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Non chiamiamola astensione: questo è anche uno sciopero

sciopero

Il voto europeo conferma una tendenza decennale: il calo della partecipazione elettorale. Per la prima volta nella storia, l’Italia vede meno di un avente diritto su due recarsi alle urne (nel 2019, l’affluenza era stata del 54,5%). Ma non si tratta di un fenomeno relegato esclusivamente al nostro Paese. 

In tutto il continente, aumenta il numero delle persone che disertano le urne. In particolare, sono sempre di più le persone più povere a disertare le urne. Una realtà di fatto, indagata a fondo e accertata dalla letteratura scientifica, che dà una vera e propria colorazione di classe all’astensionismo. Che ormai sarebbe più giusto qualificare come “sciopero”. 

Le ragioni sociali del non voto 

Sembra che le politiche del governo non cambino a seconda di chi sia in carica” è spesso citata come la principale ragione dell’astensione. L’insoddisfazione e la perdita di fiducia nei confronti delle istituzioni costituiscono la spina dorsale del “malessere democratico” che da (almeno) vent’anni caratterizza le democrazie liberali. Un malessere che oggi sappiamo nascere dalla iniqua distribuzione di opportunità in seno alla popolazione, ovvero dalle disuguaglianze sociali. 

La spirale è chiara. La disuguaglianza porta a una riduzione della fiducia dei cittadini perché incide sulla percezione della loro influenza sulle decisioni politiche e, di conseguenza, sulla percezione dell’equità del processo democratico. 

Riportato all’esempio del voto, questo significa che le fasce più svantaggiate non si recano alle urne perché non ne vedono i potenziali benefici. Il viaggio di Politico a Luník, quartiere rom alla periferia di Košice, in Slovacchia, lo spiega bene. Questo angolo del Paese è uno dei più poveri di tutta l’Ue: i suoi abitanti vivono in case sovraffollate e decrepite; perlopiù non hanno lavoro. E sentono di non avere prospettive. Pertanto, non vanno a votare, in massa. 

Si tratta di un trend comune a tutto il continente europeo, come si può appurare facilmente dando un’occhiata alle precedenti elezioni. L’analisi di Riccardo Cesari mostra come, cinque anni fa, reddito pro capite e partecipazione elettorale fossero direttamente proporzionali. I Paesi con il primo indicatore più alto registravano quindi i migliori risultati anche sul secondo. Che vengano analizzate in chiave locale, regionale o nazionale, le elezioni europee del 2024 ci confermano lo stesso legame. 

Perché è giusto chiamarlo sciopero

Proprio perché il nesso tra voto e classe è sempre più evidente, definire quello che si viene a verificare in occasione delle tornate elettorali come mero astensionismo risulta anacronistico. Questa espressione da sola infatti è incapace di incardinare il fenomeno in una cornice sociale. 

Come racconta l’esempio di Luník, le soggettività che compiono questo atto, o meglio che decidono di non compiere l’atto del voto, non sono semplici cittadini ma cittadini marginalizzati. In questo modo essi esprimono il proprio dissenso, nei confronti dei candidati in corsa e, soprattutto, dell’intero impianto istituzionale che continua a relegarli in uno stato di subalternità. 

È alla rottura di questo stato che si rivolge il non voto. Quantomeno, una parte di esso, quello che il Dipartimento delle riforme istituzionali riassume come forma attiva di protesta politica da parte degli “alienati”. Si disegna così il profilo di una mobilitazione diffusa e antagonista. Il profilo di uno sciopero. Per le democrazie liberali, il voto oltre a essere un diritto è prefigurato anche come un dovere civico. La Costituzione italiana lo indica all’articolo 48, proprio in questi termini. 

Caratteristica forma di “autotutela” degli interessi collettivi dei lavoratori subordinati, lo sciopero si manifesta infatti nel rifiuto da parte dei lavoratori di adempiere ai propri doveri, al fine di costringere la controparte a riconoscere migliori condizioni. Quello che, tra le righe o meno, richiedono proprio i non votanti. 

Interessi privati e collettivi 

Le fratture sociali ormai consolidate nelle democrazie hanno spinto voci dell’accademia e della società civile a parlare apertamente di tendenze oligarchiche. Il rapporto di Oxfam, per esempio, fotografa anno dopo anno l’iniqua redistribuzione di risorse che vede un risicato nucleo di miliardari possedere la stessa ricchezza della stragrande maggioranza della popolazione mondiale. 

Le disuguaglianze aumentano e aumenta di pari passo il peso della parte più ricca e influente sulle decisioni politiche. Il voto dovrebbe essere tra gli strumenti decisivi per mutare questo scenario. Ma il rischio principale oggi è, come sostiene Dario Tuorto, che a partecipare rimangano solo fasce selezionate di popolazione, le stesse che sono già più in grado delle altre di fare valere i propri interessi. 

Il dramma del non voto non è l’astensione in sé dal processo politico, ma l’ampliarsi del disagio socioeconomico. Parlare di sciopero, invece che di mera astensione, definisce i reali contorni di quello che non è un problema dei cittadini quanto dei subordinati. Una questione di classe. 

Fonti e approfondimenti

Bienstman, S., Hense, S., & Gangl, M. (2024). Explaining the ‘democratic malaise’in unequal societies: Inequality, external efficacy and political trust. European Journal of Political Research, 63(1), 172-191.

Cesari, R., “L’astensionismo ha radici economiche”, La Voce, 14/10/2022

Dipartimento delle riforme istituzionali. 2022. Per la partecipazione dei cittadini: come ridurre l’astensionismo e agevolare il voto

OXFAM. 2024. Disuguaglianza: il potere al servizio di pochi

Tuorto, D. (2023). Disuguaglianze socioeconomiche ed esclusione elettorale: il caso italiano in prospettiva comparata. Etica pubblica: studi su legalità e partecipazione: 2, 2023, 35-55.

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