È in atto una militarizzazione del Pacifico? Sembrerebbe di sì, o almeno è quanto appare da un’analisi pubblicata sul The Guardian. Sono molteplici infatti gli accordi e le nuove relazioni stabilite fra i Paesi dell’area del Pacifico con l’Australia, gli Stati Uniti e la Cina, che mostrano come la competizione e la corsa nell’accaparrarsi ogni supporto possibile sia in atto.
La mappatura mostra più di 60 fra accordi e iniziative, tra cui diversi patti su infrastrutture e attrezzature, per sostenere la difesa dei Paesi contraenti. L’Australia è il partner dominante nella regione con più accordi di tutti (oltre la metà di quelli noti), seguita da Nuova Zelanda, Stati Uniti e Cina.
Il sostegno alle forze di polizia
Più della metà degli accordi include un focus sulla polizia, con un’enfasi sull’addestramento delle forze di polizia del Pacifico e sulla donazione di attrezzature, una spinta che arriva in un contesto di crescente criminalità e minacce transnazionali.
La Cina è emersa come un nuovo attore in questo campo, avendo sviluppato quasi una mezza dozzina di iniziative per sostenere la polizia nei Paesi del Pacifico negli ultimi anni. Tuttavia quasi tutti i Paesi del Pacifico monitorati hanno accordi con più partner. E oggi risulta che solo tre Paesi hanno forze armate interamente indipendenti: Papua Nuova Guinea, Fiji e Tonga.
Per fare un esempio, la Papua Nuova Guinea, la più grande e popolosa delle entità statali dell’area, mantiene partenariati di sicurezza con tutti i principali attori impegnati sul campo. I soliti noti Australia, Cina e Stati Uniti.
Il capo delle forze di polizia della Papua Nuova Guinea ha anche dichiarato la loro disponibilità nel lavorare fianco a fianco con delle forze straniere, specialmente nella lotta al crescente traffico e uso di metanfetamine nel paese, aprendo tra l’altro all’aiuto cinese. La diffusione del traffico di droga nell’area è un problema persistente e ben noto.
Ovviamente il tutto rientra nel grande gioco delle potenze, con al centro gli Stati Uniti e la Repubblica popolare cinese. La politica di contenimento cinese degli Usa va avanti già da un po’ e il focus nell’Indo-Pacifico segnala la volontà di Washington di perseguire questo obiettivo.
Competizione fra potenze
Lo scorso anno gli Stati Uniti hanno firmato un patto con la stessa Papua Nuova Guinea. L’accordo prevede l’accesso “senza ostacoli” alle basi sul suolo guineano. Nel 2020 gli Stati Uniti avevano già firmato un accordo di difesa e sicurezza con le Fiji.
Gli Stati Uniti mantengono la loro dominante presenza militare anche nel Pacifico settentrionale, attraverso il cosiddetto COFA (Trattato di libera associazione) con Palau, le Isole Marshall e gli Stati Federati di Micronesia. Il COFA garantisce a Washington la piena responsabilità sulle questioni di difesa e sicurezza di ciascun Paese contraente.
Appare evidente in ogni caso che tutte queste mosse favoriscono una marcata militarizzazione dell’area. Per esperti e analisti questo quadro include preoccupazione per il fatto che alcuni accordi potrebbero erodere la sovranità e la democrazia nel Pacifico. Anche in virtù del fatto che per quanto riguarda alcuni trattati, come quello fra le Isole Salomone e la Cina, peccano di trasparenza e non si conoscono tutti i dettagli.
Nel caso specifico, gli accordi potrebbero portare le forze dell’ordine cinesi a effettuare arresti extragiudiziali nel Paese (ma anche negli altri dove i trattati sono stati firmati), come è stato fatto alle Fiji nel 2017.
Contrasti con Pechino
L’Australia ha investito molto nella polizia in tutta la regione e, secondo quanto riferito, si sta preparando a istituire un nuovo centro di formazione per la polizia del Pacifico. Questa iniziativa, ancora in fase di sviluppo, includerà centri di coordinamento e capacità di risposta multinazionali.
La presenza cinese appare sempre sgradita agli occhi degli alleati australiani e statunitensi, rientrando nel più ampio gioco d’influenze e contenimento citato in precedenza. Ma anche da parte del portavoce del ministero degli Esteri neozelandese sono arrivate parole chiare: la presenza invasiva della Cina nel Pacifico è “inutile e sgradita”. Il ministero degli Esteri cinese, interrogato sulla dichiarazione, non ha fornito alcun commento.
Tuttavia i Paesi dell’area è improbabile che smetteranno di firmare accordi con la Repubblica popolare. La partita è tuttora in fase di sviluppo e tutt’altro che chiusa. E l’attuale clima politico così spesso modellato dall’interesse di attori esterni potrebbe portare a fratture interne tra i cittadini di questi stati del Pacifico e i loro governi, causando ulteriore instabilità.
Fonti e approfondimenti
Habru, P., “China’s Influence Weighs Heavily on Solomon Islands Election”, The Diplomat, 16/04/2024
O’Brien, P., Henao, D., “Deepening the U.S.-Papua New Guinea Relationship”, United States Institute of Peace, 21/12/2023
Srinivasan, P., Harrison, V., “Mapped: the vast network of security deals spanning the Pacific, and what it means”, The Guardian, 09/07/2024
Watson, D., “Is a new Australian police program what the Pacific needs?”, The Interpreter – Lowi Institute, 19/06/2024
Zimmerman, S., “Australia has invested heavily in a Pacific peacekeeping hub. So, where are the recruits?”, The Conversation, 14/12/2023