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Dietro Gaza: i rapporti tra Palestina e Riyad

dietro gaza

Immagine generata con supporto AI © Lo Spiegone CC BY-NC

Talvolta messa da parte ma mai sopita, la questione palestinese è da decenni parte del dibattito e delle relazioni internazionali. Se alcuni Paesi sono rimasti saldi nel proprio sostegno a favore di una delle due parti, altri hanno modificato nel corso del tempo la propria posizione. 

Il caso dell’Arabia Saudita è peculiare: nonostante il dichiarato appoggio alla causa palestinese, il regno ha sempre cercato di non alienarsi i sostenitori di Israele. Questo fino all’inizio del nuovo millennio, quando gli interessi economici e politici del regno hanno avuto la meglio sul supporto, anche solo di facciata, alla Palestina.

Il secco rifiuto di Ibn Saʿud

In un certo senso, l’Arabia Saudita è nata e cresciuta parallelamente alla questione palestinese. Fin dall’unificazione del regno nel 1932, re ‘Abd al-’Aziz, detto Ibn Saʿud, si dimostrò solidale verso i palestinesi. Tuttavia, non potendo permettersi di alienarsi una potenza regionale come la Gran Bretagna, preferì non intervenire direttamente. Londra, d’altro canto, sperava che il monarca potesse diventare un mediatore tra ebrei e palestinesi in virtù dello status di leader indipendente, stimato in tutto il mondo arabo-musulmano. 

Anche il presidente statunitense Franklin D. Roosevelt tentò di convincere Ibn Saʿud ad appoggiare la creazione di uno Stato ebraico, sottovalutando tuttavia la fermezza della posizione del suo interlocutore. Questi rifiutò in tronco qualsiasi smembramento del territorio palestinese per la creazione di uno Stato sionista, affermando che, se era necessario dare una patria ai sopravvissuti dell’olocausto, questa doveva essere nei Paesi dove gli ebrei erano stati perseguitati e sterminati. Ibn Saʿud sosteneva la creazione di una Palestina indipendente, nella quale l’immigrazione ebraica fosse vincolata all’approvazione della maggioranza araba.

I suggerimenti sauditi rimasero lettera morta, ma questo non impedì a USA e Arabia Saudita di tessere un rapporto che avrebbe influenzato le azioni di Riyadh nei confronti della Palestina. 

Re Faysal sulla scena internazionale

Il terzo monarca saudita, re Faysal ibn ‘Abd al-’Aziz (1964-1975), fu ancora più fermo del padre nel suo supporto verso una Palestina indipendente, ma allo stesso tempo più vincolato dai rapporti con le potenze occidentali. 

Faysal aveva palesato il proprio sostegno già nel 1947, quando le Nazioni Unite votarono per la spartizione della Palestina: l’allora principe si infuriò a tal punto da lasciare la sala in cui l’Assemblea Generale si svolgeva. Con l’ascesa al trono mantenne questa posizione: in seguito alla guerra del 1967, partecipò a un incontro tra i leader dei Paesi arabi a Khartum, durante il quale fu dichiarato lo slogan «Nessun riconoscimento [a Israele], nessun negoziato, nessuna pace». 

Nel frattempo, le ingenti riserve di greggio saudite avevano permesso a Riyadh di stabilire un rapporto privilegiato con Washington: in cambio dell’accesso alle risorse petrolifere, gli USA fornivano armi al regno, il quale poteva garantire la propria sicurezza interna e al contempo mantenere insieme all’Iran dei Pahlevi la stabilità regionale. 

Nel 1973 si rivelarono le potenzialità delle risorse petrolifere. Quando il 6 ottobre Egitto e Siria lanciarono l’attacco coordinato contro Israele, l’Arabia Saudita e gli altri Paesi arabi dell’OPEC decisero unilateralmente di aumentare il prezzo del petrolio del 70% (rincarando del 300% alla fine dell’anno) e di tagliare gradualmente la produzione per spingere l’Occidente a interrompere il supporto incondizionato a Tel Aviv. Riyadh dichiarò inoltre un embargo totale verso gli USA in risposta al rifornimento di oltre 2 miliardi di dollari in armi a Israele. Una decisione dalle forti implicazioni internazionali, con cui il regno manifestava pubblicamente la sua indipendenza da Washington. 

Tuttavia, re Faysal aveva ancora bisogno degli Stati Uniti  in quanto fornitori di armi e acquirenti di petrolio. Grazie alla mediazione del segretario di Stato statunitense Henry Kissinger, la crisi petrolifera non ebbe gli effetti sperati. Sebbene l’obiettivo di costringere l’Occidente a cambiare atteggiamento nei confronti di Israele non fosse stato neppure lontanamente raggiunto, Faysal era riuscito a rendere il proprio regno un influente attore a livello mondiale

Il declino dell’attenzione sulla Palestina

La Palestina ha ricevuto il supporto dell’Arabia Saudita, purché questo sostegno non turbasse la sua politica estera. Negli anni la vicinanza a Washington ha attirato contro l’Arabia Saudita aspre critiche, soprattutto da parte dei regimi rivoluzionari di Libia, Iraq e Yemen del Sud. Anche i fedeli musulmani vedono con sgomento tale posizione ambigua, in quanto assunta dal regno che custodisce La Mecca e Medina, le città più importanti per l’Islam insieme a Gerusalemme. 

Riyadh ha quindi dovuto affermare continuamente il proprio supporto alla Palestina, pur non facendo nulla di concreto. La situazione iniziò a mutare a partire dal 1979, quando il rovesciamento dello shah iraniano e l’invasione sovietica dell’Afghanistan, seguiti un anno dopo dallo scoppio della guerra tra Iran e Iraq, eclissarono momentaneamente la questione palestinese dall’agenda di molti leader, sia arabi che occidentali. 

Finché la Palestina rimase oscurata da altre questioni, l’Arabia Saudita poté proseguire i propri interessi continuando ad affermarsi come attore fondamentale sullo scacchiere mediorientale. Già prima di salire al trono nel 1982, re Fahd aveva ammorbidito la posizione presa a Khartum dal fratellastro Faysal, dichiarandosi favorevole a un eventuale riconoscimento di Israele e alla risoluzione pacifica della questione.

Le sfide del nuovo millennio

Negli anni 2000, il contesto internazionale ha subito dei cambiamenti notevoli e, di conseguenza, anche le relazioni tra Riyadh e la Palestina hanno subito alcune svolte. In un periodo storico in cui la Regione è stravolta da problematiche sociali e politiche (come le crisi in Siria, Iraq e Yemen) il regno saudita si ritrovò di fronte a nuove e vecchie sfide che minacciavano la sua posizione dominante. 

Il Paese iniziò ad affrontare queste sfide con un nuovo livello di protagonismo di rilievo internazionale, nella gestione della sicurezza e della stabilità regionale, e nell’attuazione di riforme interne. Con l’ascesa al trono di re Salman bin Abd al-’Aziz nel gennaio 2015 e l’imminente cambio generazionale, la successione all’interno della casa reale saudita diventò una questione improrogabile. 

Va precisato che, nonostante il re, la figura di spicco che regna sovrana a Riyadh è Mohammed Bin Salman, Primo ministro e principe ereditario. In questa fase di profonde trasformazioni interne e nel contesto regionale, la priorità assoluta dell’Arabia Saudita fu trovare un punto di equilibrio tra le diverse componenti che richiedevano una risposta di vasta portata.

Gli Accordi di Abramo

Il 13 agosto 2020 l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump pose la firma sull’ultimo grande progetto della politica estera a stelle e strisce in regione: la normalizzazione delle relazioni tra Israele ed Emirati Arabi Uniti e Bahrain, i cosiddetti Accordi di Abramo

In seguito all’avvicinamento allo Stato ebraico, a questi due Paesi si sono aggiunti Sudan e Marocco, mentre Egitto e Giordania avevano normalizzato le relazioni con Israele rispettivamente nel 1979 e 1994, aprendo così una grande breccia nel cuore di quello che, per tanti anni, era stato un compatto fronte antisraeliano e portando anche il regno saudita a imboccare lo stesso sentiero. 

Il desiderio di Riyadh era superare l’economia petrolifera, richiedendo lo sviluppo di un programma nucleare civile e lo status dimajor non NATO ally”, lo stesso riconoscimento concesso a Israele, Giordania e Qatar. Inoltre, per proteggersi dalle critiche della parte intransigente dell’opinione pubblica araba che simpatizza con i movimenti islamisti, il regno propose un trattato di pace, o un accordo simile, tra Israele e i palestinesi. Mentre si affrontava una sfida diplomatica monumentale, i rapporti con Israele si intensificavano di pari passo

Se l’Arabia Saudita apriva il proprio spazio aereo ai voli da e verso Israele (sul primo, nel luglio 2022, da Tel Aviv a Jedda, viaggiò Joe Biden), lo Stato ebraico riconosceva la sovranità saudita sulle isole di Tiran e Sanafir nel Mar Rosso. L’avvicinamento era spinto, inoltre, dal timore di un’ascesa regionale di Teheran: entrambi gli Stati vedono infatti un pericolo nell’espansionismo iraniano in campo geopolitico (in Yemen, Siria, Libano e Iraq) e tecnologico (il programma nucleare).  

L’adesione dei sauditi agli Accordi di Abramo avrebbe aperto le porte a una completa ristrutturazione politico-economica dell’area, in un momento in cui si registrano tanti cambiamenti in atto, a partire dalle ripercussioni della guerra in Ucraina. 

Prima del 7 ottobre, Riyadh e Tel Aviv avevano intrapreso delle negoziazioni per normalizzare i rapporti tra le parti, giungendo addirittura ad un punto in cui Mohammed Bin Salman, in un’intervista a Fox News alla fine dello scorso settembre, aveva dichiarato che mai i due Stati erano stati così vicini a chiudere un accordo. 

Dopo il 7 ottobre

Con l’attacco del 7 ottobre, i negoziati tra Riyadh e Tel Aviv sono saltati, rallentando soltanto, però, il progetto di Mohammed Bin Salman. La reazione, stavolta, non è stata quella che tutti si aspettavano: Riyadh non ha (ancora) preso una posizione netta, assumendo sin dall’inizio un ruolo neutro nella vicenda

Coerentemente con le sue politiche più recenti, incluso l’ingresso nei BRICS, Riyadh ha assunto una posizione ambigua che porge la mano al cosiddetto Sud globale senza inimicarsi l’Occidente. Da un lato, si è accodata ai Paesi che hanno supportato la denuncia per genocidio presentata dal Sudafrica contro Israele, dall’altra non ha tagliato i rapporti con Tel Aviv, per la quale ha riservato una condanna neppure troppo convinta. 

Tra l’altro, nonostante il ruolo predominante a livello regionale e l’ambizione a consolidare questa posizione, l’Arabia Saudita ha lasciato che fosse il Qatar ad assumere il ruolo di mediatore e gestisse le negoziazioni per lo scambio di prigionieri e ostaggi. 

Tre questioni in sospeso

La scelta di rimanere dietro le quinte potrebbe essere motivata dal fatto che questo conflitto influisce non solo dal punto di vista politico, ma anche economico del regno saudita, in ragione dei cambiamenti stravolgenti all’interno del teatro mediorientale. La guerra tra Hamas e Israele ha inflitto danni agli interessi regionali dell’Arabia Saudita per diversi motivi. 

In primo luogo, abbiamo la normalizzazione delle relazioni diplomatiche. Mohammed bin Salman sta utilizzando il possibile riconoscimento di Tel Aviv come una leva per rinegoziare la speciale relazione dei sauditi con gli Stati Uniti, al fine di ottenere garanzie di sicurezza in caso di attacco a Riyadh e sostegno al programma nucleare del regno a scopi civili. Se i negoziati diplomatici con Israele si interrompessero, ciò rallenterebbe anche gli altri due obiettivi sauditi, proprio nel momento in cui l’Iran e gli attori non statali a esso legati aumentano il livello di minaccia nella regione.

Il secondo motivo è economico: l’evoluzione imprevedibile del conflitto e il rischio di un ulteriore allargamento potrebbero avere un impatto inaccettabile per l’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo, che pongono la loro economia al primo posto. 

Sebbene un possibile aumento del prezzo del petrolio beneficerebbe le casse di Riyadh, il piano saudita di trasformazione economica post-petrolio, noto come “Vision 2030″, richiede stabilità regionale in quanto si basa su investimenti stranieri, infrastrutture, grandi eventi e turismo. Il conflitto potrebbe riaprire divisioni e rivalità tra gli Stati, minando il clima di dialogo e cooperazione economica.

Il terzo motivo riguarda l’Iran. Nonostante l’accordo di non interferenza negli affari reciproci siglato in Cina nel marzo 2023 tra Riyadh e Teheran, il potenziale offensivo delle varie milizie legate all’Iran rappresenta una seria preoccupazione per Riyadh.

Gli Houthi dello Yemen settentrionale, contro i quali l’Arabia Saudita era intervenuta in una dispendiosa e inconcludente guerra, sono già passati all’azione in difesa della Palestina bloccando lo stretto di Bab al-Mandeb, l’unico accesso da sud a quella via marittima fondamentale che è il Canale di Suez. Dal punto di vista saudita, la situazione diventerebbe ancora più preoccupante se altri gruppi che ricevono fondi, armi e addestramento dall’Iran, come Hezbollah in Libano o le milizie sciite in Siria, decidessero di entrare nel conflitto o compissero azioni significative.  

Fonti e approfondimenti

Madawi al-Rasheed, Storia dell’Arabia Saudita, Milano, Bompiani, 2004.

Eleonora Ardemagni, Medio Oriente, perché la guerra sfida gli obiettivi di Riyadh?, ISPI, 10 ottobre 2023.

Carl Brown (a cura di), Diplomacy in the Middle East. The International Relations of Regional and Outside Powers, London, New York, I.B. Tauris, 2006.

Marcella Emiliani, Medio Oriente. Una storia dal 1918 al 1991, Roma, Laterza, 2012.

Lorenzo Marinone, Il difficile cambiamento dell’Arabia Saudita, CeSi, 22 febbraio 2017.

Stefano de Paolis, La tela di Riad tra Palestina e accordi di Abramo, ANSA, 12 ottobre 2023.

Will Weissert, Saudi crown prince says in rare interview ‘every day we get closer’ to normalization with Israel, AP, 21 settembre 2023.

Rosemarie Said Zahlan, Palestine and the Gulf States. The Presence at the Table, New York, Routledge, 2009.

Editing a cura di Beatrice Cupitò

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