Nell’ultimo mese, il Sudafrica ha assistito a cambiamenti radicali della propria scena politica. Conosciuto per aver posto fine – sotto la guida di Nelson Mandela – al regime dell’apartheid, l’African national congress (Anc) per la prima volta in trent’anni ha perso la maggioranza assoluta in Parlamento. Il partito è quindi stato costretto a creare un governo di coalizione per mantenere il potere.
Il risultato delle elezioni
La sconfitta dell’Anc era stata ampiamente preannunciata da osservatori politici e sondaggi. Negli ultimi anni, infatti, il Sudafrica era entrato in una spirale di crisi economica, disoccupazione, blackout elettrici, xenofobia e criminalità dilagante. Tutto questo, mentre potere e benessere dell’élite politica aumentavano.
Pur avendo perso la maggioranza, l’Anc si è confermata primo partito con il 40% dei consensi. Al secondo posto con il 21% si è posizionata la Democratic alliance (Da), movimento di centrodestra e storico oppositore dell’Anc.
Tradizionalmente, la Da è associata alla minoranza bianca (circa l’8% della popolazione del Paese) e il fatto che il suo leader, John Steenhuisen, sia l’unico capo partito bianco del Sudafrica rafforza questa convinzione. La Da è infatti guardata con sospetto da buona parte dei sudafricani che la accusano di perseguire politiche elitarie, vantaggiose solo per la ristretta cerchia di cittadini bianchi benestanti.
Governo e opposizione di unità nazionale
L’Anc ha quindi creato un governo di coalizione. In realtà, anche subito dopo la fine dell’apartheid, il partito aveva guidato un governo di unità nazionale. Ma all’epoca, quella di Mandela fu una scelta dettata dalla volontà di rimettere insieme i pezzi di un Paese in frantumi. Oggi invece, un esecutivo di coalizione si presentava come una necessità, ma in uno scenario totalmente diverso. Nessun partito, più semplicemente, aveva i numeri per governare da solo.
L’orientamento politico e ideologico avrebbe reso naturale un’alleanza tra l’Anc e gli Economic freedom fighters (Eff), movimento di sinistra radicale guidato da Julius Malema, ex leader dell’ala giovanile del partito di governo. Ma anche un accordo con l’uMkhonto we sizwe (Mk) di Jacob Zuma era considerato possibile dagli osservatori politici. Nonostante l’ex presidente sudafricano avesse posto come condizione per la collaborazione che Ramaphosa non venisse riconfermato alla presidenza.
Rispettivamente terzo e secondo movimento in Parlamento, Eff e Mk sono entrambe forze radicali, nate da scissioni dell’Anc e affini ideologicamente al partito di governo. Eppure, l’Anc ha optato per una coalizione con la Da. E l’ha definita un “governo di unità nazionale”.
Sicuramente, per un Paese che a lungo ha conosciuto solo la guida dell’ex partito di Mandela, la costituzione di un’alleanza (che include 11 dei 18 movimenti in Parlamento) è una novità. Ma questo non vuol dire che si tratti di un vero e proprio governo di unità nazionale. Oltre a Eff e Mk, altri quattro partiti minori sono rimasti al di fuori dell’esecutivo.
Questi movimenti si sono ben presto riuniti nel “progressive caucus”, un’alleanza guidata da Zuma e che rappresenta il 30% dell’Assemblea nazionale. Insieme promettono di dare battaglia al nuovo governo targato Anc e Da. Dunque, a un “governo di unità nazionale” una sua ”opposizione di unità nazionale”.
Perché l’alleanza con la Da
Nonostante la coalizione comprenda 11 partiti, sono Anc e Da a dominarla. Perché l’Anc ha scelto di allearsi con la Da invece che con gli Eff o l’Mk?
La ragione è principalmente una: la disastrata situazione economica e sociale del Sudafrica. Il Paese, da anni, vive una profonda crisi economica. Il tasso di disoccupazione è tra i più alti al mondo (32%), così come l’Indice di Gini sulla diseguaglianza di reddito (0,63). Quindi, le pressioni di mercati, investitori e finanziatori internazionali, affinché l’Anc si alleasse con un partito liberale e capitalista, erano notevoli.
Una coalizione con Mk ed Eff avrebbe rischiato di scatenare la fuga degli investitori e causare il collasso dell’economia del Paese. I due partiti infatti chiedono la nazionalizzazione di banche, miniere e terre. Oltre a una riforma agraria che redistribuisca appezzamenti alla popolazione nera, espropiandoli (non necessariamente con compensazioni) ai bianchi.
Ma nella decisione dell’Anc ha giocato anche una mera questione di sopravvivenza politica. Come condizione per il dialogo, Zuma aveva posto la sostituzione di Ramaphosa. Una richiesta inaccettabile per il presidente uscente, intenzionato a ricoprire un secondo mandato.
I ministeri
Allearsi con la Da, però, inevitabilmente impone all’Anc dei compromessi. Soprattutto in due ambiti cruciali: economia e politica estera. Anche per questo la ricerca di un accordo sulla distribuzione dei 32 ministeri si è protratta fino a fine giugno.
L’Anc è riuscita a mantenere alcune posizioni chiave. Come la Diplomazia, cruciale per portare avanti la causa contro Israele alla Corte internazionale di giustizia. Se la linea del governo sudafricano resterà decisa come finora sarà però tutto da vedere. L’opposizione della Da al procedimento giudiziario è netta.
L’Anc si è assicurata anche il cosiddetto “cluster economico”: Commercio e industria, Sviluppo delle piccole imprese e Finanza. Attribuirli alla Da portava il rischio di politiche più favorevoli alla classe imprenditoriale (soprattutto bianca) e svantaggiose per la maggioranza nera della popolazione.
La Da ha comunque ottenuto, tra gli altri, i dicasteri di Agricoltura (affidata al suo leader Steenhuisen), Interni e Lavoro pubblico e infrastrutture.
Un’alleanza fragile
Costituita l’alleanza di governo, restano diversi dubbi sulle politiche concrete. Dall’economia alla politica estera, passando per la riforma della terra, i punti di contatto tra Anc e Da sono veramente pochi.
Sulla prima, se l’Anc ritiene che lo Stato debba intervenire in economia e punta alla creazione di un sistema di welfare sempre più ampio (con, ad esempio, l’introduzione del servizio sanitario nazionale), la Da – in virtù del suo liberismo – vi si oppone.
Ma Anc e Da non la pensano allo stesso modo nemmeno sulla politica estera. La prima, negli ultimi anni, ha rafforzato i legami con Cina e Russia e consolidato il suo ruolo nei Brics e, più in generale, nel Sud globale. La seconda invece vede nell’Occidente un alleato imprescindibile. Mentre il governo sudafricano restava in silenzio davanti all’invasione russa dell’Ucraina, Steenhuisen si recava Kiyv. Dall’altro lato, la Da si è dissociata dalla causa intentata dall’Anc alla Corte internazionale di giustizia contro Israele per genocidio dei palestinesi.
Senza dimenticare il nodo della riforma della terra – tema cruciale in Sudafrica dove la minoranza bianca possiede ancora oggi la maggioranza delle terre. Se l’Anc auspica una redistribuzione degli appezzamenti a vantaggio della popolazione nera, la Da lo rifiuta, soprattutto nel caso in cui non siano previste compensazioni.
Dunque, i presupposti per una collaborazione tra i due partiti posano su fondamenta molto fragili. Un accordo di massima sui principali obiettivi del nascente governo di unità nazionale è stato raggiunto. Ora sarà la prova dei fatti a dimostrare se l’alleanza riuscirà realmente a reggere.
Fonti e approfondimenti
Al Jazeera, “South Africa’s Ramaphosa names new cabinet as deadlock broken”, 1 luglio 2024.
Chothia Farouk, Nesta Kupemba Danai, Plett-Usher Barbara, “ANC and Da agree on South Africa unity government”, BBC, 14 giugno 2024.
Ferreira Emsie, Harper Paddy, “Good to govern: After a month of waiting Ramaphosa finally appoints his unity cabinet”, Mail&Guardian, 1 luglio 2024.
Haffajee Ferial, “Very big, very bloated, but will the government of national unity Cabinet be better?”, Daily Maverick, 1 luglio 2024.
Maseko Nomsa, Plett Usher Barbara, “Zuma’s Mk party to join South Africa’s opposition alliance”, BBC, 17 giugno 2024.
National executive of the government of national unity. Announced on 30 June 2024