per ospitare la prima tournée di balletti sovietici.
Queste erano organizzate e preparate da istituzioni statali, responsabili sia dei viaggi di andata che di quelli di ritorno. Negli Stati Uniti esisteva una triplice organizzazione basata sul Dipartimento di Stato, l’Agenzia di Informazione dello Stato Unito e il Teatro e l’Accademia Nazionale Americana; in URSS, il Ministero della Cultura e, dal maggio 1957, un Comitato dedicato ai legami culturali con l’estero.
Diplomazia culturale
Tra il 1946 e il 1948 il Fulbright Act e lo United States Information and Educational Exchange Act finanziarono la diplomazia culturale in modo particolare tra Stati Uniti e Unione Sovietica.
Nel 1955 la Martha Graham Dance Company divenne uno dei primi corpi di ballo inviati all’estero sotto gli auspici del Fondo di Emergenza per gli Affari Internazionali del 1954 dal Presidente Dwight D. Eisenhower. Nello stesso anno, il Dipartimento di Stato chiarì che l’Asia era un’area di interesse statunitense ed era dunque fondamentale che si utilizzasse anche lo strumento di soft power, per raggiungere l’obiettivo di collaborazione soprattutto economica con la regione. In questo senso, l’aumento dei contatti tra artisti e governi per combattere la Guerra Fredda divenne possibile proprio quando la legislazione spinse i limiti della cultura come diplomazia.
Nel 1955, fu proprio la compagnia della danzatrice e coreografa statunitense Martha Graham, che si esibì nel corso degli anni in diverse città europee e persino a Berlino Est, a iniziare un tour in Giappone e che si spostò poi in Cina attraverso la Malesia, la Birmania, l’India, il Pakistan, Ceylon, l’Indonesia, le Filippine e la Thailandia, per terminare ufficialmente in Iran meno di due anni e mezzo dopo il colpo di stato guidato dalla Central Intelligence Agency (CIA). Il repertorio comprendeva Appalachian Spring (1944), una storia della frontiera degli Stati Uniti con i suoi personaggi archetipici americani e opere basate sui miti greci.
Nel 1974 la compagnia di Graham fece di nuovo un tour in Asia a seguito del protrarsi della guerra in Vietnam.
Dal 1958, con l’accordo Lacy-Zarubin, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica si accordarono per scambi culturali ed educativi che da questo anno in poi, divennero sempre più frequenti: in quell’anno ad esempio, la Moiseyev Dance Company fece una tournée negli Stati Uniti che, in cambio, inviarono il corpo di ballo dell’American Ballet Theater nell’Unione Sovietica. Queste due tournée furono solo l’inizio: fino alla caduta del Muro di Berlino, infatti, molte compagnie e coreografi statunitensi si esibirono in Unione Sovietica e in zone contese dalle due superpotenze e viceversa, il Balletto del Bolshoi si esibì negli Stati Uniti e in altre città occidentali come Londra.
Sebbene secondo alcuni storici anche la diplomazia culturale può essere letta come un’espressione della rivalità tra USA e URSS nel periodo della Guerra Fredda, la diffusione delle arti e quindi della danza in questo caso, ha contribuito a mantenere la volontà di conoscere la cultura e le tradizioni del Paese avversario. Un’attitudine questa, che sembra appartenere a tempi a noi molto lontani.
Fonti e approfondimenti
Gonçalves, Stéphanie, Les tournées dansées pendant la guerre froide: danser pour la paix?, ILCEA, Revue de l’Institut des langues et cultures d’Europe, Amérique, Afrique, Asie et Australie, n.16/2012.
Gonçalves, Stéphanie, Ballet, politique et diplomatie culturelle: l’Opéra de Paris aux États-Unis en 1948, Relations Internationales, vol.2/2017, n. 170 (pp.36-46).
Graff, Ellen, Reviewed Work(s): Dance for Export: Cultural Diplomacy and the Cold War by Naima Prevots, Dance Research: The Journal of the Society for Dance Research , Inverno 2001, Vol. 19, No. 2, (pp. 137-140), Edinburgh University Press.
Phillips, Geduld, Victoria, Dancing Diplomacy: Martha Graham and the strange commodity of cold war cultural exchange in Asia, 1955 and 1974, Dance Chronicle, vol. 33, n. 1.
Richmond, Yale, Cultural diplomacy in the Cold War, Foreign Service, 12/2011, (pp. 42-46).
Williamson, Sebrena, Dance as Diplomacy: Cultural exchange during the Cold War, The Collector, 26/03/2022.