Il pianeta Terra è composto al 70% di acqua. Tuttavia, questa è quasi totalmente salata e contenuta in mari e oceani. L’acqua dolce utile a dissetare la popolazione mondiale, che oggi conta 8 miliardi di persone ma che è prevista superare i 9 miliardi entro il 2050 e i 10 miliardi entro il 2100, si trova soprattutto nelle falde acquifere e rappresenta solo lo 0,75% delle risorse idriche del Pianeta. Inoltre, il 70% di questa percentuale, già di per sé risibile, è destinato all’uso agricolo. Lo stress idrico rappresenta, quindi, una delle sfide globali più urgenti, anche in ambito di sicurezza alimentare.
La domanda di acqua
Il consumo di acqua è vertiginosamente aumentato nel corso dell’ultimo secolo; la quantità di acqua estratta a livello globale ogni anno è cresciuta di circa otto volte, fino a raggiungere i 4.000 chilometri cubi annui. A questi ritmi, la domanda di risorse idriche supera la quantità di riserve disponibili, considerata anche la limitata capacità di rinnovo o rigenerazione delle risorse idriche. Questa misura la quantità di acqua dolce che si rinnova naturalmente ogni anno attraverso il ciclo idrogeologico; secondo FAO, la capacità di rinnovo si aggira intorno ai 43.000 metri cubi annui a livello globale.
Lo sbilanciamento tra consumo e disponibilità di risorse idriche causa carenza idrica (o water gap) e quindi insicurezza – oltre che dal water gap, l’insicurezza idrica può essere causata dalla cosiddetta scarsità economica dell’acqua che si verifica quando, nonostante la disponibilità di questa risorsa, intere comunità non vi hanno accesso per mancanza di infrastrutture. Circa 1.6 miliardi di persone a livello globale si trovano in una situazione di scarsità economica di acqua.
L’uso domestico ha incrementato in maniera significativa la domanda di acqua. Tuttavia, a livello globale, si registrano enormi diseguaglianze. Se da una parte 2 miliardi di persone non hanno ancora accesso sicuro all’acqua potabile, dall’altra ci sono Paesi che fanno un uso smodato di acqua – ad esempio, negli Stati Uniti il 30% delle risorse idriche (pari a 35.000 litri di acqua ogni ann0) vengono impiegate per irrigare i giardini domestici.
Ad aver contribuito all’aumento della domanda, c’è poi l’uso intensivo fatto dall’industria. I settori piú “assetati” sono quelli tessile, energetico, edile, estrattivo e automobilistico, che in Europa consumano da soli il 4% delle riserve idriche.
Il settore che consuma la maggior quantità di oro blu, però, è quello agroalimentare. Tra l’altro, questa è una tendenza che si potrà solo che consolidare nei prossimi anni, visto che da questo settore dipenderá l’aumento della produzione di cibo necessario a soddisfare il crescente fabbisogno alimentare della popolazione (+60% rispetto ai livelli di produzioni attuali solo entro il 2050). Quello che è ancora più interessante è che questo settore, oltre che a essere uno dei principali responsabili della crescita della domanda, è anche uno dei principali responsabili della sempre minore disponibilità di acqua, per via del significativo inquinamento delle falde causato dall’attività agricola.
La geografia delle risorse idriche
I continenti che hanno una disponibilità medio-alta di riserve di acqua dolce sono Sud America e Oceania, dove quasi tutti i Paesi hanno accesso a riserve idriche adeguate al numero di abitanti (10.000 metri cubi di acqua annui per abitante) durante tutto il corso dell’anno. Fanno parte di questo gruppo anche i Paesi dell’Asia Settentrionale e il Canada. Al contrario, gli Stati Uniti hanno una disponibilità idrica di circa 5.000 metri cubi per abitante l’anno, con una popolazione quasi dieci volte superiore a quella degli altri Paesi.
L’Europa è forse il continente più disomogeneo per risorse idriche, diviso tra l’enorme disponibilità di Paesi Scandinavi, Islanda e Irlanda, le buone riserve dei Balcani e delle zone adiacenti alle Alpi, e le condizioni decisamente più critiche di tutti gli altri Stati. Tra questi spiccano Germania, Polonia e Romania, che con i loro 4.000 metri cubi annui per abitante non sono poi così distanti dai Paesi di Africa e Medio Oriente, dove a seconda della regione ogni persona ha tra i 3.500 e i 2.500 metri cubi di acqua disponibili all’anno.
Situazioni di forte stress idrico si registrano poi in India e Messico. In India, le riserve idriche sono ai minimi storici, in particolare negli Stati di Karnataka, Punjab e Uttar Pradesh. In Messico, invece, la situazione è talmente critica a causa del clima (semi)arido e della cattiva gestione delle risorse che si sta affrontando uno dei periodi di razionamento idrico piú severi nella storia del Paese.
In Cina la crisi idrica è ormai piú che una minaccia, visto che le riserve disponibili sono pari a un quarto della media mondiale ma la popolazione rappresenta il 20% della popolazione globale. Inoltre, la crescente industrializzazione unita a investimenti inadeguati in infrastrutture per la fornitura e il trattamento delle acque hanno causato la contaminazione del 90% delle acque sotterranee cinesi.
Infine, una regione dove la gestione delle risorse idriche è oggetto di grandi tensioni e conflitti da quasi un secolo è l’Asia Centrale. Una volta caduta l’amministrazione centralizzata delle risorse idriche in capo all’Unione Sovietica, la lotta alla conquista delle risorse ha sconvolto gli equilibri regionali. Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan sono ricchi di idrocarburi ma molto poveri di acqua, mentre Kirghizistan e Tagikistan possiedono formidabili riserve idriche; ciò ha ovviamente influenzato l’evoluzione dei rapporti fra gli “Stan” ed è destinato a farlo sempre di più in un contesto di crisi climatica, essendo la regione una delle più colpite al mondo dallo stress idrico.
Il ruolo dei cambiamenti climatici
I mutamenti climatici stanno irrimediabilmente accelerando il problema dello stress idrico. L’aumento delle temperature e le conseguenze del cambiamento climatico stanno, infatti, riducendo drasticamente le riserve di acqua dolce contenute nel suolo e nei ghiacciai (terrestrial water storage).
Con l’aumento delle temperature, i ghiacciai si fondono. E questo è una vera e propria minaccia per quel sesto della popolazione mondiale per cui i ghiacciai rappresentano la principale fonte di approvvigionamento idrico durante le stagioni secche – in questo senso, la fusione dei ghiacciai in Kyrghizistan e Tagikistan è un esempio da manuale.
A mettere a repentaglio le riserve nel suolo è, invece, il cambiamento climatico, che sta modificando frequenza, severitá e durata delle stagioni secche, contribuendo alla cosiddetta degradazione del suolo. Ad oggi, il 40% del suolo globale è degradato, vale a dire che ha perso la capacità di assorbire e trattenere l’acqua. Di conseguenza, le riserve acquifere si stanno gradualmente assottigliando. A erodere ulteriormente le scorte di acqua sotterranee c’è anche la salinizzazione causata dall’innalzamento del livello di mari e oceani.
Oltre che sulla quantità, i mutamenti climatici agiscono anche sulla qualità delle acque. Infatti, l’aumento delle temperature insieme ai sempre più frequenti eventi estremi, come inondazioni e allagamenti, sono tra le cause primarie dell’inquinamento dell’acqua, insieme all’industrializzazione e all’urbanizzazione incontrollata.
Infine, anche nei continenti caratterizzati da temperature tradizionalmente miti come l’Europa, il fenomeno della tropicalizzazione del clima sta creando le condizioni affinché questi territori diventino ideali per la diffusione di patogeni in grado di contaminare l’acqua potabile e diffondere epidemie umane o animali.
Acqua e sicurezza alimentare nel Sud Globale
Attualmente più di 800 milioni di persone si trovano in condizioni di fame cronica e circa 345 milioni soffrono di un grave insicurezza alimentare. La maggior parte di queste persone vive nel Sud del mondo, in ambienti in cui la disponibilità d’acqua è limitata o irregolare.
Nei paesi a basso reddito, la maggior parte dell’acqua viene impiegata in agricoltura, allevamento e pesca, tutte attività strettamente collegate alla sicurezza alimentare. Quando non è praticata solo per sussistenza e autoconsumo, l’agricoltura è la principale fonte di reddito per le famiglie del Sud Globale. Quindi, è facile intuire come la mancanza di acqua significhi insicurezza alimentare.
La mancanza di accesso alle risorse idriche è una delle principali cause di migrazioni, con enormi masse di popolazione che si spostano sia internamente, dalle campagne alle città, sia da un Paese o addirittura da un continente all’altro. Il Programma Mondiale per l’Alimentazione (PMA) stima che 50 milioni di persone potrebbero dover migrare alla ricerca di fonti di acqua per usi agricolo e domestico entro il 2030.
La regione dove insicurezza alimentare e idrica si autoalimentano maggiormente, dando origine alle crisi umanitarie piú severe è l’Africa Subsahariana. Tuttavia, questa situazione è molto critica anche in altri Paesi del Sud Globale, quali Myanmar, Cambogia, Afghanistan, Yemen e Papua Nuova Guinea.
La crisi idrica è democratica: gli effetti nei Paesi piú ricchi
La scarsità d’acqua e le sfide che ne conseguono non riguardano esclusivamente i Paesi a medio e basso reddito. La crisi idrica è democratica e colpisce tutti i Paesi di una stessa fascia climatica e idrogeologica, indipendentemente dalle diverse condizioni socio-economiche.
I Paesi più esposti al rischio di scarsità d’acqua si trovano nella Penisola Araba, dove agiscono contemporaneamente due fattori: la bassa disponibilità di risorse idriche in natura e l’elevata domanda di acqua, accelerata dalla crescita demografica e dall’urbanizzazione. Tra questi Paesi ci sono Bahrain, Oman, Kuwait e Qatar, tutti a reddito elevato.
La crescita della popolazione e delle attività industriali ha drasticamente diminuito la disponibilità idrica anche del bacino del fiume Gange, in India, con un impatto tremendo sulla popolazione e sull’ambiente. Nonostante l’India sia proiettata a diventare la terza potenza economica al mondo, la scarsità d’acqua è una minaccia reale alla stabilità del Paese, poiché in alcune regioni sta già alimentando crisi alimentari e sanitarie, conflitti e migrazioni di massa.
Un altro gruppo di Paesi consistentemente interessato dalla scarsità idrica comprende Spagna, Australia e Giappone, che seppur grandemente diversi tra loro rientrano comunque nella lista dei Paesi più ricchi. In questi casi, a causare le crisi idriche sono solo i periodi di siccità, ora più intensi e frequenti.
Anche in Europa le crisi idriche si stanno diffondendo piú velocemente del previsto. Durante le scorse estati i governi si sono trovati più volte costretti ad adottare politiche di razionamento in Inghilterra, Germania e Italia, con lo scopo preservare la poca acqua disponibile per il settore agricolo e la produzione di energia.
Emergenza idrica in Italia
Negli ultimi decenni l’Italia è stata uno degli epicentri della crisi idrica nel continente europeo, a causa di una diminuzione delle precipitazioni e un contestuale aumento dei periodi di siccità. Una situazione esacerbata dalla mancanza di infrastrutture, come dimostrato che solo l’11% dell’acqua piovana viene riutilizzata.
Gli effetti dei cambiamenti climatici e l’inadeguatezza delle infrastrutture hanno determinato la formazione di aree con diversi stati di scarsità e criticità. La Sicilia è l’unica regione che presenta una criticità estrema, mentre nelle regioni del centro-sud la criticità è medio-bassa e al nord si registra una situazione di criticità medio-alta, seppur sotto controllo.
La diffusione della crisi idrica compromette l’attività agricola e di conseguenza la sicurezza alimentare su scala nazionale. Inoltre, lo stress idrico ha un effetto negativo anche su altri settori cruciali come il turismo e l’industria – secondo alcune stime, i danni registrati nel periodo 2000-2022 si aggirano intorno ai 20 miliardi. La situazione è ancora più paradossale se si considera che l’Italia paga all’UE 165 mila euro al giorno (circa 60 milioni all’anno) sottoforma di sanzioni per la mancanza di sistemi di purificazione e riuso delle acque reflue nei settori agricolo e industriale.
Fonti e approfondimenti
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