Il 3 aprile 1934 nasceva a Londra Valerie Jane Morris-Goodall, la futura primatologa universalmente nota come Jane Goodall. Le sue ricerche sugli scimpanzé (Pan troglodytes schweinfurthii) hanno rivoluzionato l’etologia (branca della biologia che studia il comportamento degli animali nel loro ambiente naturale) e il modo di intendere la mente degli animali.
Sia dentro che fuori dal mondo accademico, Goodall, che quest’anno ha compiuto 90 anni, è stata e continua a essere anche un’attivista per la salvaguardia della natura. Proprio l’attivismo e la potenza dei video in cui interagisce con gli scimpanzé, da cui traspare un senso di profonda e mutua comprensione e rispetto, hanno contribuito a rendere Goodall forse la prima vera figura pop a livello globale nella sensibilizzazione al rispetto della natura e nella lotta al cambiamento climatico. Solo pochi mesi fa, abbiamo ascoltato la sua testimonianza e il suo appello addirittura dal palco del Primo Maggio a Roma.
Dal sogno d’infanzia al lavoro di una vita
I romanzi d’avventura e i libri sugli animali affascinano da sempre molti bambini e bambine. Jane Goodall non ha fatto eccezione; anche lei è stata rapita da storie come Tarzan e da volumi sulla fauna africana. Queste letture, insieme a una forte curiosità verso la natura, hanno fatto nascere in lei il desiderio di recarsi in Africa.
Il sogno d’infanzia è diventato realtà alla fine delle scuole superiori. Dopo aver messo da parte i soldi necessari lavorando come cameriera, nel 1957, all’età di 23 anni, Goodall si è recata nell’attuale Tanzania, all’epoca chiamata Tanganika. Lì è riuscita a diventare segretaria di Louis Leakey, paleoantropologo il cui lavoro è stato fondamentale per stabilire l’origine africana della specie umana.
Lo studioso, presto diventato il mentore di Goodall, le ha offerto la possibilità di avviare un progetto di osservazione degli scimpanzé nel Parco nazionale del Gombe (sempre in Tanganika). In precedenza, altri avevano tentato di documentare la vita delle grandi scimmie nel loro habitat naturale, ma gli studi si erano arenati pochi mesi dopo. Leaky era convinto che Goodall sarebbe stata la persona giusta per tale compito perché appassionata, paziente e competente, nonostante non avesse una laurea. Per prepararsi alla missione Goodall è tornata a Londra, dove ha studiato primatologia al Royal Free Hospital e allo zoo.
Tornata in Tanganika, dopo aver partecipato ad alcune spedizioni di studio di Leakey in qualità di assistente, nel 1960, a soli 26 anni, Goodall ha dato inizio alla propria ricerca, andando a osservare gli scimpanzé nel Parco nazionale del Gombe. Per motivi di sicurezza, era stato deciso che Goodall sarebbe stata accompagnata dal cuoco di campo Dominick e dalla madre Vanne Goodall, che aveva supportato gli interessi naturalistici della figlia fin dai primi anni di vita.
In un’intervista Goodall ha raccontato di aver portato, all’età di due anni, dei vermi nel proprio letto e che la madre, invece di sgridarla, le avesse spiegato che sarebbe stato meglio riportare quegli animaletti nel terreno per permettergli di sopravvivere. In un’altra occasione, all’età di quattro anni, Goodall si è nascosta per diverse ore in un pollaio, curiosa di osservare come le galline deponessero le uova – anche in questa occasione, la madre non l’avrebbe punita, ma anzi avrebbe ascoltato con interesse le scoperte della figlia.
Il progetto di osservazione nel Parco del Gombe sarebbe dovuto durare tre anni. Invece, è diventato per Jane Goodall il lavoro di una vita.
La scoperta che ha rivoluzionato tutto
Dopo mesi al seguito di un branco di scimpanzè, Goodall è riuscita a osservare un comportamento inedito. Uno degli esemplari, David Greybeard (“Barbagrigia”) aveva ricavato un bastoncino togliendo tutte le foglie da un rametto e lo stava utilizzando per catturare delle termiti. Questo scimpanzé non stava solo utilizzando un oggetto per un fine pratico, ma si era anche creato uno strumento utile a questo scopo.
Oggi la capacità delle grandi scimmie di fabbricare e utilizzare strumenti è cosa nota, ma all’epoca si riteneva che l’uso di strumenti fosse una prerogativa esclusivamente umana e l’idea che gli animali avessero una simile consapevolezza era impensabile. Nei primi anni Sessanta, la comunità scientifica rifiutava l’idea che gli animali potessero avere personalità, emozioni e motivazioni, ritenendo errata la loro antropomorfizzazione.
Invece, lavorando a stretto contatto con le grandi scimmie nel loro ambiente naturale, Goodall ha dimostrato alla comunità scientifica che anche gli animali hanno una mente. Dietro a questa scoperta, c’è sicuramente il merito di aver scelto di applicare il metodo dell’osservatore partecipante (solitamente associato all’antropologia) all’etologia. Invece di nascondersi, Goodall lasciava che gli animali la vedessero e ne accettassero gradualmente la presenza, introducendo però tutte le precauzioni necessarie per garantire il loro benessere – ad esempio, la ricercatrice ha introdotto il divieto di nutrire gli animali per evitare la trasmissione di malattie.
In questa prima fase del lavoro di Goodall, è stato fondamentale il contributo del fotografo e reporter olandese Hugo van Lawick (poi diventato il suo primo marito), inviato da National Geographic nel Parco del Gombe. Inizialmente la comunità scientifica aveva reagito con scetticismo di fronte alle scoperte di Goodall, mettendo in dubbio la capacità di una persona giovane e priva di titoli di studio formali (Goodall avrebbe ottenuto un dottorato in via eccezionale presso l’Università di Cambridge solo nel 1965) di condurre ricerche di tale portata. Alcuni avevano addirittura accusato Goodall di aver addestrato gli scimpanzé a comportamenti “umani”. Solo le testimonianze fotografiche di van Lawick hanno messo a tacere queste accuse e accreditato le ricerche di Goodall anche nel mondo accademico.
Missioni successive, sempre condotte applicando il metodo dell’osservatore partecipante, hanno permesso ulteriori scoperte sul comportamento di questi primati. Le osservazioni di Goodall hanno dimostrato la complessità delle interazioni sociali tra gli scimpanzé, caratterizzate da gerarchie, legami affettivi duraturi, espressione di emozioni e capacità sia di cooperare che compiere azioni estremamente violente, come atti di cannibalismo o vere e proprie guerre tra gruppi.
Con il suo lavoro, Goodall è riuscita a dimostrare che esiste una forte comunanza, dal punto di vista emotivo e intellettuale, tra questi mammiferi e gli esseri umani. Queste scoperte hanno contribuito alla de-oggettificazione degli animali studiati dagli etologi. Fin dalla pubblicazione dei risultati delle sue prime osservazioni sulla prestigiosa rivista Nature nel 1964 con il titolo “Tool-Using and Aimed Throwing in a Community of Free-Living Chimpanzees”, Goodall si è opposta alle richieste del comitato editoriale di indicare gli scimpanzé con il pronome neutro “it”, solitamente riservato a oggetti inanimati. L’autrice ha preteso e ottenuto che gli animali fossero considerati esseri senzienti ricevendo i pronomi appropriati in base al loro genere (”he” or “she”). Anche in seguito, Goodall ha lottato affinché gli animali studiati fossero indicati con nomi propri invece che con numeri, e si è opposta fermamente all’idea che gli scienziati non debbano empatizzare con loro.
Nel corso della sua carriera, Goodall ha dato molta importanza alla vicinanza e al coinvolgimento essere umano-natura, sostenendo che grazie agli strumenti offerti dalla disciplina è possibile raccogliere dati in maniera scientifica e oggettiva, pur provando attaccamento emotivo nei confronti del soggetto di studio.
Ricerca e attivismo: conoscere per aiutare
Il lavoro di Goodall non si è limitato alla ricerca scientifica. Lavorando a stretto contatto con gli animali, ha presto realizzato quanto questi fossero minacciati. Mentre conduceva le sue ricerche, vedeva le foreste in cui vivevano gli scimpanzé ridursi per fare spazio a coltivazioni o ricavarne legname, mentre le scimmie venivano uccise o catturate dai bracconieri. Pertanto, la ricercatrice è diventata anche attivista. Nel 1977, i suoi sforzi sono confluiti nella creazione della fondazione Jane Goodall Institute, oggi attiva con sedi e progetti in tutto il mondo.
Secondo Goodall, gran parte del male inflitto ad animali e natura è causata dall’ignoranza, intesa proprio come mancanza di conoscenza. Quindi, a suo avviso, per proteggere efficacemente l’ambiente è necessario, da un lato, un continuo e minuzioso lavoro di ricerca sulle specificità naturali e le necessità di ogni singolo territorio, e, dall’altro, la diffusione e la divulgazione di queste conoscenze a tutta la società. Inoltre, proprio in linea con questa visione organica dei territori come spazi di interazione fra la natura e tutte le specie viventi che li abitano, il lavoro di Goodall e degli istituti che portano il suo nome includono programmi di supporto e sviluppo anche per le comunità umane.
Dopo aver lasciato la ricerca attiva sul campo, Goodall ha iniziato anche a girare il mondo per lezioni e conferenze sull’ambiente e il cambiamento climatico – in un’ intervista ha dichiarato che fino al 2020 ha viaggiato per circa 300 giorni all’anno. A muoverla e animarla la profonda fede e convinzione che la natura e gli animali, inclusi i primati da lei tanto amati, potranno salvarsi solo se gli esseri umani impareranno a rispettarli.
La speranza è l’ultima a morire, ma dobbiamo darci da fare
Un tema ricorrente nei libri di Goodall è la speranza. Tra i suoi titoli ci sono, infatti, “Reasons for Hope” (1999, “Ragioni per sperare”), “Harvest for Hope” (2005, “Raccolto per sperare”), “Hope for Animals and Their World” (2009, “Speranza per gli animali e il loro mondo”), “Seeds of Hope” (2013, “Semi di speranza”) e “The Book of Hope” (2021, “Il libro della speranza”).
Goodall è ben consapevole della crisi in cui riversa il pianeta, ma ritiene che ancora esista qualcosa per cui valga la pena lottare. E di fronte ai tanti orrori ai quali assistiamo quotidianamente, crede che solo la speranza può dare la spinta per continuare a impegnarsi e non arrendersi. In questa battaglia, Goodall non si stanca di rivolgere il suo appello a tutti con tono fermo ma gentile, ed è proprio questo ad aver reso probabilmente la sua voce così potente e universalmente presente. Ciascun essere umano, in qualità di membro della società, consumatore ed elettore, può fare qualcosa ogni singolo giorno attraverso le sue scelte. Tuttavia, è necessario agire in fretta, prima che il poco tempo rimasto a disposizione scada. Questo è il suo messaggio.
Fonti e approfondimenti
Neil Campbell, “A Conversation with Jane Goodall”, in The American Biology Teacher, Vol. 52 No. 1, 1990, pp. 33-38.
Jon Cohen, “In the Shadow of Jane Goodall”, in Science, Vol. 328, No. 5974, 2010, pp. 30-35.
Leah Gerber, When Jane is Gone, Alternatives Journal, 20/01/2020.
Jane Goodall, “Views: A Plea for the Chimpanzees”, in American Scientist, Vol. 75, No. 6, 1987, pp. 574-577.
Jane Goodall, “Learning from the Chimpanzees: A Message Humans Can Understand”, in Science Vol. 282, No. 5397, 1998, pp. 2184-2185.
Emine Saner, Jane Goodall on fires, floods, frugality and the good fight: ‘People have to change from within’, The Guardian, 20/10/2021.
Michael Segalov, Jane Goodall: ‘People are surprised I have a wicked sense of humour’, The Guardian, 18/02/2023.
Sue Simon, “Jane Goodall: Living with Close Relatives”, in The American Biology Teacher, Vol. 47 No. 5, 1985, pp. 267-269.