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Terzo mandato: come cambia l’India di Modi

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Immagine generata con supporto AI © Lo Spiegone CC BY-NC

Una vittoria a metà, quella che conferma Narendra Modi alla guida dell’India per il terzo mandato consecutivo. Il suo partito, il Bharatiya Janata Party (BJP), non raggiunge da solo i 272 seggi necessari per governare. La National Democratic Alliance (NDA), la coalizione che guida, si aggiudica 292 seggi contro i 232 dell’opposizione, ribaltando le aspettative di un’altra vittoria schiacciante come quella del 2019. 

Dalle reazioni di gioia dell’opposizione guidata da Rahul Gandhi sembrerebbe quasi una sconfitta. E in effetti il partito di Modi ha perso 64 seggi dei 303 raggiunti alle ultime elezioni. Per comprendere però come nonostante tutto il leader del BJP abbia trionfato ancora una volta, andiamo ad analizzare il suo operato durante i due mandati consecutivi da Primo ministro e come si presenta oggi la democrazia del Paese più popoloso al mondo.  

L’immagine di Modi 

Comparando le azioni intraprese nell’arco dei due mandati, si possono ascrivere al primo una maggiore attenzione alle riforme economiche, mentre al secondo un focus su quelle politiche. Le due promesse con cui si era presentato alle elezioni del 2014 erano state prosperità economica e lotta alla corruzione. Proponendosi come la figura più adatta a perseguire entrambe. 

Le sue umili origini e la sua immagine da “self-made man” che si è guadagnato con fatica ogni passo della sua ascesa in politica, insieme ai risultati conseguiti in Gujarat – dove durante il suo mandato come capo del governo lo Stato è diventato uno dei più ricchi del Paese – lo rendevano credibile come fautore di una rinascita indiana. 

Allo stesso tempo, la scelta di mostrarsi come uomo che incarna i valori della tradizione hindu, che avrebbero garantito la sua rettitudine anche in politica, ha conquistato un elettorato stanco della corruzione che aveva caratterizzato decenni di dominio della dinastia Gandhi. A dieci anni di distanza, la sua immagine agli occhi della popolazione indiana sembra non essersi indebolita affatto, tutto il contrario. E questo grazie all’abilità con cui Modi ha colto i frutti del suo operato e li ha presentati agli occhi del mondo. 

Prosperità economica e lotta alla corruzione

Con il suo attuale tasso di crescita del PIL dell’8,5%, l’India è la grande economia con la crescita più rapida al mondo. Il 2023 ha rappresentato un punto di svolta. Oltre che per il superamento del vicino gigante cinese in termini demografici, anche per il sorpasso del PIL dell’ex potenza coloniale britannica.

 Anche se questi dati non colgono le diverse sfaccettatura di questa rapida crescita, che ha portato parallelamente a un aumento delle disparità economiche e a una crescente marginalizzazione delle fasce più povere della popolazione, il modo in cui sono stati presentati sia all’interno del Paese che a livello internazionale ha contribuito a consolidare un’immagine positiva e stabile della sua economia. 

Gli sforzi dichiarati nella lotta alla corruzione, invece, non hanno dato gli stessi risultati. Se in un primo momento il Paese sembra aver effettivamente fatto passi da gigante in poco tempo – il Corruption Perception Index mostra un’ascesa dal 94esimo posto nel 2013 all’80esimo nel 2019 – durante il secondo mandato i valori sono precipitati nuovamente. Riportando il Paese ad attestarsi sulla 93esima posizione (2023). 

Il fatto di aver iniziato il primo mandato concentrandosi sulle riforme economiche, che hanno dato i loro frutti anche ad anni di distanza, ha infatti portato Modi a dedicarsi alle questioni che gli stavano più a cuore. Forte della seconda schiacciante vittoria del 2019, ha potuto attuare riforme di stampo nazionalista induista che hanno minato i principi base di quella che, ormai con sempre meno convinzione, è definita la democrazia più grande al mondo

Estremismo nazionalista hindu e censura

Nel corso del secondo mandato Modi ha infatti revocato lo statuto speciale alla regione del Jammu e Kashmir (a maggioranza musulmana), militarizzando ulteriormente questo territorio già carico di tensioni e minacciando la libertà di espressione con un blocco di internet durato 18 mesi. Ciò che è avvenuto in questa regione è emblematico di due segni distintivi della politica che Modi ha portato avanti in maniera sempre più sfacciata, ignorando e reprimendo anche con violenza gli oppositori. Un estremismo religioso che discrimina le componenti della società non induiste e il soffocamento della libertà di stampa. 

Nel 2023 ha censurato un documentario della BBC che lo accusava del coinvolgimento nei cosiddetti “Gujarat riots”. Ovvero gli scontri del 2002 in cui persero la vita almeno mille persone, per lo più musulmane, quando Modi era alla guida del Gujarat. Secondo la classifica di Reporters Sans Frontiers sulla libertà di stampa nel mondo, l’India ha perso venti posizioni dal 2014 a oggi, trovandosi attualmente al 159 posto su 180. 

Modi non ha mai chiaramente condannato questi o altri gesti estremisti simili, fomentando spesso le tensioni intercomunitarie con azioni simboliche provocatorie. Come, per esempio, l’inaugurazione del famoso tempio sorto sulle rovine di una moschea distrutta da fondamentalisti indù. Il controverso “Citizenship Amendement Act” del 2019, che favorisce l’ottenimento della cittadinanza per diverse minoranze, a esclusione di quella musulmana, va nella stessa direzione. Contribuire a creare un’India sempre più monolitica, che rinnega il pluralismo che l’ha sempre caratterizzata. 

Una centralità nuova nell’arena internazionale

La più grande svolta del Paese sotto il governo Modi si è avuta però a livello internazionale. Qui l’India si è conquistata una centralità nuova, acquisendo una credibilità sempre maggiore come promotrice di un’alternativa a un ordine mondiale basato sulla dicotomia tra l’Occidente e i suoi avversari. L’assertività della politica estera di Modi è stata spesso riconosciuta come uno dei principali fattori che ha rafforzato la posizione dell’India. Sia a livello regionale, nel quadro del costante confronto con la Cina, che a livello mondiale. 

Modi ha dimostrato fermezza riuscendo a mantenere buoni rapporti con Europa e Stati Uniti senza permettere loro di dettare le regole del gioco, come ha confermato con l’astensione dal condannare la guerra in Ucraina e il supporto a Israele. L’India inoltre ha rafforzato i rapporti commerciali già solidi con la Russia, senza che questo intaccasse l’amicizia con Washington. Modi sa infatti che quest’ultima ha tutto l’interesse a coltivare delle relazioni in funzione anticinese. 

L’India di Modi ha così dimostrato la propria fermezza nel perseguire i propri interessi alla luce del sole, senza farsi sedurre dalle grandi potenze. Ma anzi proponendo un ordine mondiale che non sia dominato dall’Occidente e che non releghi ai margini il cosiddetto Sud globale

Di quest’ultimo Modi stesso si erge a portavoce, ritagliandosi uno spazio sempre più influente all’interno di organizzazioni come BRICS. Questa ascesa ha avuto ricadute al livello regionale, alimentando le tensioni con la Cina già alte a causa delle annose questioni irrisolte lungo il confine. Per mantenere l’influenza acquisita nella regione, Modi dovrà dunque bilanciare la sfida lanciata alla Cina sulla leadership del Sud Globale con il tentativo di migliorare i rapporti bilaterali e scongiurare un’escalation di violenze al confine. Pena la perdita dell’immagine di leader responsabile e affidabile che è riuscito a costruirsi fino a oggi. 

La sfida sociale 

Se a livello internazionale la sfida più grande sarà mantenere il ruolo che il Paese si è ritagliato negli ultimi anni e aumentarne l’influenza, nonostante i segnali di debolezza smascherati dai risultati di queste elezioni, internamente Modi dovrà affrontare una serie di delicate questioni. La prima: è ormai innegabile che la tanto osannata crescita economica degli ultimi anni non sia stata omogenea, concentrandosi nelle aree urbane ed escludendo intere fasce della popolazione.

Il reddito pro-capite resta il più basso tra i Paesi del G20, mentre l’inflazione aumenta. I prezzi dei prodotti alimentari sono cresciuti dell’8,7% in un anno. Nel frattempo cresce anche la disoccupazione, soprattutto tra i giovani. Il mercato del lavoro non riesce a offrire un numero di opportunità adeguato alle crescenti richieste, soprattutto di quella parte della popolazione non qualificata a causa di tassi di istruzione ancora bassi. La situazione nelle campagne è peggiorata, come hanno dimostrato le ricorrenti proteste degli agricoltori. La stagnazione dei redditi agricoli, nonostante le diverse promesse di un cambio di rotta, è stata un fattore che ha contribuito al calo del consenso intorno al BJP e al suo leader. 

Le misure volte a incrementare la produttività e attrarre maggiori investimenti, nel tentativo di risolvere una crisi agraria che va avanti da anni, privano gli agricoltori di qualsiasi garanzia. In un Paese in cui quasi la metà della popolazione è impiegata nel settore agricolo – che però contribuisce ad appena il 16% del PIL totale – una competizione sfrenata senza tutele rischia di accrescere la povertà e l’indebitamento delle fasce più vulnerabili. Modi ha l’opportunità di iniziare questo terzo mandato impegnandosi seriamente per intraprendere un dialogo con le organizzazioni di agricoltori e accogliendo le loro istanze, come promesso più volte. Se non lo farà, perderà definitivamente anche quella parte di elettorato che ancora in queste elezioni ha voluto credere nelle sue promesse. 

L’identità politica indiana 

Modi dovrà però confrontarsi anche con le conseguenze della sua politica nazionalista e profondamente divisiva, che ha incoraggiato tensioni e violenze intercomunitarie. Questo però difficilmente implicherà un ripensamento della sua retorica fortemente nazionalista improntata al suprematismo hindu, cardine della sua politica sin dagli esordi. 

È alto invece il rischio che azioni discriminatorie nei confronti di minoranze religiose, in particolare quella musulmana, si moltiplichino sotto l’indifferenza del governo. Leggi che criminalizzano le unioni interreligiose, la chiusura delle scuole musulmane, il divieto del velo a scuola o della vendita di prodotti halal, sono alcune delle misure adottate da diversi Stati indiani negli ultimi anni e che rischiano di diffondersi ulteriormente sotto l’egida di questo terzo mandato. La laicità su cui si era fondata la Repubblica indiana all’indomani della sua nascita sembra ormai un ricordo lontano. Così, ulteriormente minacciata è e sarà la secolare pluralità della sua società. 

Il terzo mandato di Modi si apre dunque con una serie di sfide economiche e sociali, nel far fronte alle quali non potrà contare sullo strapotere goduto negli ultimi dieci anni. Un’opposizione più forte e decisa a contrastare le sue tendenze antidemocratiche potrebbe stavolta giocare un ruolo più decisivo nel frenare la deriva autoritaria e nazionalista hindu verso cui il Paese si stava dirigendo. E il leader del BJP potrebbe forse perdere quel carisma che lo ha caratterizzato fino a ieri agli occhi del popolo indiano e del mondo intero. 

Fonti e approfondimenti

Election Commission of India (ECI). Elections 2024

The Diplomat, “Decoding India’s Elections: How Modi’s Grip Loosened”, 05/06/2024

The Diplomat, “What Will Modi 3.0 Mean for India’s Foreign Policy?”, 05/06/2024

Reuters, “India election 2024 – What lies ahead for the new government”, 03/06/2024

Al Jazeera, “India election results: Big wins, losses and surprises”, 04/06/2024

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