481 miliardi. Questo il totale degli investimenti che secondo Bruegel, il think tank economico di Bruxelles, servirebbe all’Europa per affrontare un’effettiva transizione verde e digitale.
Una cifra altissima che potrebbe anche raddoppiare, se venissero incluse le somme legate alle altre proposte sul tavolo dell’Unione. Tra queste, le spese militari necessarie a costruire un sistema di difesa continentale, per la ricostruzione dell’Ucraina e per la risposta a un’eventuale nuova pandemia. Una cifra altissima, ma che paradossalmente non ha il suo problema nella quantità, ma piuttosto nell’assenza di strategia e soprattutto di una visione comune.
I soldi ci sarebbero
La Commissione europea prevede che 9 Paesi europei nel 2024 non avranno un pareggio tra entrate e uscite. In particolare, 5 di questi registreranno un surplus positivo di almeno il 10% del proprio PIL. Una situazione grazie alla quale il continente, nel suo complesso, avrà un avanzo del 2,5% del suo prodotto lordo nel 2025.
Andando a fare qualche conto in tasca, in termini nominali l’Unione europea ha un PIL di 18 trilioni di euro e quindi il 2,5% rappresenta circa 450 miliardi. Questa cifra coprirebbe quasi esattamente il fabbisogno di investimenti necessari per le diverse transizioni europee. Ma l’investimento è difficilmente realizzabile. Gli attori economici privati, dove è previsto questo avanzo, preferiscono investire all’estero. Lasciando casa propria all’asciutto.
La volontà, no
Non si deve pensare che questo sia un fenomeno recente. Il vecchio continente ha avuto grandi surplus negli ultimi 15 anni e anche quando ci sono stati dei deficit sono stati solo di piccole dimensioni e temporanei, ad esempio nel 2008 e nel 2022. I surplus sono quindi sempre stati di enorme portata. Tuttavia, essi sono stati reinvestiti all’estero, dove le aziende accedono a vantaggi e marginalità maggiori grazie a costi minori e regolamentazioni più leggere.
Un esempio di scuola è quello dell’Inflation Reduction Act (IRA) statunitense, lanciato da Biden nel 2021. Questo grande piano di incentivi e crediti di imposta ha attirato grandi investimenti europei. I quali, invece di rimanere sul proprio lato dell’Atlantico, hanno sorvolato l’oceano aumentando la competitività, la capacità e l’attrattività a stelle e strisce, piuttosto che europea.
Lo Stato dei conti
Mentre la priorità europea sarebbe convincere i propri investitori a tenere i soldi in casa per rilanciare il settore produttivo e il tessuto industriale, si levano diverse voci in direzione contraria. Molti economisti infatti affermano che un tentativo degli Stati di attivamente tenere i soldi sul terreno potrebbe essere dannoso. Bloccare gli investimenti, oltre a non essere possibile visti gli accordi di libero scambio, potrebbe generare storture e anzi spiazzare gli investimenti. Che invece per il vecchio continente sono stati pensati ad hoc.
Gli Stati europei in questi anni di difficoltà hanno dovuto trovare una soluzione per affrontare questo tema. Perlopiù, essi si sono sobbarcati la leva fiscale per stimolare l’economia e creare così condizioni maggiormente favorevoli – è ormai noto che gli investimenti privati seguono quelli pubblici. Ma questo può succedere solo in Paesi che hanno spazio fiscale, come la Germania. Ma non come l’Italia, che ha invece un debito pubblico elevato.
Quale rimedio?
Alla nuova Commissione europea, che si formerà dopo il voto di giugno, restano varie opzioni per cercare di tenere gli investimenti in casa.
Esse vanno dal rimuovere le barriere regolatorie a spingere sul mercato unico, passando per l’affidare una parte dei budget europei a progetti di partnership pubblica-privata con grande interesse continentale – magari trasformando la BEI e il MES in agenti per la promozione di investimenti. Di sicuro, servono scelte coraggiose di policy per trovare i 481 miliardi che separano l’Europa dal suo futuro.
Fonti e approfondimenti
Demertzis, M., “Spend it at home: current account surpluses in the EU”, Bruegel, 3 aprile 2024
Bruegel. January 2024. Accelerating strategic investment in the European Union beyond 2026
Coatanlem, Y., “Why Europe is a laggard in tech”, Financial Times, 26/02/2024